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	<title>Retrovisore &#124; un sito di Luca Pollini &#187; Sessantotto</title>
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		<title>Sessant&#8217;anni di storia nei clic dell&#8217;Ansa</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2011 11:30:03 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/11/041.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1402" title="L'ATTRICE ITALIANA SOPHIA LOREN AL TERZO RALLY DEL CINEMA" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/11/041-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a> “Il lavoro più duro non è stato l&#8217;allestimento, ma la scelta delle immagini. Erano tantissime” confessa un collega che ha partecipato all&#8217;organizzazione della mostra. E non si può che dargli ragione: dal 1945, anno in cui Giuseppe Liverani, Primo Parrini e Amerigo Terenzi fondano l&#8217;agenzia Ansa (sulle ceneri dell&#8217;Agenzia Stefani, ormai marchiata dal fascismo) le foto in archivio sono oltre 4 milioni e mezzo. Un archivio che ogni giorno cresce di circa 200 nuove immagini, tante sono le foto che l&#8217;Ansa lancia in rete quotidianamente. E&#8217; facile perciò immaginare che lavoro immane dev&#8217;essere stato estrarre gli scatti per la mostra “Fotografiamoci: 60 anni di vita italiana nelle immagini dell&#8217;Ansa”, allestita al Vittoriano a Roma. La mostra, una sorta di libro di storia illustrato, racconta la vita italiana dal Dopoguerra ad oggi, grazie alle immagini che la più grande agenzia del Paese ha trasmesso alle redazioni, documentando il vorticoso cambiamento dell&#8217;Italia tra cronaca, politica, costume, spettacolo, sport.<span id="more-1397"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/11/062.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1404" title="PIAZZA LOGGIA: TUTTI ASSOLTI I CINQUE IMPUTATI" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/11/062-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>E la maggior parte delle fotografie, siano essi personaggi o singoli volti, manifestazioni di massa, tragedie o avvenimenti sportivi, rinnovano emozioni dimenticate, perché sono legate ad eventi che hanno segnato la storia del Paese, incisi nella memoria collettiva. E così tornano a riaffiorare i ricordi delle grandi tragedie (Vajont, Belice, Friuli), dei misteri irrisolti (Ustica, piazza Fontana), dei successi nazionali (i premi Nobel a Eugenio Montale e Dario Fo, e gli Oscar a De Sica e Benigni, le vittorie ai Mondiali di calcio di Bearzot e Lippi e quelle della Ferrari). E poi i periodi gioiosi della Dolce vita, del boom economico, delle prime sfilate d&#8217;alta moda e quelli più cupi del Sessantotto, degli Anni di piombo con il rapimento di Aldo Moro, e della mafia con gli assassini del generale Dalla Chiesa e dei giudici Falcone e Borsellino. Ci sono poi i ritratti dei personaggi che hanno segnato la storia, Alcide De Gasperi, i grandi Papi, l&#8217;avvocato Agnelli, Indro Montanelli. Le immagini vengono esposte in sette sezioni, una per ogni decennio, ciascuno introdotto da un&#8217;immagine femminile, simbolo di quegli anni, e da un testo a firma di un testimone dell&#8217;epoca. Gli anni &#8217;40 sono rappresentati da Anna Magnani e Giulio Andreotti; alla signora della tv Nicoletta Orsomando e Alberto Arbasino sono affidati i &#8217;50; Mina e Gianni Morandi è la coppia dei “favolosi” anni &#8217;60, la sezione dei &#8217;70 vede il volto di Nilde Jotti e l&#8217;introduzione di Ettore Scola; Rita Levi Montalcini e Giorgio Armani sono testimonial degli anni &#8217;80, gli anni &#8217;90 si aprono con la foto di Rosaria Costa, vedova ventiduenne di Vito Schifani, agente di scorta del giudice Borsellino, e uno scritto del giurista Gustavo Zagrebelsky. Si arriva così al nuovo millennio con la campionessa di nuoto Federica Pellegrini e l&#8217;ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. A<span style="font-family: Book Antiqua, serif;">nche il 2011, con la sua realtà in divenire, giorno per giorno, è dedicata un’apposita sezione aggiornata in tempo reale per tutta la durata dell’esposizione. </span>Come per il notiziario scritto, anche le fotografie rispecchiano lo “stile” Ansa: gli scatti, infatti, mostrano esclusivamente la realtà senza forzature e senza eccessi di spettacolarizzazione.</p>
