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	<title>Retrovisore &#124; un sito di Luca Pollini &#187; Flower Power</title>
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		<title>Buon compleanno, Woodstock</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Aug 2009 12:34:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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<p class="MsoNormal"><img class="alignleft size-full wp-image-755" title="woodstock-poster-14" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/08/woodstock-poster-14.jpg" alt="woodstock-poster-14" width="305" height="483" />Woodstock compie quarant&#8217;anni. Non è stato un semplice raduno rock, ma un evento che è passato alla storia per diversi motivi: ha cambiato la musica rock, ha fatto scoprire al mondo che esistevano i “giovani” come categoria sociale, perché ha riunito spontaneamente (in un’epoca in cui comunicare non era immediato come oggi) oltre mezzo milione di persone che condividevano gli stessi ideali. Quello nato come un semplice raduno rock è oggi sinonimo di pace, musica e contestazione.</p>
<p class="MsoNormal"><strong>Così nacque il megafestival <span style="font-weight: normal;">Cittadina in stile coloniale, Woodstock si trova 100 miglia a Nord di New York ed è famosa nel mondo per il più grande evento controculturale. Gli organizzatori del megaconcerto sono quattro: Michael Lang, 23 anni, Artie Kornfeld, 25 anni, John Roberts, 23 anni, e Joel Rosemann, 25 anni: i primi due hanno l’idea, gli altri ci mettono il capitale. È l’inverno del 1969 quando i quattro s’incontrano perché Lang e Kornfeld rispondono a un annuncio, fatto pubblicare da Roberts e Rosemann sul New York Times, che dice: «<em>Giovani dal capitale illimitato cercano idee e opportunità da finanziare</em>». Il progetto che presentano Lang e Kornfield è quello di creare uno studio di registrazione unico al mondo, tecnicamente all’avanguardia, con tutte le comodità per i musicisti compresa la vista sul magnifico panorama delle Catskill Mountains di Woodstock. Per l’inaugurazione pensano a un concerto in piazza con i maggiori nomi del rock, Bob Dylan in testa.<span id="more-748"></span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-weight: normal;">I due “finanziatori” pensano subito al business: e perché non organizzare un megaconcerto all’aperto durante l’estate? I ricavi dei biglietti (ne prevedono 40 mila a 18 dollari l’uno) li investiranno poi nei lavori dello studio di registrazione. Per organizzare un cast degno si rivolgono a John Morris, uno dei promoter più in auge. Presto, però, si accorgono che Woodstock non ha una zona in grado di contenere un palco enorme e 40.000 persone, perciò ripiegano su un campo all’interno di una fattoria a 60 miglia a sud di Woodstock. Il proprietario dell’area, Max Yasgur, all’inizio non ne vuole sapere ma cede alle insistenze del figlio appassionato di musica rock. Nei campus delle università degli States inizia a diffondersi la notizia che a Ferragosto, a nord di New York, succederà qualcosa di grosso e il 14 agosto, il giorno prima dell’apertura del festival, fuori dai cancelli c’è già una folla di 50.000 persone, almeno 10.000 più del previsto.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-weight: normal;"><strong><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-756" title="woodstock_redmond_stage" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/08/woodstock_redmond_stage-150x150.jpg" alt="woodstock_redmond_stage" width="150" height="150" />Woodstock nation</strong> Gli organizzatori cominciano a capire che l’evento non solo gli sta scoppiando nelle mani, ma che ha tutte le carte in regola per diventare il più grande evento rock del mondo. Tolgono le palizzate e il festival viene ufficialmente dichiarato gratuito: il campo viene invaso da oltre mezzo milione di giovani, provenienti da tutto il mondo. I giornali parlano di <em>Woodstock Nation</em>: in effetti, per tre giorni la fattoria di Max Yasgur è stata un Paese a sé, una zona franca dove gli ideali di libertà regnavano sovrani, grazie ai quali si è svolto un evento culturale di importanza sociologica forse irripetibile. A causa della folla e degli ingorghi sulle strade, gli organizzatori noleggiano 18 elicotteri per trasportare gli artisti dall’aeroporto di New York al palcoscenico, a causa dei ritardi la scaletta della manifestazione è rivoluzionata e viene improvvisata sul momento. Richie Havens che è il primo a esibirsi perché il suo è un gruppo acustico (sono solo in tre) e ci sta su un solo elicottero. Havens è costretto a suonare per due ore e mezza perché non c’è nessuno pronto a salire sul palco dopo di lui: la leggendaria interpretazione di <em>Freedom</em>, con lunghe improvvisazioni, è frutto anche di questi eventi.