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	<title>Retrovisore &#124; un sito di Luca Pollini &#187; Figli dei fiori</title>
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		<title>Buon compleanno, Woodstock</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Aug 2009 12:34:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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<p class="MsoNormal"><img class="alignleft size-full wp-image-755" title="woodstock-poster-14" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/08/woodstock-poster-14.jpg" alt="woodstock-poster-14" width="305" height="483" />Woodstock compie quarant&#8217;anni. Non è stato un semplice raduno rock, ma un evento che è passato alla storia per diversi motivi: ha cambiato la musica rock, ha fatto scoprire al mondo che esistevano i “giovani” come categoria sociale, perché ha riunito spontaneamente (in un’epoca in cui comunicare non era immediato come oggi) oltre mezzo milione di persone che condividevano gli stessi ideali. Quello nato come un semplice raduno rock è oggi sinonimo di pace, musica e contestazione.</p>
<p class="MsoNormal"><strong>Così nacque il megafestival <span style="font-weight: normal;">Cittadina in stile coloniale, Woodstock si trova 100 miglia a Nord di New York ed è famosa nel mondo per il più grande evento controculturale. Gli organizzatori del megaconcerto sono quattro: Michael Lang, 23 anni, Artie Kornfeld, 25 anni, John Roberts, 23 anni, e Joel Rosemann, 25 anni: i primi due hanno l’idea, gli altri ci mettono il capitale. È l’inverno del 1969 quando i quattro s’incontrano perché Lang e Kornfeld rispondono a un annuncio, fatto pubblicare da Roberts e Rosemann sul New York Times, che dice: «<em>Giovani dal capitale illimitato cercano idee e opportunità da finanziare</em>». Il progetto che presentano Lang e Kornfield è quello di creare uno studio di registrazione unico al mondo, tecnicamente all’avanguardia, con tutte le comodità per i musicisti compresa la vista sul magnifico panorama delle Catskill Mountains di Woodstock. Per l’inaugurazione pensano a un concerto in piazza con i maggiori nomi del rock, Bob Dylan in testa.<span id="more-748"></span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-weight: normal;">I due “finanziatori” pensano subito al business: e perché non organizzare un megaconcerto all’aperto durante l’estate? I ricavi dei biglietti (ne prevedono 40 mila a 18 dollari l’uno) li investiranno poi nei lavori dello studio di registrazione. Per organizzare un cast degno si rivolgono a John Morris, uno dei promoter più in auge. Presto, però, si accorgono che Woodstock non ha una zona in grado di contenere un palco enorme e 40.000 persone, perciò ripiegano su un campo all’interno di una fattoria a 60 miglia a sud di Woodstock. Il proprietario dell’area, Max Yasgur, all’inizio non ne vuole sapere ma cede alle insistenze del figlio appassionato di musica rock. Nei campus delle università degli States inizia a diffondersi la notizia che a Ferragosto, a nord di New York, succederà qualcosa di grosso e il 14 agosto, il giorno prima dell’apertura del festival, fuori dai cancelli c’è già una folla di 50.000 persone, almeno 10.000 più del previsto.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-weight: normal;"><strong><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-756" title="woodstock_redmond_stage" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/08/woodstock_redmond_stage-150x150.jpg" alt="woodstock_redmond_stage" width="150" height="150" />Woodstock nation</strong> Gli organizzatori cominciano a capire che l’evento non solo gli sta scoppiando nelle mani, ma che ha tutte le carte in regola per diventare il più grande evento rock del mondo. Tolgono le palizzate e il festival viene ufficialmente dichiarato gratuito: il campo viene invaso da oltre mezzo milione di giovani, provenienti da tutto il mondo. I giornali parlano di <em>Woodstock Nation</em>: in effetti, per tre giorni la fattoria di Max Yasgur è stata un Paese a sé, una zona franca dove gli ideali di libertà regnavano sovrani, grazie ai quali si è svolto un evento culturale di importanza