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	<title>Retrovisore &#124; un sito di Luca Pollini &#187; Corriere della Sera</title>
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		<title>Come nacquero i Movimenti giovanili in Italia/3</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Sep 2009 21:34:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_807" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><img class="size-thumbnail wp-image-807" title="mondo_beat_rivoluzione_sessuale,roccia,carminati" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/09/mondo_beat_rivoluzione_sessualerocciacarminati-150x150.jpg" alt="mondo_beat_rivoluzione_sessuale,roccia,carminati" width="150" height="150" /><p class="wp-caption-text">Foto per gentile concessione di Melchiorre &quot;Mel&quot; Gerbino, direttore e fondatore della rivista Mondo Beat http://www.melchiorre-mel-gerbino.com</p></div>
<p>A fine aprile del 1966 il movimento Beat riesce ad affittare un terreno in via Ripamonti e nasce una tendopoli che il Corriere della Sera, in un articolo denuncia, battezza «<em>Nuova Barbonia</em> &#8211; abitata da &#8211; <em>zazzeruti e anarcoidi senza famiglia</em>». I barboni sono ragazzi scappati di casa, studenti, ex operai, pacifisti di tutto il mondo. Anche se non accade niente, gli articoli dei giornali sono una continua denuncia sugli scandali del campo; il <em>Corriere</em> pubblica un servizio col titolo «A Barbonia City c’è libertà di imparare tutti i peggior vizi: si diventa facilmente omosessuali e, ogni tanto, arriva la droga», Camilla Cederna, Umberto Eco e Giorgio Bocca sono le uniche “voci” a favore. Un giornalista de <em>La Notte</em>, infiltrato all’interno del campeggio travestito da hippie, scrive articoli tutti i giorni parlando di «<em>ninfette tenere e spudorate</em>» e «<em>unioni sacrileghe</em>». All’alba del 12 giugno la polizia, assistita dal Servizio immondizie domestiche del Comune di Milano, armata di lanciafiamme e manganelli fa irruzione nel campeggio e lo rade al suolo. Sulle ceneri del campeggio vengono sparsi quintali di disinfettante.<span id="more-806"></span><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-811" title="mondo_beat_rivoluzione_sessuale_reazionari_sera" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/09/mondo_beat_rivoluzione_sessuale_reazionari_sera-150x150.jpg" alt="mondo_beat_rivoluzione_sessuale_reazionari_sera" width="150" height="150" />Questo episodio segna la fine del movimento beat milanese, un movimento la cui composizione sociale era di giovani con bassa scolarità, pochissimi gli universitari, figli di famiglie di ceto medio e operaie. Una composizione sociale che anticipa di dieci anni quello che, in pieno movimento del ’77, verrà chiamato proletariato giovanile. Milano, pur essendo indietro rispetto alla situazione mondiale, per l’Italia l’avanguardia per il movimento: tre studenti del liceo classico Parini, una delle scuole dove vanno i giovani della Milano-bene, danno vita a un giornale della scuola: <em>La Zanzara</em>. Dopo pochi numeri pubblicano un’inchiesta-sondaggio in cui si fa esplicito riferimento alle abitudini sessuali delle studentesse. L’inchiesta si chiude con la frase: «<em>Entrambi i sessi hanno diritto a rapporti prematrimoniali</em>». Lo scandalo che segue è di dimensioni nazionale: studenti e preside del Parini sono denunciati per incitamento alla corruzione. Rinviati a giudizio sono assolti ma devono sottoporsi a una visita psichiatrica per verificare «<em>la presenza di tare fisiche e psicologiche</em>». Sempre a Milano, nel maggio del 1967, negli uffici della Motorizzazione Civile una ragazza è rimandata a casa per cambiarsi, senza aver potuto l’esame di guida perché il rappresentante dell’Ispettorato trova indecente la gonna troppo corta.</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-817" title="22_1_1" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/09/22_1_1-300x252.gif" alt="22_1_1" width="300" height="252" />In quest’anno i giovani tra i 13 e i 19 anni, secondo un’indagine della Doxa, spendono 540 miliardi di lire all’anno (ai prezzi di allora) in divertimenti e consumi voluttuari come bibite, dischi, cinema, abbigliamento. Nella centralissima Corso Vittorio Emanuele apre <em>Fiorucci</em>, che consente di entrare in contatto con quello che succede a Londra e, in alcuni casi, negli Stati Uniti: la protesta, agli occhi della gente, diventa così anche un fenomeno di costume. Nelle scuole non si veste più in giacca e cravatta e capelli corti (gli uomini) o twin-set e gonnellone a pieghe (le donne): questa generazione, in pochi mesi, diventa consumatore di moda. Da Fiorucci si trovano abiti dal taglio eccentrico, magliette a stelle e strisce, pantaloni viola o gialli, magliette con disegni “optical”. Un’esplosione di colori accompagnata dalla musica rock.</p>
