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	<title>Retrovisore &#124; un sito di Luca Pollini &#187; Repubblica</title>
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		<title>De Benedetti, pioniere della nuova Italia</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jul 2009 13:19:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Carlo De Benedetti nel 1976 ha la fama di essere un manager dinamico e pieno di talento, tanto che l’ex compagno di scuola Umberto Agnelli e suo fratello Gianni lo chiamano con loro alla Fiat. Appena messo piede in Corso Marconi è subito soprannominato “la Tigre”, per la ferocia con cui tratta i vecchi dirigenti. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><img class="alignleft size-full wp-image-717" title="big_debenedetticarlo" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/07/big_debenedetticarlo.jpg" alt="big_debenedetticarlo" width="217" height="296" />Carlo De Benedetti nel 1976 ha la fama di essere un manager dinamico e pieno di talento, tanto che l’ex compagno di scuola Umberto Agnelli e suo fratello Gianni lo chiamano con loro alla Fiat. Appena messo piede in Corso Marconi è subito soprannominato “la Tigre”, per la ferocia con cui tratta i vecchi dirigenti. Lo stesso Avvocato più di una volta cerca di placarlo. Una mattina, incontrandolo in corridoio, gli dice: «Ingegnere, non le manca nulla: è giovane, bello, ha soldi. Perché non pensa un po’ anche a divertirsi?» Ma lui è fatto così e capisce che lì non è aria. E, dopo appena 100 giorni, se ne va dalla Fiat sbattendo la porta. Fonda la <strong>Cir</strong> (Compagnie Industriali Riunite), trasformando una piccola conceria in una delle più importanti holding private italiane e, poco dopo, la Cofide (Compagnia Finanziaria De Benedetti). Nel 1978 si assicura una partecipazione importante alla Olivetti ed è nominato amministratore delegato portandola in attivo in poco tempo e, forte di questa esperienza, comincia ad acquistare altre aziende in difficoltà. <span id="more-715"></span><img class="alignleft size-full wp-image-718" title="olivetti_m24_1" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/07/olivetti_m24_1.jpg" alt="olivetti_m24_1" width="350" height="402" />Nel 1983 conclude un accordo con l’americana AT&amp;T, in base al quale il gigante americano delle telecomunicazioni diventa azionista primario della Olivetti, un’alleanza strategica per gli anni a venire. Due anni dopo, quando i prezzi delle azioni italiane cominciano a salire, capisce meglio di ogni altro il significato della nuova fase del mercato azionario italiano e, soprattutto, è in grado di tradurre questo mutamento a suo profitto, tanto che – “usando” il mercato – riesce a mettere in cassa oltre 3.000 miliardi di lire; il tutto senza mai varcare la porta di Mediobanca per chiedere aiuti appoggi o suggerimenti. La Cir, ormai, conta più di 10 mila dipendenti. Decide che è il momento di togliersi qualche sassolino dalle scarpe e ributtarlo al mittente, la famiglia Agnelli. Nel gennaio del 1985 Mediobanca sta per definire la vendita della <strong>Buitoni</strong> e della sua controllata Perugina al gruppo alimentare francese Bsn, che – nel disegno di Cuccia – sarebbe poi diventata un’azienda partner del Gruppo Fiat. Mancano poche ore alla firma del contratto quando De Benedetti, attraverso un suo emissario, fa pervenire ai Buitoni un’offerta più alta, assicurandosi il gruppo alimentare italiano. È un periodo d’oro per lui e per le sue aziende, è riconosciuto dall’élite del mondo finanziario internazionale e attirare a sé investitori preziosi. Diviene membro dell&#8217;European Advisory Committee del New York Stock Exchange, azionista di maggioranza della <strong>Sme</strong>, azienda proprietaria dei marchi Motta, Alemagna, Bertolli, supermercati Gs e Autogrill. L&#8217;investimento è di 497 miliardi di lire per il 64% delle azioni, operazione controversa e al centro di aspre polemiche visto che la capitalizzazione è pari a 1.300 miliardi di lire. Gli attacchi agli Agnelli proseguono: parla della Fiat e di Mediobanca come di un «sistema feudale» che favorisce la proprietà personale o familiare di società in contrasto con il concetto americano di azionariato pubblico. Anche il modo di gestire le aziende è completamente rivoluzionario: per De Benedetti operai e sindacati non sono i nemici; ascolta e tratta con tutti anche col Pci; per i manager introduce il sistema di incentivo legato agli utili, mai visto prima in Italia. Nel 