sociologica forse irripetibile. A causa della folla e degli ingorghi sulle strade, gli organizzatori noleggiano 18 elicotteri per trasportare gli artisti dall’aeroporto di New York al palcoscenico, a causa dei ritardi la scaletta della manifestazione è rivoluzionata e viene improvvisata sul momento. Richie Havens che è il primo a esibirsi perché il suo è un gruppo acustico (sono solo in tre) e ci sta su un solo elicottero. Havens è costretto a suonare per due ore e mezza perché non c’è nessuno pronto a salire sul palco dopo di lui: la leggendaria interpretazione di <em>Freedom</em>, con lunghe improvvisazioni, è frutto anche di questi eventi.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong>Flop economico? Mah…</strong> Gli organizzatori sostengono di averci perso: certo è che il film-documentario di Michael Wadleigh ha vinto il premio Oscar e i due album prodotti, uno triplo e uno doppio, hanno venduto milioni di copie. Molti musicisti sono stati ingannati: al momento dell’ingaggio in pochi sapevano che sarebbero stati prodotti film e dischi e così non hanno mai ricevuto un dollaro per i diritti di riproduzione. Ma i gruppi rappresentati da manager scafati, come i Grateful Dead, i Jefferson Aiplane, i Creedence Clearwater Revival o The Band, non rilasciano i diritti di riproduzione e così le loro esibizioni scompaiono sia dall’album sia dal video. Quindi a Woodstock non tutto è stato fatto con “pace, amore &amp; musica”, qualcuno, sicuramente, ci ha guadagnato.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal"><strong><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-757" title="DZ006460" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/08/henry-diltz-woman-and-children-at-woodstock-150x150.jpg" alt="DZ006460" width="150" height="150" />Non solo tre giorni </strong>Ma il Festival non ha chiuso il 17 agosto. Della tre giorni a ritmo di rock se ne continua a parlare per mesi. E non sempre bene: in molti, infatti, bollano il raduno come: «<em>La più grande orgia di sesso e droga dal tempo dell’Impero Romano</em>». Il capo della Polizia locale, però, spiazza tutti e, durante la conferenza stampa di chiusura dell’evento, tranquillizza i giornalisti e l’opinione pubblica, dicendo che non è successo nulla fuori dalla legge, anzi: «Bisogna essere orgogliosi di ragazzi come questi».<strong> </strong></p>
<p class="MsoNormal">Woodstock è stato sicuramente l’inizio dell’industrializzazione della musica, della presa di potere del marketing delle multinazionali che scoprono il nuovo enorme mercato della cultura giovanile e fanno di tutto per appropriarsene. Sono in molti, però, siano essi cantanti, musicisti, tecnici, organizzatori, che devono la loro carriera al solo fatto di aver partecipato all’evento che ha segnato per sempre la cultura giovanile e non solo: ha segnato per sempre anche la musica. Dopo Woodstock, infatti, le rockstar sono diventate ufficialmente ricche. Si comprano ville e macchine di lusso ma, nelle interviste, continuano a sostenere ideologie rivoluzionarie, a favore dell’amore e dell’uso delle droghe leggere, contro la violenza e la guerra. Qualcuno riesce a gestire il successo e il benessere improvviso, altri meno.</p>
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		<title>Con Sharon Tate morirono anche gli hippie</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Aug 2009 10:20:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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<p class="MsoNormal"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-734" title="charles_manson1" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/08/charles_manson1-150x150.jpg" alt="charles_manson1" width="150" height="150" />Charles Manson nel 1969 è il grande incubo americano. Nasce a Ciccinnati, città dell’Ohio, il 12 novembre del 1934, sua madre, Fathleen Maddox, è una ragazza di 16 anni che si prostituisce per la droga e l’alcol e ignora chi sia il padre di suo figlio. Charles sin da piccolo comincia a frequentare aule di tribunali e celle: a nove anni viene arrestato per furto e comincia a entrare e uscire dai riformatori di mezza America subendo ogni tipo di abuso. Nel marzo del 1967 viene rilasciato per decorrenza dei termini: ha 32 anni, ma non conosce il mondo perché la maggior parte della sua vita, oltre vent’anni, l’ha trascorsa dietro alle sbarre. Impaurito della libertà e del mondo che l’aspetta chiede di restare in prigione, ma il direttore del carcere di Terminal Island, nonostante Manson abbia un fedina penale lunga diverse pagine dove non mancano stupri, rapine, truffe, aggressioni, sfruttamento della prostituzione e altre azioni degne di un grande criminale, non può trattenerlo.