<p>&#8216;Fotografandoci&#8217;, in programma al Vittoriano di Roma, rimarrà aperta fino all&#8217;11 dicembre. L&#8217;ingresso è gratuito.</p>
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		<title>De Gregori, il calcio e il &#8217;68</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Oct 2011 13:17:16 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/Francesco+De+Gregori+degregorima21.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1393" title="Francesco+De+Gregori+degregorima21" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/Francesco+De+Gregori+degregorima21-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Forse Francesco De Gregori l’aveva capito che gli anni Ottanta, il decennio che ha spazzato via tutte le ideologie sessantottine sostituendole con l’evasione a tutti i costi e il disimpegno, sarebbero stati “l’inizio della fine”. Non è un caso, quindi, che il suo primo disco pubblicato negli anni della Milano da bere lo intitola <em>Titanic</em>, come il gigantesco transatlantico affondato nel 1912 durante il suo viaggio inaugurale, una metafora sul prossimo naufragio del Paese.  L’album, uscito nel 1982, è uno dei più belli del cantautore romano (e non solo) grazie a 5-6 brani indimenticabili. Tra questi <em>La leva calcistica della classe ’68</em>, dove il calcio è visto come metafora della vita e della politica. Il brano trova la sua forza proprio nel farsi metafora dell’utopia di una generosa generazione che purtroppo non ha «vinto mai» e che si è vista costretta a «appendere le scarpe a qualche tipo di muro». Non è un caso che Nino, il ragazzo «dalle spalle strette», sia nato nel 1968, anno di contestazioni, illusioni, utopie, violenze, pochi successi e tante sconfitte. <span id="more-1392"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/0000305649_350-1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1394" title="0000305649_350-1" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/0000305649_350-1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>È la mesta conclusione di un tragitto ricco di passione, di una generazione che tutti pensano (e qui si torna alla metafora del titolo dell’intero album) sia naufragata e che lui, invece, salva. Perché, come recita il testo, si può anche sbagliare un calcio di rigore ma «non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore». De Gregori, infatti, ricorda che «un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia», tre ingredienti fondamentali di quegli anni “formidabili” (Mario Capanna dixit), la canzone sembra voglia trasmettere un’esortazione a non mollare, ad avere fiducia nella forza del sogno, nella convinzione, che è giusto «non aver paura di sbagliare un calcio di rigore». Nel 1989 il brano ha conosciuto una sorta di seconda giovinezza grazie a Gabriele Salvatores che l’ha inserita nella colonna sonora di <em>Marrakech Express</em> su sollecitazione, come ha dichiarato lo stesso regista,  di Diego Abatantuono: «A Diego piaceva molto, e ha caldeggiato l’inserimento nella colonna sonora: in effetti parla quasi della storia del film e calza a pennello». <em>Titanic</em> è una sorta di concept album dove si affrontano i problemi del disastro (morale, culturale, politico, economico) che incombe sull’Italia. Ed è proprio il transatlantico diventa una metafora dell&#8217;umanità che, divisa in classi, si dirige verso il disastro.</p>
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		<title>Guerre, lotte e disimpegno tra canzoni e canzonette (2a parte)</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Sep 2011 14:02:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Alla fine della seconda guerra mondiale si diffusero rapidamente tutte le mode musicali di origine straniera ostacolate negli anni precedenti dal regime. Per contrastare questa tendenza, e favorire il ritorno alla canzone melodica all’italiana, nel 1951 nasce il Festival di Sanremo, annunciato come “una nuova iniziativa volta a valorizzare la canzone italiana”. I venti brani [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/nilla_pizzi.