<p>A partire dall’autunno 1967 gli studenti universitari cominciano ad occupare le università, inizia quello che convenzionalmente verrà chiamato Sessantotto, di lì a poco l’impegno e la militanza segnano una rottura fra la dimensione politica e quella impolitica, tipica degli <em>hippie</em> e dei <em>beat</em> di casa nostra. A differenza della situazione americana, la “base” sociale che costituisce il movimento italiano è diversa: studenti e piccola borghesia negli Stati Uniti, giovane proletariato in Italia. Pier Paolo Pasolini scrive: «<em>il movimento beat e hippie non poteva incidere più di tanto come fenomeno della contestazione giovanile, perché in Italia ha avuto una grande importanza la Resistenza e ha ancora grande importanza la critica che il marxismo fa alla società. I giovani che non vanno d’accordo con i padri borghesi hanno già dunque pronte tradizioni (la Resistenza) e le forme (le proteste razionali del marxismo) per rivoltarsi</em>».</p>
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		<title>Come nacquero i Movimenti giovanili in Italia/1</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Sep 2009 19:19:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-790" title="isac_20eyes" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/09/isac_20eyes-150x150.jpg" alt="isac_20eyes" width="150" height="150" />In Italia, all’inizio degli anni Sessanta i <em>juke-box</em> sono quindicimila; la radio dedica ai giovani un programma specifico dal titolo originale… <em>La musica dei giovani</em>; tv e giornali fanno serie inchieste che hanno per unico tema il mondo dei ragazzi. È nelle grandi città che si registra la prima vera svolta sociale e culturale del mondo giovanile: i ragazzi scappano di casa; si ribellano agli atteggiamenti autoritari di scuole e famiglie; si fanno crescere i capelli; indossano i <em>blue-jeans</em>.</p>
<p>Il regno incontrastato dei capelloni e del beat è il <em>Piper Club</em> di Roma in via Tagliamento, un locale totalmente nuovo nella concezione dello spazio di sala da ballo, con una grande pista centrale dalla quale si ergono pedane luminose e, su un lato, un palcoscenico. Il Piper viene inaugurato il 17 febbraio del 1965: è in assoluto il primo locale italiano ad offre musica <em>beat</em> dal vivo, <em>happening</em> e <em>performance</em>: mitica quella di Mario Schifano con le Stelle di Schifano (uno scimmiottamento di Andy Warhol e dei Velvet Underground), lo spettacolo comincia alle 22 e termina alle 5 del mattino! Sul palco del Piper nascono i cantanti beat italiani (Patty Pravo, Caterina Caselli, Rokes, Giganti) e ci passano gruppi del calibro dei Procol Harum e dei Pink Floyd. Tutto fila liscio fino al 1967, quando la polizia proibisce l’apertura pomeridiana del locale a causa delle lamentele dei genitori i cui figli trascurano lo studio per il ballo e la Chiesa, per non essere da meno, denuncia i pericoli dello “<em>shake</em>”, il ballo più in voga del momento: i movimenti sono provocanti e la penombra delle discoteche insidiose.<span id="more-789"></span></p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-791" title="Fasten_belt_piper_club" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/09/Fasten_belt_piper_club-150x150.jpg" alt="Fasten_belt_piper_club" width="150" height="150" />Alla radio e alla tv le trasmissioni musicali hanno sempre più spazio; sono pubblicate due nuove riviste di costume: <em>Ciao amici</em>, pubblicato nel 1963, <em>Big</em>, appare nelle edicole nel 1965, e <em>Ciao 2001</em>, che diventa il più venduto e si attesterà su una tiratura media di quattrocento-cinquecentomila copie. Tutte e tre le testate si occupano dei nuovi cantanti beat italiani, con servizi fotografici, notizie e informazioni, e con riferimenti obbligati al panorama internazionale, soprattutto per i <em>Beatles</em> e i <em>Rolling Stones</em>. Ma, oltre alla musica, nella rubrica delle lettere e in alcuni servizi specifici, prevalgono tematiche tipiche del malessere esistenziale e sociale che connotano la condizione giovanile dell’epoca che i nuovi gruppi cercano di interpretare nelle loro canzoni. In breve tempo, anche in Italia la musica diventa strumento di comunicazione politico-culturale, introduce un nuovo modo di atteggiarsi, di vestirsi, di pensare.