<span id="more-732"></span><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-737" title="Celebrate!" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/08/celebrate-150x150.jpg" alt="Celebrate!" width="150" height="150" />Manson esce di prigione e si ritrova nel bel mezzo della Summer of Love californiana, contornato da figli dei fiori. Non trova difficoltà a stabilirsi a San Francisco, nel quartiere di Haight Ashbury, a fare amicizia, capisce al volo che quel clima di “libertà” (non solo fisica) gli è congeniale. In carcere ha letto molto, studiato nuove discipline filosofiche e imparato a suonare la chitarra: ha composto addirittura alcune canzoni, niente di memorabile, che lui suona seduto sull’erba del Golden Gate Park. Non ha un fisico prestante: è alto 1 metro e 58, magro, con la schiena curva, capelli neri e lisci, dalla sua ha uno sguardo ipnotico e una grande parlantina, occhi e voce fanno subito breccia attraverso i cuori delle “figlie dei fiori” che restano incantate dal suo modo di fare: la sua prima vittima è una bibliotecaria di Berkeley. Manson, pochi giorni dopo averla conosciuta, si trasferisce a casa sua. Capisce subito che, se si ha un po’ di intraprendenza, all’interno di Haight Ashbury si può anche avere successo e fare qualche soldo. Così si muove moltissimo, tutte le sere presenta le sue tremende canzoni in un club diverso poi, sceso dal palco, incanta la gente (soprattutto donne) sulla sua filosofia, quella della “Big Family” che ha la stessa concezione della comune, soltanto che al primo punto c’è l’amore libero, al secondo la droga. Le ragazze aumentano: dopo la bibliotecaria, si unisce a lui una giovane appena scappata di casa, Lynn Gromme; poi Patricia Krenwinkle e persino una ex suora di Sacramento, Mary Ann, nella cui casa Manson stabilisce il suo quartier generale. A loro si aggiungono altre ragazze, quasi tutte scappate di casa in cerca di avventure e in poche settimane Manson gestisce un vero e proprio harem, con oltre un centinaio concubine (una nel 1968 lo rende anche padre di Valentine Michael Manson detto Pooh Beer) pochissimi gli uomini, che ruotano intorno alla Family. Le più fedeli sono Sandra Good detta Sandy, quando si unisce alla Family ha 21 anni, oggi vive a Corcoran, in California, a pochi chilometri dal carcere dov’è rinchiuso Manson, gestisce un sito internet, <em>Access Manson</em>, dove si possono trovare i pensieri, le opere, i testi delle canzoni e tutte le informazioni su Charlie; Catherine Share detta Gipsy quando lo incontra ha 24 anni, nel 1971 ha tenta di dirottare un aereo per chiedere la sua liberazione, viene arrestata e ora è in carcere pure lei; Ruth Anne Moorehouse detta Ouisch ha soltanto 14 anni quando entra a far parte della Family, è in carcere perché ha tentato di uccidere un testimone d’accusa al processo Manson. C’è poi Lynette Gromme, la vice di Charles, che nel 1975 tenta di uccidere il presidente degli Stati Uniti Gerald Ford. Ancora oggi è rinchiusa in un carcere di massima sicurezza ed è l’unica, insieme a Sandy Good, ad essere rimasta fedele a Manson. Tra gli uomini, nella Family hanno un ruolo rilevante Charles “Tex” Watson e Bobby Beausoleil, attore/cantante con forte inclinazione al satanismo, unito a Manson dalla grande passione per la musica, tanto che per un certo periodo fondano anche la band The Milky Way con l’intento di sfondare nel mondo del rock ad ogni costo.</p>