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong>Flop economico? Mah…</strong> Gli organizzatori sostengono di averci perso: certo è che il film-documentario di Michael Wadleigh ha vinto il premio Oscar e i due album prodotti, uno triplo e uno doppio, hanno venduto milioni di copie. Molti musicisti sono stati ingannati: al momento dell’ingaggio in pochi sapevano che sarebbero stati prodotti film e dischi e così non hanno mai ricevuto un dollaro per i diritti di riproduzione. Ma i gruppi rappresentati da manager scafati, come i Grateful Dead, i Jefferson Aiplane, i Creedence Clearwater Revival o The Band, non rilasciano i diritti di riproduzione e così le loro esibizioni scompaiono sia dall’album sia dal video. Quindi a Woodstock non tutto è stato fatto con “pace, amore &amp; musica”, qualcuno, sicuramente, ci ha guadagnato.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal"><strong><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-757" title="DZ006460" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/08/henry-diltz-woman-and-children-at-woodstock-150x150.jpg" alt="DZ006460" width="150" height="150" />Non solo tre giorni </strong>Ma il Festival non ha chiuso il 17 agosto. Della tre giorni a ritmo di rock se ne continua a parlare per mesi. E non sempre bene: in molti, infatti, bollano il raduno come: «<em>La più grande orgia di sesso e droga dal tempo dell’Impero Romano</em>». Il capo della Polizia locale, però, spiazza tutti e, durante la conferenza stampa di chiusura dell’evento, tranquillizza i giornalisti e l’opinione pubblica, dicendo che non è successo nulla fuori dalla legge, anzi: «Bisogna essere orgogliosi di ragazzi come questi».<strong> </strong></p>
<p class="MsoNormal">Woodstock è stato sicuramente l’inizio dell’industrializzazione della musica, della presa di potere del marketing delle multinazionali che scoprono il nuovo enorme mercato della cultura giovanile e fanno di tutto per appropriarsene. Sono in molti, però, siano essi cantanti, musicisti, tecnici, organizzatori, che devono la loro carriera al solo fatto di aver partecipato all’evento che ha segnato per sempre la cultura giovanile e non solo: ha segnato per sempre anche la musica. Dopo Woodstock, infatti, le rockstar sono diventate ufficialmente ricche. Si comprano ville e macchine di lusso ma, nelle interviste, continuano a sostenere ideologie rivoluzionarie, a favore dell’amore e dell’uso delle droghe leggere, contro la violenza e la guerra. Qualcuno riesce a gestire il successo e il benessere improvviso, altri meno.</p>
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		<title>La sacerdotessa del Flower Power</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Nov 2008 12:02:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Protagonista della Bay Area, Grace Slick è la front girl e vocalist dei Jefferson Airplane, gruppo che contribuisce a rinnovare radicalmente la scena rock californiana. La Slick, giovane, grintosa, intelligente, creativa e piena di talento, porta la corona di &#8220;sacerdotessa del flower power&#8221;, anche perché voce, fisico, carica sensuale e modi trasgressivi si prestano alla costruzione del mito. [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-403" title="grace" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/11/grace-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /> <!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">Protagonista della Bay Area, Grace Slick è la front girl e vocalist dei Jefferson Airplane, gruppo che contribuisce a rinnovare radicalmente la scena rock californiana. La Slick, giovane, grintosa, intelligente, creativa e piena di talento, porta la corona di &#8220;sacerdotessa del flower power&#8221;, anche perché voce, fisico, carica sensuale e modi trasgressivi si prestano alla costruzione del mito. Con i Jefferson Airplane dà vita a una serie di dischi e concerti memorabili, dove la sua voce, dolce e aggressiva allo stesso tempo, rende inconfondibile un sound dalle tinte acide e psichedeliche. Stufa della carriera musicale, riesce a strappare un