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-792" title="anni60ys7" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/09/anni60ys7-150x150.jpg" alt="anni60ys7" width="150" height="150" />I giornali “tradizionali”, con inchieste piene di luoghi comuni e di facile perbenismo, cominciano a dare l’allarme sul fenomeno beat-capelloni-hippie e nel 1965 siamo in piena “emergenza giovani”. A Roma, in piazza di Spagna un gruppo di ragazzi, soprattutto francesi, inglesi e tedeschi, dopo aver vagabondato per varie città europee, si fermano nella capitale riunendosi sulla famosa scalinata. Discutono, dormono sugli scalini, suonano la chitarra. Indossano blue jeans aderenti, magliette colorate, scarponi col tacco alto e giubbotti fantasiosi, portano i capelli lunghi. Per alcuni mesi non accade nulla e, al gruppo, si uniscono anche hippie nostrani. Un giorno di novembre un ragazzo e un militare vengono alle mani: scoppia una rissa, interviene la polizia, tutti gli stranieri vengono fermati e rispediti al loro paese col foglio di via. L’episodio è ripreso da tutta la stampa nazionale. In un articolo del <em>Corriere della Sera</em> si legge: «<em>Sono brutti [...] infestano la scalinata di Trinità dei monti [...] tipi di apparente sesso maschile che portano i capelli lunghi quasi come le donne [...] secondo una moda mutuata dai Beatles, i quattro giovanotti che l’Inghilterra anziché premiare, avrebbe dovuto [...] esiliare in Patagonia [...].  Essi, dicono, esprimono il tormento della bomba e bisognerebbe buttargliela [...]. D’ora in avanti verrà esercitata una stretta sorveglianza sulle scalinate e alle frontiere [...] Non si entra in Italia coi capelli lunghi</em>». L’unica a intervenire in loro difesa, in quei giorni, è la scrittrice Elsa Morante in una lettera che invia a <em>La Stampa</em> di Torino «<em>Non vedo nessun oltraggio nella foggia dei capelli lunghi e del vestiario dimesso [...] foggia, la suddetta, già confortata da innumerevoli esempi illustri, tra i quali, per citarne solo due, Dante Alighieri e Giuseppe Garibaldi</em>».</p>
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		<title>GUEST</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Sep 2008 08:07:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pino Casamassima, uno che di terrorismo se ne intende, dice la sua sullo scontro tra Adriano Sofri e Mario Calabresi, figlio del commissario assassinato nel &#8217;72 da un commando di militanti di Lotta Continua Non sono io il terrorista. Parola di Adriano Sofri  di Pino Casamassima «Donnez-nous vos bombardiers et nous vous donnons nos couffins» [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><em>Pino Casamassima, uno che di terrorismo se ne intende, dice la sua sullo scontro tra Adriano Sofri e Mario Calabresi, figlio del commissario assassinato nel &#8217;72 da un commando di militanti di Lotta Continua</em></p>
<p class="MsoNormal"><span><strong>Non sono io il terrorista. Parola di Adriano Sofri</strong></span></p>
<p class="MsoNormal"><span> di Pino Casamassima</span></p>
<p class="MsoNormal"><span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/09/sofri-1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-256" title="sofri-1" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/09/sofri-1.jpg" alt="" width="250" height="160" /></a>«Donnez-nous vos bombardiers et nous vous donnons nos couffins» (<em>Dateci i vostri bombardieri e noi vi daremo i nostri cestini</em></span><span>): così risponde Ben M’Hidi, uno dei leader del Fronte di liberazione algerino, al generale francese Jacques Massu, che dopo averlo fatto prigioniero gli urla di vergognarsi di essere un terrorista capace di mandare le donne con i cestini imbottiti di esplosivo fra la gente nei mercati. Un episodio della sanguinosa guerra di liberazione algerina contro i colonialisti francesi, che dimostra quanto sia antica e irrisolta la questione attorno alla definizione di “terrorismo”: “Azione e metodo di lotta politica (per difendere o più spesso per sovvertire o destabilizzare una<span>  </span>struttura di potere) – riporta la Treccani – che, per imporsi, fa uso di atti di estrema violenza, come attentati e sabotaggi, […] allo scopo di suscitare il panico e la reazione emotiva della popolazione […]”. Ma cotanta autorevolezza non basta per chiudere una discussione storicamente lunga.<span id="more-252"></span><br />