<p class="MsoNormal"><img class="alignleft size-medium wp-image-744" title="ranch-1" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/08/ranch-1-300x211.jpg" alt="ranch-1" width="300" height="211" />Nel 1968 Manson e le ragazze si stabiliscono definitivamente a Sud della California perché capisce che a San Francisco gli sta venendo a mancare lo spirito creativo, a circolare troppa eroina e, con eccessiva frequenza si registrano episodi di violenza con la polizia. Il quartier generale della <em>Family</em> si divide tra un vecchio ranch nell’entroterra di Los Angeles, il Barker’s Ranch nella Death Valley di proprietà di un vecchio cow-boy con gravi problemi alla vista che si è fatto incantare dalle lusinghe di Manson e delle sue girls (li ospita tutti gratis in cambio di un po’ di assistenza), e una villa al 14400 del Sunset Boulevard che apparteneva a Dennis Wilson, il “bello” dei Beach Boys, venuto in contatto con la Family per aver caricato due giovani e carine autostoppiste, Ella Jo Bailey e Patricia Krenwinkel, ragazze di Manson. Anche Wilson rimane folgorato da Charles, non tanto per la sua musica e le sue canzoni che gli fa ascoltare ininterrottamente per giorni e giorni nella speranza di una raccomandazione presso qualche discografico, quanto dal modo di essere, dalla sua filosofia e dal suo modo di pensare. Attraverso l’amicizia di Wilson, Manson frequenta sempre più party e viene a contatto con alcuni boss del mondo artistico di Los Angeles. Manson è molto invadente, per toglierselo di torno, Wilson lo gira al produttore dei Beach Boys, Terry Melcher che, dopo avergli fatto incidere un provino, gli promette che gli farà incidere un disco e cerca di convincere un impresario, Rudy Altobelli, a metterlo sotto contratto. Altobelli, che tra l’altro e proprietario di alcune ville a Bel Air, non ci pensa nemmeno; Melcher cerca quindi di metterci una pezza e propone al manager del gruppo, Gregg Jakobson, di far girare a Manson un documentario sulla Family, sulla loro vita, il loro look, ambientato nel ranch nella Death Valley. Anche il video si rivela disastroso. Dennis ha quindi un’idea: inserire una canzone di Manson nel prossimo album dei Beach Boys: gli altri componenti della band non vedono di buon occhio questa invasione, anche perché da tempo cercavano di convincere il compagno ad allontanarsi da Manson che consideravano più un approfittatore che un artista. La canzone inserita, viene ufficialmente accreditata a Dennis Wilson e profondamente rivista nel testo, è <em>Never Learn Not To Love</em> che viene inclusa nell’album <em>20/20</em> pubblicato nel 1969. Per la “collaborazione” i Beach Boys decidono di liquidare Manson, che non è accreditato come autore, con circa 100.000 dollari in contanti e una moto, ma gli chiedono anche di togliersi di torno e non farsi più vedere. Melcher, per chiarire le cose, provvede a far sgomberare la villa al 14400 di Sunset Boulevard.</p>
<p class="MsoNormal">Così sfrattata, la Family si rifugia nel ranch, ma Manson non si dà per vinto: incontra nuovamente Jakobson e gli fa capire che “o si è con me o contro di me” e, al termine della chiacchierata, lascia nelle mani dell’esterrefatto produttore un bossolo di pistola da recapitare a Dennis Wilson.</p>
<p class="MsoNormal"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-735" title="sharontate1" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/08/sharontate1-150x150.jpg" alt="sharontate1" width="150" height="150" /><strong>L’ossessione di Helter Skelter <span style="font-weight: normal;">Poi piomba a casa di Melcher, nella splendida villa di Bel Air, a Cielo Drive 10050: il produttore teme Manson e gli altri membri della Family: hanno un atteggiamento da invasati, sono troppo violenti, e per tenerseli buoni continua a promettere che presto gli farà incidere un disco tutto loro. Intanto offre la sua Jaguar e una carta di credito. Appena se ne vanno, Melcher e la compagna, l’attrice Candice Berger, decidono di abbandonare la villa, troppo isolata, e la subaffittano al regista Roman Polanski e alla sua giovane moglie, Sharon Tate. Manson e i suoi amici, pochi mesi dopo, tornano alla villa: scoprono che Melcher non abita più lì e vengono cacciati in malo modo proprio da Sharon Tate che li scambia per barboni.