contratto di un milione di dollari per scrivere la sua biografia, <em>Somebody To Love</em>. Poi decide di dedicarsi anima e corpo a un vecchio hobby: la pittura (la copertina del primo album solista <em>Manhole</em>, del 1974, è un suo autoritratto). Nei quadri dipinge i volti dei suoi amici dell’epoca, Jimi Hendrix, Jim Morrison, Jerry Garcia, Janis Joplin; illustra scene immaginifiche da Alice nel Paese delle Meraviglie e, nonostante da diversi anni risieda a Malibu, si diverte sempre a ritrarre particolari di San Francisco. Durante le mostre vende i suoi quadri a migliaia di dollari e, a chi le fa i complimenti per l’intramontabile bellezza, risponde: «<em>A 64 anni nessuno può essere bello. Cerco soltanto di essere presentabile. E non fatemi foto: è una cosa che ho sempre odiato anche quando avevo più motivi di mostrarm</em><em>i</em>».</p>
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		<title>Il mistero degli Hippie</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Nov 2008 11:14:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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<p class="MsoNormal"><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/11/6a00d8341c717753ef00e54f4e72198834-800wi.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-397" title="6a00d8341c717753ef00e54f4e72198834-800wi" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/11/6a00d8341c717753ef00e54f4e72198834-800wi-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>C’è qualcosa di misterioso nel fenomeno del movimento hippie, qualcosa che è sempre sfuggito e che sociologi, politici, media, non sono mai riusciti a spiegare. Lo straordinario è come un movimento giovanile, durato poco più di tre anni, sia riuscito a far parlare di sé condizionando un’intera generazione, come se fosse durato un decennio; e che ancora oggi, quarant’anni dopo, riesca ancora ad affascinare. La sola spiegazione che sono riuscito a darmi di questo fenomeno è che debba il suo successo alla sua filosofia. Quello degli hippie, infatti, è stato l’unico movimento culturale che ha fondato il suo credo esclusivamente nella divulgazione della pace e dell’amore, senza aver mai abbracciato un’ideologia politica. <span id="more-395"></span>Una filosofia e non solo uno stravagante stile di vita, quella del <em>peace &amp; love</em><span>, che non poteva non nascere che negli Stati Uniti dove la maggioranza della popolazione, in un momento di ripresa economica, si identifica nell’</span><em>American dream</em><span>. Il </span><em>Grande sogno</em><span> che diffonde sicurezza e secondo il quale «ognuno negli Stati Uniti può avere successo e prosperare». Siamo agli inizi degli anni Sessanta, anni in cui è vincente lo stereotipo della famiglia felice composta da due giovani, belli, puliti, con due bambini, altrettanto belli e puliti, che vivono in una villetta, con cane, gatto e giardino, tv (sempre accesa) in salotto e macchinona nel garage. Per loro, ovviamente, un roseo futuro all’orizzonte.<a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/11/washington_dc_014_arlington_cemetery_headstones_rows_big.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-398" title="washington_dc_014_arlington_cemetery_headstones_rows_big" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/11/washington_dc_014_arlington_cemetery_headstones_rows_big-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><br />
</span>
</p>
<p class="MsoNormal"><span>A svegliare tutti arriva il Vietnam: gli americani vanno in guerra. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Gli <em>hippie</em><span>, o i </span><em>flower children</em><span>, colgono l’artificiosità del modello proposto dalla società, si rendono conto che la felicità è contrabbandata e mascherata dal comfort, mettono a fuoco la monotonia del vivere quotidiano e svelano il più radicato tabù della società borghese: il sesso. Si<span> </span>spogliano, non solo fisicamente, di tutti gli stereotipi e fondono la cultura insieme alla politica, insieme alla musica, insieme all’arte. La loro filosofia si basa semplicemente sul rifiuto della società capitalistica e del benessere, sulla volontà di costruire un mondo fondato su alti valori, che non hanno nulla a che fare con i dollari e gli status symbol. Si diffonde l’amore, inteso come modo di porsi di fronte alle cose, alle persone, al sesso, alla vita. Raccolgono seguaci in tutto il mondo, milioni di giovani