1986 è convinto di essere alle soglie di una “rivoluzione sociale” nella finanza italiana perché milioni di italiani cominciano a seguire, per la prima volta, l’andamento del mercato azionario. Per lui il lavoratore è insieme un contribuente, un risparmiatore e un consumatore: «se riconosciamo questo &#8211; dichiara &#8211; l’anacronistica idea italiana di coscienza di classe può finire nella spazzatura». Ormai è il pioniere della “nuova Italia”, il profeta della rivitalizzazione della nostra economia, il suo viso riempie le copertine italiane ed estere. E poi, se per tutti Gianni Agnelli è l’Avvocato, lui diventa l’Ingegnere. Una consacrazione che lo spinge ancora a prendersi qualche rivincita. In un’intervista a un giornale statunitense, rispondendo a una domanda sul rispetto dell’economia verso Gianni Agnelli risponde: «Io sono un industriale tutto il giorno. Lui non so: certo non si può essere industriale e playboy, sono due cose che non stanno insieme». E a novembre, a Roma, in occasione dell’European Business Forum, davanti a una platea di banchieri e industriali di tutto il mondo (e davanti all’Avvocato) parla esplicitamente di “rottura positiva” nel capitalismo italiano: «si è disintegrato un sistema irrigidito attorno a pochi poli di natura familiare o pubblica, che in passato aveva monopolizzato la crescita del mercato capitale riducendone le potenzialità. Sono in atto nuove fusioni, caratterizzate da una maggiore presenza sul mercato e, di conseguenza, dalla creazione di un sistema più articolato e pluralistico». Parole forti, che non sono rimaste nelle orecchie degli Agnelli e di Cuccia. Intanto lo shopping continua e nel 1987 Cir assume un ruolo di rilievo nel gruppo Mondadori che, nel 1989, assume il controllo del gruppo Espresso e, quindi, anche del quotidiano <strong>La Repubblica</strong>. Olivetti, intanto, è il secondo produttore mondiale di personal computer e il titolo, in Borsa, raggiunge il suo massimo storico. All&#8217;Ingegnere, l’Italia comincia a andargli stretta, ambisce a un ruolo in Europa e nel gennaio 1988 tenta l’assalto alla Société Générale de Belgique, un gigantesco gruppo con base a Bruxelles da cui dipende circa un terzo dell’economia belga. Convinto di avere la vittoria in mano, De Benedetti il 14 aprile, in occasione dell’assemblea degli azionisti, si accorge di avere sbagliato i calcoli e di non riuscire a raggiungere la maggioranza: un errore che gli costa 1.000 miliardi di lire. Nel 1993, in piena bufera Tangentopoli, presenta al pool di Mani Pulite un memoriale in cui ammette il pagamento di 10 miliardi di lire in tangenti ai Partiti di governo e funzionale all&#8217;ottenimento di una commessa dalle Poste, consistente in telescriventi e computer. È iscritto nell’elenco degli indagati ma non viene mai a processato. </p>
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		<title>Il premier senza volto</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jul 2009 19:44:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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<p class="MsoNormal"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-697" title="200px-goria11" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/07/200px-goria11-150x150.jpg" alt="200px-goria11" width="150" height="150" />Giovanni Goria, democristiano nato ad Asti nel 1943, è stato il più giovane presidente del Consiglio dei Ministri. Si iscrive alla Dc a soli diciassette anni e, a 23, è eletto alla Camera. Dal 1981, quando diventa sottosegretario al Bilancio nel I Governo Spadolini, ricopre incarichi ministeriali fino a quando, su indicazione del segretario del suo partito De Mita, nel 1987, diventa presidente del Consiglio a soli 44 anni, carica che lascerà proprio a De Mita nemmeno un anno dopo, quando si dimette in seguito alla bocciatura del suo Bilancio. Non ha mai avuto un forte peso politico, tanto che il vignettista Giorgio Forattini, su Repubblica, lo disegna con il volto vuoto, incorniciato solo da barba e capelli fluenti.</p>
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		<title>GUEST</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Sep 2008 08:07:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pino Casamassima, uno che di terrorismo se ne intende, dice la sua sullo scontro tra Adriano Sofri e Mario Calabresi, figlio del commissario assassinato nel &#8217;72 da un commando di militanti di Lotta Continua Non sono io il terrorista. Parola di Adriano Sofri  di Pino Casamassima «Donnez-nous vos bombardiers et nous vous donnons nos couffins» [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal"><em>Pino Casamassima, uno che di terrorismo se ne intende, dice la sua sullo scontro tra Adriano Sofri e Mario Calabresi, figlio del commissario assassinato nel &#8217;72 da un commando di militanti di Lotta Continua</em></p>