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-1379" title="nilla_pizzi" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/nilla_pizzi-300x266.gif" alt="" width="300" height="266" /></a>Alla fine della seconda guerra mondiale si diffusero rapidamente tutte le mode musicali di origine straniera ostacolate negli anni precedenti dal regime. Per contrastare questa tendenza, e favorire il ritorno alla canzone melodica all’italiana, nel 1951 nasce il Festival di Sanremo, annunciato come “una nuova iniziativa volta a valorizzare la canzone italiana”. I venti brani in gara raccontano un’Italia del tutto ripiegata nel privato: dodici trattano storie o temi d’amore e magnificano bellezze paesaggistiche; tre sono incentrati sulla nostalgia del passato o sulla critica dei tempi moderni; due raccontano favole per bambini. Nulla di nuovo, dunque, tanto che dopo il Festival il <em>Radiocorriere</em> titolerà: «Il mondo cambia, le canzoni no». <span id="more-1378"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/Domenico_Modugno_al_Festival_di_Sanremo-31534.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1380" title="Domenico_Modugno_al_Festival_di_Sanremo-31534" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/Domenico_Modugno_al_Festival_di_Sanremo-31534-276x300.jpg" alt="" width="276" height="300" /></a>Qualcosa cambiò nel 1958, quando Domenico Modugno sul palcoscenico di Sanremo, spalancò le braccia e fece cantare milioni di italiani in un coro liberatorio. La canzone, <em>Nel blu dipinto di blu</em>, che vinse il Festival e vendette 32 milioni di copie, parla di un uomo che sogna di volare nel cielo infinito. Un sogno di libertà, sottolineato da Modugno quando, anziché portarsi la mano al cuore come di consuetudine, le aprì al grido di «Volareeee, oh oh…». L’anno dopo, sempre a Sanremo, si registrò il primo caso di censura: la vittima è <em>Tua</em>, cantata da Julia De Palma. Sotto accuse sono i versi «Tua, sulla bocca tua, per sognare in due per morir così, finalmente tua, così». La sera dopo, invece di “sulla bocca tua”, la De Palma cantò “ogni istante tua”. Per la cronaca si piazzò al 4° posto e il disco, pur trasmesso pochissimo, vendette migliaia di copie, segno che per gli italiani il sesso cominciava a non rappresentare un tabù.</p>
<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/fabriziodeandre_2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1381" title="fabriziodeandre_2" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/fabriziodeandre_2-227x300.jpg" alt="" width="227" height="300" /></a>Negli anni Sessanta la canzone italiana comincia a dividersi in più filoni. Quello “cantautorale” che cominciò a scrivere testi incentrati sui temi sociali (Fabrizio De Andrè, Luigi Tenco, Enzo Jannacci tra i primi); quello “balneare” nato sul boom delle prime vacanze al mare (con canzoni come <em>Abbronzatissima</em>; <em>Con le pinne il fucile e gli occhiali</em>; <em>Stessa spiaggia stesso mare</em>); quello “politico” nato sulla scia del Sessantotto e che ha in <em>Contessa</em> di Paolo Pietrangeli il suo esempio più significativo («compagni, dai campi e dalle officine/prendete la falce, portate il martello/scendete giù in piazza, picchiate con quello/scendete giù in piazza, affossate il sistema») e quello beat che, oltre a imitare lo stile dei gruppi stranieri e a tradurre i testi delle loro hit, sviluppò uno stile originale con un certo impegno sociale, come nel caso di <em>Proposta</em> dei Giganti, inno pacifista grazie al refrain «Mettete dei fiori nei vostri cannoni», o ancora <em>È la pioggia che va scritta</em> da Mogol per i Rokes nel 1967, che annuncia « Il mondo ormai sta cambiando e cambierà di più… … Ma noi che stiamo correndo avanzeremo di più».</p>