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal">La Family abbandonata e tradita da tutti, dopo aver annusato l’aria del jet-set torna a rifugiarsi nel ranch in mezzo al deserto. Ascolta in modo ossessivo il <em>White Album</em> dei <em>Beatles</em>, convinto che tra le righe del testo di <em>Helter Skelter</em> si celi un messaggio, l’invito a una guerra razziale che verrebbe vinta dalle popolazioni di colore con la completa estinzione della razza bianca. <em>Helter Skelter</em> può significare “alla rinfusa, confusione, scompiglio, precipitosamente, una cosa fatta all’improvviso”. In effetti i Beatles incisero quella canzone, un pezzo anomalo e fuori dallo stile dei Fab Four, in solo mezz’ora, una sera di agosto del 1968. I quattro erano parecchio eccitati: Ringo, al termine della registrazione, urla di avere le vesciche sulle mani per quanto ha picchiato alla batteria; George Harrison dà fuoco a un portacenere che si mette in testa a mo’ di cappello. C’è da aggiungere che in quell’epoca, di grandi cambiamenti sociali, i Beatles sono considerati dei veri e propri profeti, e così ogni loro canzone viene sezionata e studiata parola per parola nella convinzione di trovare chissà quale messaggio nascosto. Comunque, Paul McCartney, autore del testo di <em>Helter Skelter</em>, riferisce che la canzone fa riferimento a un enorme scivolo che si trova in un parco dei divertimenti appena fuori Londra. Manson però ci legge tutt’altro, nel testo trova spunti per la costruzione della sua tesi: ad esempio, nella frase «<em>Look out Helter Skelter, is coming down fast</em>» (<em>Attenzione, Helter Skelter sta arrivando giù velocemente</em>) si sottolinea la fine del mondo che sta arrivando, sotto forma di guerra tra i popoli. E la guerra, secondo Manson, è alle porte: tanto che ordina a tutti i ragazzi della <em>Family</em> di avere un’attrezzatura da militante <em>Helter Skelter</em>, che comprende abiti scuri, coltelli a serramanico, sacco a pelo. Mantenere la struttura della <em>Family</em> (macchine, droga, cibo), senza l’appoggio di Wilson e dell’<em>entourage</em> dei Beach Boys, comincia a costare parecchio e un giorno Manson viene a sapere che Gary Hinman, un insegnante di musica, che aveva simpatizzato con Bobby Beausoeil e altri membri della <em>Family</em>, nasconde in casa 20.000 dollari: decide che è giunto il momento di convincerlo di donarli alla sua causa. Non è chiarissimo cosa accade la sera del 25 luglio, l’unica certezza è che Gary Hinman viene ammazzato: vengono accusati dell’omicidio Beausoleil, che è subito arrestato, e, successivamente, Manson e Bruce Davis. Pochi giorni dopo Manson uccide un pusher di colore per una questione di pagamenti di droga. Vengono arrestate anche due sue fedelissime, Sandy e Mary, per uso di carte di credito false. L’organizzazione si sta sgretolando, Manson decide che è giunta l’ora dell’ <em>Helter Skelter</em> e la sera del 9 agosto riunisce Tex Watson e le sue “girls” più fidate, Susan Atkins, Patricia Katie Krenwinkel e Linda Kasabian. È molto agitato e, stranamente, di poche parole: «<em>C’è da fare un’azione dimostrativa a Bel Air. Fate tutto quello che vi dice Tex. Alla fine ricordate di lasciare un segno maligno…</em>». Congeda il gruppo. I quattro si vestono di nero e partono verso quella che, un tempo, era la villa di Terry Melcher, al 10050 di Cielo Drive.</p>
<p class="MsoNormal"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-736" title="tate" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/08/tate-150x150.jpg" alt="tate" width="150" height="150" />Appena arrivati Tex taglia i fili elettrici per isolare la casa ed entra in giardino. Sul vialetto viene illuminato dai fari di un auto che sta per uscire. È Steve Parent, il custode della villa che lo riconosce e gli chiede: «<em>Cosa fai qui a quest’ora?