<p class="MsoNormal"><span><strong>Non sono io il terrorista. Parola di Adriano Sofri</strong></span></p>
<p class="MsoNormal"><span> di Pino Casamassima</span></p>
<p class="MsoNormal"><span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/09/sofri-1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-256" title="sofri-1" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/09/sofri-1.jpg" alt="" width="250" height="160" /></a>«Donnez-nous vos bombardiers et nous vous donnons nos couffins» (<em>Dateci i vostri bombardieri e noi vi daremo i nostri cestini</em></span><span>): così risponde Ben M’Hidi, uno dei leader del Fronte di liberazione algerino, al generale francese Jacques Massu, che dopo averlo fatto prigioniero gli urla di vergognarsi di essere un terrorista capace di mandare le donne con i cestini imbottiti di esplosivo fra la gente nei mercati. Un episodio della sanguinosa guerra di liberazione algerina contro i colonialisti francesi, che dimostra quanto sia antica e irrisolta la questione attorno alla definizione di “terrorismo”: “Azione e metodo di lotta politica (per difendere o più spesso per sovvertire o destabilizzare una<span>  </span>struttura di potere) – riporta la Treccani – che, per imporsi, fa uso di atti di estrema violenza, come attentati e sabotaggi, […] allo scopo di suscitare il panico e la reazione emotiva della popolazione […]”. Ma cotanta autorevolezza non basta per chiudere una discussione storicamente lunga.<span id="more-252"></span><br />
<span><strong><em><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/09/simbolo-lotta-continua2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-259" title="simbolo-lotta-continua2" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/09/simbolo-lotta-continua2.jpg" alt="" width="500" height="225" /></a>La rottura di un tabù </em></strong></span><span>Una questione che, anzi, invece di chiudersi, si riapre ciclicamente. Com’ è accaduto nei giorni scorsi, dopo che Adriano Sofri ha commentato negativamente un articolo scritto da Mario Calabresi su <em>Repubblica</em>, in cui aveva raccontato di un incontro organizzato dal segretario delle Nazioni Unite tra le vittime del terrorismo, al quale lui aveva preso parte in quanto figlio del commissario assassinato a Milano il 17 maggio 1972 da un commando di militanti di Lc.<span> </span></span></span>
</p>
<p class="MsoNormal"><span><span><span>«Desidero muovere la più ferma obiezione – scrive Sofri sul <em>Foglio</em></span><span> – a questa considerazione dell’omicidio Calabresi». Un’obiezione mossa a “doppio titolo”. Il primo deriva dall’essere lui – per la Giustizia italiana – il mandante di quell’omicidio. Il secondo, dal fatto che «Mario Calabresi parla sentitamente delle vittime, “donne e uomini che stavano vivendo la loro vita e non erano in guerra con nessuno”. Con Pino Pinelli e Luigi Calabresi non fu così. Non c’era una guerra, ma molti di noi erano in guerra con qualcuno». Secondo Sofri la morte di Luigi Calabresi deve essere collegata alla strage di piazza Fontana, alle accuse «premeditate e ostinate» contro gli anarchici che sono all’origine della morte di Pino Pinelli, delle quali «Luigi Calabresi fu non certo l’autore, ma un attore di primo piano di quella ostinata premeditazione ». La sua morte – scrive Sofri – non è terrorismo, ma semmai «l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca».<span>  </span></span></span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span><span>Ancora una volta, dunque – e difficilmente si potrebbe contestarne la datazione – si riconduce al 12 dicembre del ’69 l’origine di tutti i “mali” successivi. Ma non è questo che fa sobbalzare nelle parole di Sofri. Quel che scuote è la rottura di un tabù: cioè l’inedita conflittualità con un componente della famiglia Calabresi. Nella fattispecie, Sofri entra in polemica con Mario – autore<span>  </span>di un libro sulla vicenda di suo padre e della sua famiglia – che si limita a un commento lapidario: «Ero e rimango molto contento di aver partecipato all’iniziativa dell’Onu. Si trattava di un simposio sulle vittime del terrorismo, ed è stato emozionante, intenso, un’esperienza di grande valore».