<span><strong><em><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/09/simbolo-lotta-continua2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-259" title="simbolo-lotta-continua2" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/09/simbolo-lotta-continua2.jpg" alt="" width="500" height="225" /></a>La rottura di un tabù </em></strong></span><span>Una questione che, anzi, invece di chiudersi, si riapre ciclicamente. Com’ è accaduto nei giorni scorsi, dopo che Adriano Sofri ha commentato negativamente un articolo scritto da Mario Calabresi su <em>Repubblica</em>, in cui aveva raccontato di un incontro organizzato dal segretario delle Nazioni Unite tra le vittime del terrorismo, al quale lui aveva preso parte in quanto figlio del commissario assassinato a Milano il 17 maggio 1972 da un commando di militanti di Lc.<span> </span></span></span>
</p>
<p class="MsoNormal"><span><span><span>«Desidero muovere la più ferma obiezione – scrive Sofri sul <em>Foglio</em></span><span> – a questa considerazione dell’omicidio Calabresi». Un’obiezione mossa a “doppio titolo”. Il primo deriva dall’essere lui – per la Giustizia italiana – il mandante di quell’omicidio. Il secondo, dal fatto che «Mario Calabresi parla sentitamente delle vittime, “donne e uomini che stavano vivendo la loro vita e non erano in guerra con nessuno”. Con Pino Pinelli e Luigi Calabresi non fu così. Non c’era una guerra, ma molti di noi erano in guerra con qualcuno». Secondo Sofri la morte di Luigi Calabresi deve essere collegata alla strage di piazza Fontana, alle accuse «premeditate e ostinate» contro gli anarchici che sono all’origine della morte di Pino Pinelli, delle quali «Luigi Calabresi fu non certo l’autore, ma un attore di primo piano di quella ostinata premeditazione ». La sua morte – scrive Sofri – non è terrorismo, ma semmai «l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca».<span>  </span></span></span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span><span>Ancora una volta, dunque – e difficilmente si potrebbe contestarne la datazione – si riconduce al 12 dicembre del ’69 l’origine di tutti i “mali” successivi. Ma non è questo che fa sobbalzare nelle parole di Sofri. Quel che scuote è la rottura di un tabù: cioè l’inedita conflittualità con un componente della famiglia Calabresi. Nella fattispecie, Sofri entra in polemica con Mario – autore<span>  </span>di un libro sulla vicenda di suo padre e della sua famiglia – che si limita a un commento lapidario: «Ero e rimango molto contento di aver partecipato all’iniziativa dell’Onu. Si trattava di un simposio sulle vittime del terrorismo, ed è stato emozionante, intenso, un’esperienza di grande valore».</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span><span><strong><em>Distinzioni pericolose </em></strong><span>«Davvero non capisco dove voglia andare a parare Sofri – dice Gerardo D’Ambrosio, oggi senatore del Pd e, all’epoca dei fatti, giudice istruttore che pronunciò la discussa sentenza sulla fine di Pinelli, quella del singolare e fino ad allora sconosciuto “malore attivo” –. La sua uscita è fuori luogo. Dice il falso quando attribuisce la responsabilità della pista anarchica al povero Luigi. Fu la Polizia di Roma ad ordinare il fermo di Valpreda. Ma poi, se non è stato terrorismo quel delitto, mi domando cosa può esserlo. Esiste per caso un tribunale che condannò a morte Calabresi? Non mi risulta. Quell’uomo fu vittima di una campagna di denigrazione atroce, senza precedenti e mai più ripetuta, per fortuna. Credo che suo figlio sia andato all’Onu con pieno diritto. Che sia proprio Sofri ad affermare il contrario, mi sembra grave».</span></span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span><span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/09/calabresi-corriereinfo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-260" title="calabresi-corriereinfo" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/09/calabresi-corriereinfo.jpg" alt="" width="295" height="207" /></a>Ecco le parole scritte da Sofri sul <em>Foglio</em></span><span>, che D’Ambrosio non capisce: «Io, che non sono mai stato terrorista e sono stato sempre avverso al terrorismo, anche quando ritenevo la violenza necessaria a cambiare il mondo, se oggi volessi difendermi in giudizio da chi mi insulta chiamandomi “ex-terrorista” (vedi Wikipedia, nda), potrei fare appello all’imputazione che mi venne mossa, e che rinunciò del tutto all’addebito dell’associazione sovversiva o della finalità di terrorismo, trattando l’omicidio di Luigi Calabresi come un affare di diritto comune. Tanto che ricevetti anch’io, ex officio, i tre anni di riduzione della pena previsti dall’indulto, dal quale erano escluse le condanne per fatti di terrorismo».</span></span></p>