</em>». Tex gli risponde con quattro pallottole nel corpo e fa segno alle ragazze di seguirlo. Entrano in casa e trovano Voiteck Frykowski, 32 anni, giovane sceneggiatore, e la sua compagna Abigail Folger di 25 anni; Sharon Tate, 26 anni, incinta, moglie del regista Roman Polanski e il suo ex fidanzato, Jay Sebring, parrucchiere di Hollywood. Vengono tutti radunati in salotto. Sebring tenta di ribellarsi e Tex gli spara a freddo uccidendolo; la Folger implora di essere lasciata libera e mostra il suo portafoglio, Tex ordina alla Krenwinkel di ucciderla e, nel frattempo corre in giardino dove tenta di scappare Frykowsli e gli spara alla schiena. Rimane solo Sharon Tate che, piangendo, chiede pietà per il suo bambino. Tex intima alla Atkins di ucciderla, ma lei sembra paralizzata; così come la Krenwinkel. Tex prende l’iniziativa e pugnala la Tate al cuore. A questo punto scatta come una molla e tutti si avventano sul corpo dell’attrice: alla fine gli inquirenti conteranno più di 160 coltellate. Prima di uscire dalla villa, Susan Atkins prende un asciugamano e lo intinge nel sangue di Sharon Tate, si avvicina alla porta d’ingresso e scrive «<em>Pig</em>», il maiale, secondo le teorie di Manson, è uno dei travestimenti del maligno.</p>
<p class="MsoNormal">La sera dopo si replica. Stessa formazione (con in più Lesile Van Houten e Manson che immobilizza le vittime personalmente), stessa strage. Nella villa, al 3301 di Waverly Drive, ci abitano Rosemary e Lino La Bianca, due onesti commercianti che vengono massacrati. Con il loro sangue, sui muri, è stato scritto: «Death to Pigs, Rise, Helter Skelter»; mentre, sulla pancia di Lino La Bianca, è stata incisa la parola «War» con un forchettone da forno.</p>
<p class="MsoNormal">La polizia non collega subito i due crimini e non sospetta lontanamente di Manson e della Family, tanto che pochi giorni dopo, il 16 di agosto, fanno irruzione nel Ranch e arrestano Manson e alcuni membri con l’accusa di furto d’auto per rilasciarli dopo neanche una settimana. Ma il 12 ottobre, dopo una lunga indagine, tornano al Ranch per arrestarli per le due carneficine, questa volta non escono. A incastrare definitivamente il “piccolo Charlie” è Linda Kasbian, l’unica pentita della Family che, al processo, si dissocia dal gruppo e diventa la testimone-chiave del procuratore distrettuale Vincent Bugliosi che accusa Manson e amici degli omicidi dell’8 e 9 agosto. Così si conclude la storia di uno squilibrato che, in un paio di anni, è riuscito a trasformare un gruppo di innocenti e pacifisti giovani hippie in sanguinari e spietati assassini.</p>
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		<title>La sacerdotessa del Flower Power</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Nov 2008 12:02:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Protagonista della Bay Area, Grace Slick è la front girl e vocalist dei Jefferson Airplane, gruppo che contribuisce a rinnovare radicalmente la scena rock californiana. La Slick, giovane, grintosa, intelligente, creativa e piena di talento, porta la corona di &#8220;sacerdotessa del flower power&#8221;, anche perché voce, fisico, carica sensuale e modi trasgressivi si prestano alla costruzione del mito. [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-403" title="grace" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/11/grace-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /> <!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">Protagonista della Bay Area, Grace Slick è la front girl e vocalist dei Jefferson Airplane, gruppo che contribuisce a rinnovare radicalmente la scena rock californiana. La Slick, giovane, grintosa, intelligente, creativa e piena di talento, porta la corona di &#8220;sacerdotessa del flower power&#8221;, anche perché voce, fisico, carica sensuale e modi trasgressivi si prestano alla costruzione del mito. Con i Jefferson Airplane dà vita a una serie di dischi e concerti memorabili, dove la sua voce, dolce e aggressiva allo stesso tempo, rende inconfondibile un sound dalle tinte acide e psichedeliche. Stufa della carriera musicale, riesce a strappare un contratto di un milione di dollari per scrivere la sua biografia, <em>Somebody To Love</em>. Poi decide di dedicarsi anima e corpo a un vecchio hobby: la pittura (la copertina del primo album solista <em>Manhole</em>, del 1974, è un suo autoritratto). Nei quadri dipinge i volti dei suoi amici dell’epoca, Jimi Hendrix, Jim Morrison, Jerry Garcia, Janis Joplin; illustra scene immaginifiche da Alice nel Paese delle Meraviglie e, nonostante da diversi anni risieda a Malibu, si diverte sempre a ritrarre particolari di San Francisco. Durante le mostre vende i suoi quadri a migliaia di dollari e, a chi le fa i complimenti per l’intramontabile bellezza, risponde: «<em>A 64 anni nessuno può essere bello. Cerco soltanto di essere presentabile. E non fatemi foto: è una cosa che ho sempre odiato anche quando avevo più motivi di mostrarm</em><em>i</em>».</p>