<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/GianniMorandi-Ceraunragazzo.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1382" title="GianniMorandi-Ceraunragazzo" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/GianniMorandi-Ceraunragazzo-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>La musica leggera, visto la grande popolarità, diventò sempre di più una cosa seria la politica tornò ad occuparsene. Ci fu un’interrogazione parlamentare su <em>C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones</em>, che Gianni Morandi avrebbe dovuto cantare in tv, per via del verso «mi han detto vai nel Vietnam e spara ai Vietcong» accusato di criticare “la politica estera di un paese amico come gli Stati Uniti”. Migliacci, autore del testo, si rifiutò di storpiare il pezzo e suggerì a Morandi di cantare, proprio per marcare l’avvenuta censura «mi han detto vai nel tatatà e spara ai tatatà», cosa che il cantante fece. (<em>2- continua</em>)</p>
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		<title>12 dicembre &#039;69, iniziano gli Anni di Piombo</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Dec 2009 13:55:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il 12 dicembre 1969 un ordigno contenente sette chilogrammi di tritolo esplode alle 16,37, nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, a Milano. Il bilancio delle vittime è di 16 morti e 87 feriti. Nei giorni successivi alla strage, solo a Milano, sono 84 le persone fermate tra anarchici, militanti di estrema sinistra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-937" title="strage-di-piazza-fontana-19681" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/12/strage-di-piazza-fontana-19681-150x150.jpg" alt="strage-di-piazza-fontana-19681" width="150" height="150" />Il 12 dicembre 1969 un ordigno contenente sette chilogrammi di tritolo esplode alle 16,37, nella sede della <strong>Banca Nazionale dell’Agricoltura</strong>, in <strong>piazza Fontana,</strong> a Milano. Il bilancio delle vittime è di 16 morti e 87 feriti. Nei giorni successivi alla strage, solo a Milano, sono 84 le persone fermate tra anarchici, militanti di estrema sinistra e due appartenenti a formazioni di destra. Dal quel giorno l’Italia entra ufficialmente negli Anni di piombo, una fase storica che durerà per più di un decennio. Per la prima volta la gente muore non più per mano della mafia, di un rapinatore o della Polizia, ma per mano ‘ignota’. Il Sessantotto ha portato la gente in piazza, studenti e operai che manifestano per un ideale. Il ’69, ha portato le bombe.</p>
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		<title>Come nacquero i Movimenti giovanili in Italia/4</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 07:37:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il primo marzo del 1968 a Roma, sulla collina della Facoltà di Architettura di Valle Giulia ai Parioli, gli studenti, per la prima volta, reagiscono alla violenza con la violenza: lanciano pietre, uova e oggetti ai poliziotti, ne incendiano gli automezzi, una vera e propria battaglia durata un giorno interno, durante la quale si affrontano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-826" title="03_ValleGiulia" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/10/03_ValleGiulia-150x150.jpg" alt="03_ValleGiulia" width="150" height="150" />Il primo marzo del 1968 a Roma, sulla collina della Facoltà di Architettura di Valle Giulia ai Parioli, gli studenti, per la prima volta, reagiscono alla violenza con la violenza: lanciano pietre, uova e oggetti ai poliziotti, ne incendiano gli automezzi, una vera e propria battaglia durata un giorno interno, durante la quale si affrontano 3000 studenti e 2000 agenti. C’è chi ha visto, in questo episodio, la nascita della componente violenta del Movimento che avrebbe portato, molti anni dopo, al terrorismo. In realtà si tratta di una reazione spontanea, estremamente disorganizzata, che ha successo solo perché la Polizia non si aspettava alcuna resistenza. Pier Paolo Pasolini, in quell’occasione, scrive <em>Il Pci ai giovani</em>, poesia in cui dichiara di simpatizzare con gli agenti perché «<em>figli di poveri</em>». <span id="more-825"></span>L’ingresso della Facoltà è presidiato dalla Polizia; la mattina presto gli studenti decidono di entrare. La manifestazione studentesca è iniziata alle nove del mattino, nella massima calma. Almeno cinquemila studenti si sono dati appuntamento in piazza di Spagna. Le scale di Trinità dei Monti sono strapiene di folla giovane ed entusiasta. «L’università è nostra: a noi e ai professori servono le