<p><span><span>Parole che, rimbalzate sul <em>Corriere</em></span><span>, oltre a far sussultare D’Ambrosio, trovano sponde diverse, con onde che si dividono equamente fra destra e sinistra, ma con queste ultime a fare più impressione quando arrivano ad esempio da uomini di <em>provata fede </em></span><span>“sofrista”. Come Piero Sansonetti: «Sofri opera una distinzione tra terrorismo e giustizialismo violento, e rivendica la categoria del giustizialismo per l’omicidio Calabresi, distinzione operata sulle caratteristiche e sulle biografie delle vittime […]. A me questo ragionamento sembra pericolosissimo […]. Reintroduce nel dibattito politico un’idea totalitaria di innocenza e colpa, e di gradazione del diritto alla violenza, che può portare ai più terribili disastri culturali e politici». Come Giovanni Russo Spena: «Adriano non è certo un terrorista, ma questa volta ha sbagliato, pur all’interno di un ragionamento importante. Non credo esistano gradazioni alla definizione di terrorismo. E quel delitto rientra appieno nella categoria». Come Gianfranco Bettin: E’ una distinzione sottile fra crimine politico e terrorismo. Ma dal punto di vista delle vittime non cambia nulla, è pura accademia. Il suo è un grido, e come tale non proprio meditato».</span></span></p>
<p><span><span><strong><em>Uno che se ne intende </em></strong></span><span>E dire che Francesco Cossiga, uno che insomma s’intende della questione, in un’intervista rilasciata il 7 febbraio 2002 a Gian Antonio Stella per il <em>Corriere</em></span><span>, era così intervenuto sulla vessata questio: «Piano con i “terroristi”. Rileggendoli ora, quei dati, e considerando che sono state sei o settemila le persone finite in carcere per periodi più o meno lunghi, va ricordato che aveva ragione Moro: ci trovavamo davanti a un grosso scoppio di eversione. Non di terrorismo. Il terrorismo ha una matrice anarchica che punta sul valore dimostrativo di un attentato o di una strage. L&#8217;eversione di sinistra non ha mai fatto stragi. Ci trovavamo davanti a una sovversione. A un fenomeno politico. A un capitolo della storia politica del Paese».</span></span></p>
<p><span><span>Da parte sua, lo storico Giovanni Sabbatucci coglie al volo l’occasione della polemica per dire innescare a sua volta un’altra miccia: «l’idea di strage di Stato – scrive sul <em>Corriere</em></span><span> – è priva di fondamento». Una tesi che lo storico supporta con la mancanza di totale anche di una – «anche una sola» – sentenza che dimostri il coinvolgimento di uomini “di Stato” nelle stragi che hanno insanguinato il Paese. Tesi che fa imbufalire parecchi, a cominciare da Pancho Pardi, che su <em>Micromega</em>, dopo aver contrastato furiosamente Sabbatucci nello specifico («[…] la prova maestra di quanto fosse infondata l’idea dello stato stragista starebbe nel fatto che la tesi non è mai stata confermata da prove. Argomento di dubbia validità: se lo Stato aveva qualche motivo ad assecondare azioni stragiste, sarà ragionevole supporre che facesse il possibile per non lasciare tracce della gravissima tendenza»), entra a gamba tesa sulle “origini” di quelle stragi. Insomma, sul “movente criminoso”. E per Pardi il “movente “ è da ricercare nella «ferma intenzione degli Usa di sbarrare il cammino alla possibilità del Pci di giungere al governo del paese. Una prassi analoga più sbrigativa fu poi adottata in Cile. La classe dirigente del Pci se ne fece una ragione ammettendo il principio che non avrebbe potuto raggiungere l’obiettivo contro la volontà degli Usa. E questo è il motivo principale per cui nessuno ha ormai un vero interesse a chiarire i misteri che, in realtà, chi sa dà per chiariti, e ritiene più utili per tutti consegnare all’oblio».</span></span></p>
<p><span>In effetti, la “strizza” per quanto accaduto in Cile, spinse Berlinguer a lanciare “il compromesso storico” con i cattolici, scoprendo però di conseguenza il fianco alla sinistra del Pci, dove alcuni – sentendosi ulteriormente “traditi” dopo il “tradimento” consumato all’indomani della Liberazione – crederanno appunto di conquistare “la società dell’avvenire” utilizzando il “terrorismo” (o se si preferisce, la “lotta armata”).</span></p>
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