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		<title>Il mistero degli Hippie</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Nov 2008 11:14:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/11/6a00d8341c717753ef00e54f4e72198834-800wi.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-397" title="6a00d8341c717753ef00e54f4e72198834-800wi" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/11/6a00d8341c717753ef00e54f4e72198834-800wi-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>C’è qualcosa di misterioso nel fenomeno del movimento hippie, qualcosa che è sempre sfuggito e che sociologi, politici, media, non sono mai riusciti a spiegare. Lo straordinario è come un movimento giovanile, durato poco più di tre anni, sia riuscito a far parlare di sé condizionando un’intera generazione, come se fosse durato un decennio; e che ancora oggi, quarant’anni dopo, riesca ancora ad affascinare. La sola spiegazione che sono riuscito a darmi di questo fenomeno è che debba il suo successo alla sua filosofia. Quello degli hippie, infatti, è stato l’unico movimento culturale che ha fondato il suo credo esclusivamente nella divulgazione della pace e dell’amore, senza aver mai abbracciato un’ideologia politica. <span id="more-395"></span>Una filosofia e non solo uno stravagante stile di vita, quella del <em>peace &amp; love</em><span>, che non poteva non nascere che negli Stati Uniti dove la maggioranza della popolazione, in un momento di ripresa economica, si identifica nell’</span><em>American dream</em><span>. Il </span><em>Grande sogno</em><span> che diffonde sicurezza e secondo il quale «ognuno negli Stati Uniti può avere successo e prosperare». Siamo agli inizi degli anni Sessanta, anni in cui è vincente lo stereotipo della famiglia felice composta da due giovani, belli, puliti, con due bambini, altrettanto belli e puliti, che vivono in una villetta, con cane, gatto e giardino, tv (sempre accesa) in salotto e macchinona nel garage. Per loro, ovviamente, un roseo futuro all’orizzonte.<a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/11/washington_dc_014_arlington_cemetery_headstones_rows_big.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-398" title="washington_dc_014_arlington_cemetery_headstones_rows_big" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/11/washington_dc_014_arlington_cemetery_headstones_rows_big-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><br />
</span>
</p>
<p class="MsoNormal"><span>A svegliare tutti arriva il Vietnam: gli americani vanno in guerra. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Gli <em>hippie</em><span>, o i </span><em>flower children</em><span>, colgono l’artificiosità del modello proposto dalla società, si rendono conto che la felicità è contrabbandata e mascherata dal comfort, mettono a fuoco la monotonia del vivere quotidiano e svelano il più radicato tabù della società borghese: il sesso. Si<span> </span>spogliano, non solo fisicamente, di tutti gli stereotipi e fondono la cultura insieme alla politica, insieme alla musica, insieme all’arte. La loro filosofia si basa semplicemente sul rifiuto della società capitalistica e del benessere, sulla volontà di costruire un mondo fondato su alti valori, che non hanno nulla a che fare con i dollari e gli status symbol. Si diffonde l’amore, inteso come modo di porsi di fronte alle cose, alle persone, al sesso, alla vita. Raccolgono seguaci in tutto il mondo, milioni di giovani restano affascinati dall’approccio liberatorio verso la vita. I portavoce sono le rockstar, icone di una musica e uno stile di vita immortale, vite bruciate troppo presto dalla droga e dagli eccessi. Da tutto il mondo, coloro che si sentono