biblioteche, gli istituti, le aule invase dalla polizia. Il rettore che l’ha chiamata deve andarsene. Andiamo noi all’università, tutti insieme. La facoltà più vicina è Architettura: tutti ad Architettura». Non erano solo universitari: c’erano anche professori, liceali e studenti degli istituti tecnici con i libri sotto il braccio. Il corteo non prende vie traverse ma, spalla a spalla, i partecipanti imboccano il viale che porta all&#8217;ingresso principale della facoltà. Dove li aspettavano reparti di agenti e carabinieri, i gipponi addossati alle scalinate, i manganelli in mano, le pistole nelle fondine nere. <img class="alignleft size-medium wp-image-827" title="01mar1968_vallegiulia" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/10/01mar1968_vallegiulia-236x300.gif" alt="01mar1968_vallegiulia" width="236" height="300" />La testa del corteo si è fatta avanti, spingendo per superare lo sbarramento. «<em>Lasciateci entrare nella nostra università; andatevene, voi poliziotti&#8230;». </em>Da quel momento non c’è stato un attimo di sosta. Gli agenti caricano, ma questa volta gli studenti non scappano: arretrano e contrattaccano, sassi contro granate lacrimogene, su e giù per i vialetti e i prati della zona, armati di oggetti occasionali, sassi, stecche delle panchine e roba simile. I poliziotti, infagottati, sono impreparati perché abituati a spazzar via le manifestazioni senza incontrare resistenza. Qualche jeep inizia a prendere fuoco. Arrivano i vigili del fuoco, le prime ambulanze, tutta la zona è bloccata: il cordone poliziesco, per lasciare passare le lettighe, ha un istante di sbandamento, si ritira, sotto un lancio fitto di pezzi di legno, zolle di terra, fischi e urla indignate. La facoltà è presa, la scalinata si riempie di studenti e professori che premono contro il portone, lo aprono, entrano dentro. Fuori i funzionari della polizia hanno intanto chiamato i rinforzi, giungono, alle spalle degli studenti, reparti speciali della Celere armati di tutto punto. Le cariche riprendono con l’uso degli idranti che spazzano il piazzale con getti violentissimi di acqua e di ammoniaca. Ora le cariche coinvolgono tutti, studenti, giornalisti, fotografi, operatori, passanti, tutti picchiati e allontanati dalla scalinata, sgomberata. Alla fine si contano 150 feriti tra i poliziotti e molte centinaia da parte studentesca, oltre a migliaia di fermi e denunce. Per la prima volta, però, la polizia è stata costretta a battere ritirata in diverse riprese, lo scontro, è stato “guidato” dalla base studentesca, senza mai scappare, opponendo una resistenza attiva. Al fianco degli studenti si sono trovati anche i professori.</p>
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		<title>Come nacquero i Movimenti giovanili in Italia/3</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Sep 2009 21:34:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_807" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><img class="size-thumbnail wp-image-807" title="mondo_beat_rivoluzione_sessuale,roccia,carminati" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/09/mondo_beat_rivoluzione_sessualerocciacarminati-150x150.jpg" alt="mondo_beat_rivoluzione_sessuale,roccia,carminati" width="150" height="150" /><p class="wp-caption-text">Foto per gentile concessione di Melchiorre &quot;Mel&quot; Gerbino, direttore e fondatore della rivista Mondo Beat http://www.melchiorre-mel-gerbino.com</p></div>
<p>A fine aprile del 1966 il movimento Beat riesce ad affittare un terreno in via Ripamonti e nasce una tendopoli che il Corriere della Sera, in un articolo denuncia, battezza «<em>Nuova Barbonia</em> &#8211; abitata da &#8211; <em>zazzeruti e anarcoidi senza famiglia</em>». I barboni sono ragazzi scappati di casa, studenti, ex operai, pacifisti di tutto il mondo. Anche se non accade niente, gli articoli dei giornali sono una continua denuncia sugli scandali del campo; il <em>Corriere</em> pubblica un servizio col titolo «A Barbonia City c’è libertà di imparare tutti i peggior vizi: si diventa facilmente omosessuali e, ogni tanto, arriva la droga», Camilla Cederna, Umberto Eco e Giorgio Bocca sono le uniche “voci” a favore. Un giornalista de <em>La Notte</em>, infiltrato all’interno del campeggio travestito da hippie, scrive articoli tutti i giorni parlando di «<em>ninfette tenere e spudorate</em>» e «<em>unioni sacrileghe</em>». All’alba del 12 giugno la polizia, assistita dal Servizio immondizie domestiche del Comune di Milano, armata di lanciafiamme e manganelli fa irruzione nel campeggio e lo rade al suolo. Sulle ceneri del campeggio vengono sparsi quintali di disinfettante.