</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span><span><strong><em>Distinzioni pericolose </em></strong><span>«Davvero non capisco dove voglia andare a parare Sofri – dice Gerardo D’Ambrosio, oggi senatore del Pd e, all’epoca dei fatti, giudice istruttore che pronunciò la discussa sentenza sulla fine di Pinelli, quella del singolare e fino ad allora sconosciuto “malore attivo” –. La sua uscita è fuori luogo. Dice il falso quando attribuisce la responsabilità della pista anarchica al povero Luigi. Fu la Polizia di Roma ad ordinare il fermo di Valpreda. Ma poi, se non è stato terrorismo quel delitto, mi domando cosa può esserlo. Esiste per caso un tribunale che condannò a morte Calabresi? Non mi risulta. Quell’uomo fu vittima di una campagna di denigrazione atroce, senza precedenti e mai più ripetuta, per fortuna. Credo che suo figlio sia andato all’Onu con pieno diritto. Che sia proprio Sofri ad affermare il contrario, mi sembra grave».</span></span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span><span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/09/calabresi-corriereinfo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-260" title="calabresi-corriereinfo" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/09/calabresi-corriereinfo.jpg" alt="" width="295" height="207" /></a>Ecco le parole scritte da Sofri sul <em>Foglio</em></span><span>, che D’Ambrosio non capisce: «Io, che non sono mai stato terrorista e sono stato sempre avverso al terrorismo, anche quando ritenevo la violenza necessaria a cambiare il mondo, se oggi volessi difendermi in giudizio da chi mi insulta chiamandomi “ex-terrorista” (vedi Wikipedia, nda), potrei fare appello all’imputazione che mi venne mossa, e che rinunciò del tutto all’addebito dell’associazione sovversiva o della finalità di terrorismo, trattando l’omicidio di Luigi Calabresi come un affare di diritto comune. Tanto che ricevetti anch’io, ex officio, i tre anni di riduzione della pena previsti dall’indulto, dal quale erano escluse le condanne per fatti di terrorismo».</span></span></p>
<p><span><span>Parole che, rimbalzate sul <em>Corriere</em></span><span>, oltre a far sussultare D’Ambrosio, trovano sponde diverse, con onde che si dividono equamente fra destra e sinistra, ma con queste ultime a fare più impressione quando arrivano ad esempio da uomini di <em>provata fede </em></span><span>“sofrista”. Come Piero Sansonetti: «Sofri opera una distinzione tra terrorismo e giustizialismo violento, e rivendica la categoria del giustizialismo per l’omicidio Calabresi, distinzione operata sulle caratteristiche e sulle biografie delle vittime […]. A me questo ragionamento sembra pericolosissimo […]. Reintroduce nel dibattito politico un’idea totalitaria di innocenza e colpa, e di gradazione del diritto alla violenza, che può portare ai più terribili disastri culturali e politici». Come Giovanni Russo Spena: «Adriano non è certo un terrorista, ma questa volta ha sbagliato, pur all’interno di un ragionamento importante. Non credo esistano gradazioni alla definizione di terrorismo. E quel delitto rientra appieno nella categoria». Come Gianfranco Bettin: E’ una distinzione sottile fra crimine politico e terrorismo. Ma dal punto di vista delle vittime non cambia nulla, è pura accademia. Il suo è un grido, e come tale non proprio meditato».</span></span></p>
<p><span><span><strong><em>Uno che se ne intende </em></strong></span><span>E dire che Francesco Cossiga, uno che insomma s’intende della questione, in un’intervista rilasciata il 7 febbraio 2002 a Gian Antonio Stella per il <em>Corriere</em></span><span>, era così intervenuto sulla vessata questio: «Piano con i “terroristi”. Rileggendoli ora, quei dati, e considerando che sono state sei o settemila le persone finite in carcere per periodi più o meno lunghi, va ricordato che aveva ragione Moro: ci trovavamo davanti a un grosso scoppio di eversione. Non di terrorismo. Il terrorismo ha una matrice anarchica che punta sul valore dimostrativo di un attentato o di una strage. L&#8217;eversione di sinistra non ha mai fatto stragi. Ci trovavamo davanti a una sovversione. A un fenomeno politico. A un capitolo della storia politica del Paese».</span></span></p>