partecipi a queste idee, si radunano in modo spontaneo e inarrestabile. Sono musicisti, poeti, scrittori, insegnanti, a cui si uniscono pure nullafacenti, imbroglioni e semplici sognatori. La ‘rivoluzione dell’amore’ si dilaga. Il <em>Flower Power</em><span>, come lo definiscono i media, però non ce la fa; il Potere non lo conquista, forse perché non era quello che interessava, non era quello che volevano i “figli dei fiori”. O, forse, perché parole come Pace e Amore cominciavano ad essere una minaccia per l’America, impegnata nelle guerre contro Vietnam e Cambogia, in rapporti tesi con l’Unione sovietica, con conflitti razziali interni e con presidenti e predicatori assassinati. Il trasgressivo slogan dei Figli dei fiori è stato: <em>Fate l’amore, non fate la guerra</em><span>. Ma la storia e gli eventi lo capovolsero in </span><em>Non fate l’amore, fate la guerra</em><span>. Purtroppo, così fu.</span></span></span></span></p>
<p class="MsoNormal"> </p>
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		<title>Con Obama tornerà un grande Paese?</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Nov 2008 16:49:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono passati quarant&#8217;anni da quando, al Moma di New York, si proiettò l’anteprima di Easy Rider, film diretto da un esordiente Dennis Hopper e che, come nessun altro, è riuscito a immortalare il sogno hippie, quello cioè di attraversare gli Stati Uniti in moto alla ricerca della libertà. Nel film ci sono tutti gli ingredienti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/11/easy-rider.bmp"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-411" title="easy-rider" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/11/easy-rider.bmp" alt="" /></a>Sono passati quarant&#8217;anni da quando, al Moma di New York, si proiettò l’anteprima di <em>Easy Rider</em><span>, film diretto da un esordiente Dennis Hopper e che, come nessun altro, è riuscito a immortalare il sogno hippie, quello cioè di attraversare gli Stati Uniti in moto alla ricerca della libertà</span><span>. Nel film ci sono tutti gli ingredienti dell’ideologia del Movimento dei Figli dei fiori: oltre la ricerca della libertà, c’è la droga, il rock (splendida la colonna sonora scritta, tra gli altri, da Roger McGuinn e con brani degli Steppenwolf e di Jimi Hendrix), il concetto di amicizia. Infine lancia una moda, quella del chopper, le moto personalizzate con le forcelle lunghissime, la sella con lo schienale, il serbatoio coloratissimo. I protagonisti del film, Hopper, Peter Fonda e Jack Nicholson, altro non sono che dei cavalieri, con la moto per cavallo e la chitarra come fucile, che agiscono fuori dalla legge (trafficano droga) ma combattono il perbenismo e l’America bigotta. <span id="more-406"></span>Vengono trattati come appestati dagli abitanti della provincia del Sud, a loro non viene dato neppure un alloggio e sono sempre minacciati soltanto per il fatto di essere hippie e di portare i capelli lunghi. Memorabile la frase di Nicholson che, a un certo punto del viaggio, si domanda: <strong>«</strong></span><em><strong>Una volta questo era un grande Paese. Che diavolo gli sarà successo?</strong></em><span><strong>». </strong></span></p>
<p class="MsoNormal">Easy Rider è l’espressione dell’America che vuole ritrovare i valori della libertà, che non sopporta più i limiti del puritanesimo, il conservatorismo fine a se stesso e le discriminazioni razziali. Il finale del film non dà speranza: gli hippie vengono uccisi in sella alle loro moto a colpi di fucili dai “rednecks”, gli abitanti della provincia americana più radicata, contadini e artigiani poco inclini al rinnovamento.</p>
<p class="MsoNormal">Il film è il quadro del fallimento degli ideali dei Figli dei fiori, la sconfitta dei valori basati sull’amore e sulla pace. Fonda, nonostante sia stato pregato in ginocchio da più di un produttore, si è sempre rifiutato di girare un sequel: «<em>Easy Rider è e resterà un film unico. Quell’esperienza, nel bene e nel male, mi ha segnato la vita. Non avrebbe senso ripeterla</em><span>».</span></p>
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