<span id="more-806"></span><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-811" title="mondo_beat_rivoluzione_sessuale_reazionari_sera" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/09/mondo_beat_rivoluzione_sessuale_reazionari_sera-150x150.jpg" alt="mondo_beat_rivoluzione_sessuale_reazionari_sera" width="150" height="150" />Questo episodio segna la fine del movimento beat milanese, un movimento la cui composizione sociale era di giovani con bassa scolarità, pochissimi gli universitari, figli di famiglie di ceto medio e operaie. Una composizione sociale che anticipa di dieci anni quello che, in pieno movimento del ’77, verrà chiamato proletariato giovanile. Milano, pur essendo indietro rispetto alla situazione mondiale, per l’Italia l’avanguardia per il movimento: tre studenti del liceo classico Parini, una delle scuole dove vanno i giovani della Milano-bene, danno vita a un giornale della scuola: <em>La Zanzara</em>. Dopo pochi numeri pubblicano un’inchiesta-sondaggio in cui si fa esplicito riferimento alle abitudini sessuali delle studentesse. L’inchiesta si chiude con la frase: «<em>Entrambi i sessi hanno diritto a rapporti prematrimoniali</em>». Lo scandalo che segue è di dimensioni nazionale: studenti e preside del Parini sono denunciati per incitamento alla corruzione. Rinviati a giudizio sono assolti ma devono sottoporsi a una visita psichiatrica per verificare «<em>la presenza di tare fisiche e psicologiche</em>». Sempre a Milano, nel maggio del 1967, negli uffici della Motorizzazione Civile una ragazza è rimandata a casa per cambiarsi, senza aver potuto l’esame di guida perché il rappresentante dell’Ispettorato trova indecente la gonna troppo corta.</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-817" title="22_1_1" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/09/22_1_1-300x252.gif" alt="22_1_1" width="300" height="252" />In quest’anno i giovani tra i 13 e i 19 anni, secondo un’indagine della Doxa, spendono 540 miliardi di lire all’anno (ai prezzi di allora) in divertimenti e consumi voluttuari come bibite, dischi, cinema, abbigliamento. Nella centralissima Corso Vittorio Emanuele apre <em>Fiorucci</em>, che consente di entrare in contatto con quello che succede a Londra e, in alcuni casi, negli Stati Uniti: la protesta, agli occhi della gente, diventa così anche un fenomeno di costume. Nelle scuole non si veste più in giacca e cravatta e capelli corti (gli uomini) o twin-set e gonnellone a pieghe (le donne): questa generazione, in pochi mesi, diventa consumatore di moda. Da Fiorucci si trovano abiti dal taglio eccentrico, magliette a stelle e strisce, pantaloni viola o gialli, magliette con disegni “optical”. Un’esplosione di colori accompagnata dalla musica rock.</p>
<p>A partire dall’autunno 1967 gli studenti universitari cominciano ad occupare le università, inizia quello che convenzionalmente verrà chiamato Sessantotto, di lì a poco l’impegno e la militanza segnano una rottura fra la dimensione politica e quella impolitica, tipica degli <em>hippie</em> e dei <em>beat</em> di casa nostra. A differenza della situazione americana, la “base” sociale che costituisce il movimento italiano è diversa: studenti e piccola borghesia negli Stati Uniti, giovane proletariato in Italia. Pier Paolo Pasolini scrive: «<em>il movimento beat e hippie non poteva incidere più di tanto come fenomeno della contestazione giovanile, perché in Italia ha avuto una grande importanza la Resistenza e ha ancora grande importanza la critica che il marxismo fa alla società. I giovani che non vanno d’accordo con i padri borghesi hanno già dunque pronte tradizioni (la Resistenza) e le forme (le proteste razionali del marxismo) per rivoltarsi</em>».</p>
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