A metà dagli anni Sessanta, nelle grandi città italiane, si registra la prima svolta sociale e culturale del mondo giovanile: i ragazzi si fanno crescere i capelli, non portano più la cravatta, indossano i blue jeans, si ribellano agli atteggiamenti autoritari sia dei genitori sia degli insegnanti e, non sono pochi, scappano di casa, chi per seguire un proprio ideale chi, semplicemente, in cerca di avventure. In questo clima, a Roma, il 17 febbraio 1965, nasce il Piper Club, primo locale pensato e realizzato unicamente per i giovani grazie ad Alberico Crocetta, avvocato e imprenditore amico di Renzo Arbore, Giancarlo Bornigia, impresario. È un locale totalmente nuovo nella concezione dello spazio di sala da ballo: la pista centrale, illuminata da 350 luci, contiene oltre 100 persone (è la più grande d’Italia) ed è spezzata da pedane luminose; la scenografia è ideata dall’artista Claudio Cintoli, un’opera pop-art dal titolo Il giardino di Ursula composta da una sequenza di gigantografie – tra le quali due labbra sorridenti – e sculture realizzate con materiali di recupero; sui muri dietro al palco si alternano opere di Andy Wharol, Manzoni, Mimmo Rotella, Mario Schifano, Robert Rauschenberg. Continua a leggere…
Certo il lutto non farà clamore come quello di Wright dei Pink Floyd, però, per chi come me si è formato nei Settanta, la notizia lo fa fermare a pensare. Stefano Rosso, cantautore romano, è morto ieri sera a sessant’anni. Stefano chi? Stefano Rosso, quello “dello spinello”. Stefano, garbato con la “erre” moscia, cantante e chitarrista, vero cognome Rossi, faceva parte della scuola dei cantautori romani. E negli anni ha mantenuto uno zoccolo duro di fan. Aveva debuttato nel 1969, in coppia col fratello nel duo Romolo e Remo, con la canzone Io vagabondo, ma balzò improvvisamente alla ribalta nel 1976 grazie a La storia disonesta dove cantava che a lui bastava «due amici una chitarra e lo spinello» e tutto il resto non gli importava niente. Forse, aveva ragione lui.
Se n’è andato in punta dei piedi, in silenzio. Così come discretamente ha vissuto la sua vita da rock star. Richard Wright, morto di cancro a 63 anni, è stato sempre visto come “il lato buono dei Pink Floyd”, sarà stato per la sua faccia da bravo ragazzo, o per la sua compostezza nei concerti seduto alle tastiere, anche nell’epoca della psichedelia più dura. Continua a leggere…