restano affascinati dall’approccio liberatorio verso la vita. I portavoce sono le rockstar, icone di una musica e uno stile di vita immortale, vite bruciate troppo presto dalla droga e dagli eccessi. Da tutto il mondo, coloro che si sentono partecipi a queste idee, si radunano in modo spontaneo e inarrestabile. Sono musicisti, poeti, scrittori, insegnanti, a cui si uniscono pure nullafacenti, imbroglioni e semplici sognatori. La ‘rivoluzione dell’amore’ si dilaga. Il <em>Flower Power</em><span>, come lo definiscono i media, però non ce la fa; il Potere non lo conquista, forse perché non era quello che interessava, non era quello che volevano i “figli dei fiori”. O, forse, perché parole come Pace e Amore cominciavano ad essere una minaccia per l’America, impegnata nelle guerre contro Vietnam e Cambogia, in rapporti tesi con l’Unione sovietica, con conflitti razziali interni e con presidenti e predicatori assassinati. Il trasgressivo slogan dei Figli dei fiori è stato: <em>Fate l’amore, non fate la guerra</em><span>. Ma la storia e gli eventi lo capovolsero in </span><em>Non fate l’amore, fate la guerra</em><span>. Purtroppo, così fu.</span></span></span></span></p>
<p class="MsoNormal"> </p>
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		<title>Con Obama tornerà un grande Paese?</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Nov 2008 16:49:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sono passati quarant&#8217;anni da quando, al Moma di New York, si proiettò l’anteprima di Easy Rider, film diretto da un esordiente Dennis Hopper e che, come nessun altro, è riuscito a immortalare il sogno hippie, quello cioè di attraversare gli Stati Uniti in moto alla ricerca della libertà. Nel film ci sono tutti gli ingredienti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/11/easy-rider.bmp"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-411" title="easy-rider" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/11/easy-rider.bmp" alt="" /></a>Sono passati quarant&#8217;anni da quando, al Moma di New York, si proiettò l’anteprima di <em>Easy Rider</em><span>, film diretto da un esordiente Dennis Hopper e che, come nessun altro, è riuscito a immortalare il sogno hippie, quello cioè di attraversare gli Stati Uniti in moto alla ricerca della libertà</span><span>. Nel film ci sono tutti gli ingredienti dell’ideologia del Movimento dei Figli dei fiori: oltre la ricerca della libertà, c’è la droga, il rock (splendida la colonna sonora scritta, tra gli altri, da Roger McGuinn e con brani degli Steppenwolf e di Jimi Hendrix), il concetto di amicizia. Infine lancia una moda, quella del chopper, le moto personalizzate con le forcelle lunghissime, la sella con lo schienale, il serbatoio coloratissimo. I protagonisti del film, Hopper, Peter Fonda e Jack Nicholson, altro non sono che dei cavalieri, con la moto per cavallo e la chitarra come fucile, che agiscono fuori dalla legge (trafficano droga) ma combattono il perbenismo e l’America bigotta. <span id="more-406"></span>Vengono trattati come appestati dagli abitanti della provincia del Sud, a loro non viene dato neppure un alloggio e sono sempre minacciati soltanto per il fatto di essere hippie e di portare i capelli lunghi. Memorabile la frase di Nicholson che, a un certo punto del viaggio, si domanda: <strong>«</strong></span><em><strong>Una volta questo era un grande Paese. Che diavolo gli sarà successo?</strong></em><span><strong>». </strong></span></p>
<p class="MsoNormal">Easy Rider è l’espressione dell’America che vuole ritrovare i valori della libertà, che non sopporta più i limiti del puritanesimo, il conservatorismo fine a se stesso e le discriminazioni razziali. Il finale del film non dà speranza: gli hippie vengono uccisi in sella alle loro moto a colpi di fucili dai “rednecks”, gli abitanti della provincia americana più radicata, contadini e artigiani poco inclini al rinnovamento.</p>
<p class="MsoNormal">Il film è il quadro del fallimento degli ideali dei Figli dei fiori, la sconfitta dei valori basati sull’amore e sulla pace. Fonda, nonostante sia stato pregato in ginocchio da più di un produttore, si è sempre rifiutato di girare un sequel: «<em>Easy Rider è e resterà un film unico. Quell’esperienza, nel bene e nel male, mi ha segnato la vita. Non avrebbe senso ripeterla</em><span>».</span></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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