<p><span><span>Da parte sua, lo storico Giovanni Sabbatucci coglie al volo l’occasione della polemica per dire innescare a sua volta un’altra miccia: «l’idea di strage di Stato – scrive sul <em>Corriere</em></span><span> – è priva di fondamento». Una tesi che lo storico supporta con la mancanza di totale anche di una – «anche una sola» – sentenza che dimostri il coinvolgimento di uomini “di Stato” nelle stragi che hanno insanguinato il Paese. Tesi che fa imbufalire parecchi, a cominciare da Pancho Pardi, che su <em>Micromega</em>, dopo aver contrastato furiosamente Sabbatucci nello specifico («[…] la prova maestra di quanto fosse infondata l’idea dello stato stragista starebbe nel fatto che la tesi non è mai stata confermata da prove. Argomento di dubbia validità: se lo Stato aveva qualche motivo ad assecondare azioni stragiste, sarà ragionevole supporre che facesse il possibile per non lasciare tracce della gravissima tendenza»), entra a gamba tesa sulle “origini” di quelle stragi. Insomma, sul “movente criminoso”. E per Pardi il “movente “ è da ricercare nella «ferma intenzione degli Usa di sbarrare il cammino alla possibilità del Pci di giungere al governo del paese. Una prassi analoga più sbrigativa fu poi adottata in Cile. La classe dirigente del Pci se ne fece una ragione ammettendo il principio che non avrebbe potuto raggiungere l’obiettivo contro la volontà degli Usa. E questo è il motivo principale per cui nessuno ha ormai un vero interesse a chiarire i misteri che, in realtà, chi sa dà per chiariti, e ritiene più utili per tutti consegnare all’oblio».</span></span></p>
<p><span>In effetti, la “strizza” per quanto accaduto in Cile, spinse Berlinguer a lanciare “il compromesso storico” con i cattolici, scoprendo però di conseguenza il fianco alla sinistra del Pci, dove alcuni – sentendosi ulteriormente “traditi” dopo il “tradimento” consumato all’indomani della Liberazione – crederanno appunto di conquistare “la società dell’avvenire” utilizzando il “terrorismo” (o se si preferisce, la “lotta armata”).</span></p>
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		<title>Tutto nasceva e niente finiva</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jun 2008 09:50:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--><span lang="IT"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-105" title="Barbie Hippie" src="http://www.lucapollini.net/wp/wp-content/uploads/2008/07/84531663_09da3a49de-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Il libro dedicato agli anni <a href="http://www.lucapollini.net/wp/libri/i-settanta-gli-anni-che-cambiarono-litalia/" target="_blank">Settanta,</a> che ho scritto tra il 2003 e il 2004, non un’operazione nostalgia, né una sorta di ‘il meglio di…’, o ‘Le 100 cose per cui è valsa<span> </span>la pena di vivere…’. È semplicemente un libro che racconta la storia di quegli anni, che definirei un’opera di archeologia culturale e giornalistica: perché quei libri, quegli oggetti, quelle canzoni, quei film hanno qualcosa da dire anche oggi, a trent’anni di distanza. Oggi più che mai, capita sempre più spesso di guardare indietro, forse per cercare un ragionamento o un senso a ciò che si sta facendo oppure per trovare la forza di uscire dall’involucro di ovatta in cui ci hanno infilato. Il libro si può leggere anche come una visita di un museo, dove via via vengono aperte alcune stanze (politica, cultura, cronaca). Un museo aperto non solo per ‘noi’ che abbiamo vissuto il decennio lungo del secolo breve, e che forse siamo un po’ troppo nostalgici (io per primo), ma soprattutto per chi i Settanta gli ha solo sentiti raccontare. E che vorrebbe riviverli. <span id="more-4"></span>I Settanta, sono stati anni di cambiamenti nel lavoro, nella politica, nei rapporti umani, nella cultura, cambiamenti ‘gridati’ con fierezza e senza paura, sono stati anni in cui non c’è mai stato un revival, in cui la parola ‘riflusso’ veniva bandita. Ed è proprio in questo decennio che si è imparato a vivere con la ‘crisi’. Tutto era in crisi, ma niente finiva. Anzi, nasceva. Sono nate le targhe alterne e le domeniche a piedi, le radio e le tv private; i raduni musicali, la maggiore età a 18 anni; il quotidiano la <a title="la Repubblica" href="http://www.repubblica.it" target="_blank">Repubblica</a>; le elezioni amministrative regionali e quelle europee, i gruppi extraparlamentari, i collettivi, gli scontri di piazza, il femminismo, le case occupate&#8230; Insomma, a me non è mai importato se i miei sogni, se la mia fantasia non è andata al potere… perché le emozioni di quegli anni non me la potrà mai togliere nessuno. </span><!--EndFragment--></p>
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