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	<title>Retrovisore &#124; un sito di Luca Pollini &#187; Area</title>
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		<title>Guerre, lotte e disimpegno tra canzoni e canzonette (3a parte)</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Oct 2011 15:37:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/tiamo.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1386" title="tiamo" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/tiamo-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il fenomeno dei cantautori continuò a diffondersi coinvolgendo nuove generazioni di musicisti  negli anni Settanta, un decennio di contraddizioni per la canzone italiana. In piena rivoluzione femminista hanno un successo incredibile <em>Ti amo</em> di Umberto Tozzi (che canta «fammi abbracciare una donna che stira cantando») e <em>Tanta voglia di lei</em> dei Pooh, storia di un tradimento dove protagonista, pentitosi della scappatella, decide di tornare dalla sua amata « &#8230; mi dispiace di svegliarti, forse un uomo non sarò, ma a un tratto so che devo lasciarti, fra un minuto me ne andrò &#8230; », anche se, in parte, le donne furono “vendicate” da Claudia Mori che, in <em>Buonasera dottore</em>, fa la parte dell’amante in una telefonata al suo uomo che cerca di non destare sospetti in un&#8217;epoca senza cellulari e sms. Erano gli anni di Piombo, dove Eugenio Finardi inneggiò alla <em>Musica ribelle</em> «che ti entra nelle ossa, che ti entra nella pelle»; gli Area  avvertivano che «il mio mitra è un contrabbasso che ti spara sulla faccia» (Gioia e rivoluzione); Fabrizio De Andrè ricordava che si poteva «morire per delle idee, ma di morte lenta»; per Gianfranco Manfredi la gioia era « nel prendersi la mano, nel tirare i sampietrini, nell’incendio di Milano, nelle spranghe sui fascisti nelle pietre sui gipponi» (Ma chi ha detto che non c’è) e, allo stesso tempo Claudio Baglioni stava «accoccolato ad ascoltare il mare» (E tu); Angelo Branduardi raccontava che «alla fiera dell’est un topolino mio padre comprò» e Riccardo Cocciante chiedeva a una donna «e adesso spogliati come sai fare tu» (Bella senz&#8217;anima). E, per la buona pace delle femministe, nel 1978 Viola Valentino dichiarò «Comprami, io sono in vendita, e non mi credere irraggiungibile».<span id="more-1385"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/righeira2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1387" title="righeira2" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/righeira2-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Dopo un decennio grigio, buio e violento, l’Italia canora compì una brusca inversione di rotta. Basta con testi politici e sociali; largo al non sense e al disimpegno: è lo specchio degli anni Ottanta, gli anni della Milano da Bere. I cantautori segnarono il passo a favore di brani ballabili, tormentoni che ebbero facile presa sul pubblico. Franco Battiato abbandonò la ricerca musicale e conquistò le hit parade con «Cuccuruccuccù Paloma»; Alberto Camerini, passò dalle canzoni politiche del Parco Lambro al <em>Rock’n’roll Robot</em> del Festivalbar travestito da Arlecchino; poi i Righeira di «Vamos alla playa oh oh-oh-oh-oh»; <em>Un’estate al mare</em> di Giuni Russo dove si vedevano da lontano «gli ombrelloni-oni-oni» e in discoteca, invece di Donna Summer, si ballava il <em>Gioca-Jouer</em> di Claudio Cecchetto e la demenziale <em>C’è da spostare una macchina</em> di Francesco Salvi. Insomma, il trionfo del non-sense e della leggerezza. Negli anni Novanta la canzone italiana tornò d’autore grazie Ligabue, Vasco Rossi, Zucchero, ma la novità fu rappresentata dagli 883, gruppo prodotto da Claudio Cecchetto, la cui forza è l&#8217;orecchiabilità e l&#8217;immediatezza. I brani raccontano di storie di provincia, semplici e genuine, un esempio su tutti è <em>Gli anni</em>: «Stessa storia, stesso posto, stesso bar, stessa gente che vien dentro consuma, poi va… … gli anni delle immense compagnie, gli anni in motorino sempre in due». Poi scoppiò il fenomeno Jovanotti che, dopo un inizio di carriera sull’onda del non sense, riuscì a recuperare diventando portavoce di disagi giovanili e non solo.</p>
<p>Oggi le tecnologie hanno cambiato radicalmente il modo di scrivere e di ascoltare musica, la nostra canzone si è impoverita delle sue qualità poetiche ed è sempre più omogenea con l’offerta internazionale, con il rischio di perdere per sempre i punti fermi della nostra tradizione canora. (<em>3 &#8211; fine</em>)</p>
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		<title>Tutti per Demetrio</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Jun 2009 07:38:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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<p class="MsoBodyText"><span><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-652" title="ademetrio" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/06/ademetrio-150x150.jpg" alt="ademetrio" width="150" height="150" />A Demetrio Stratos, cantante degli Area, viene riscontrata un’ aplasia midollare, una rara forma di leucemia, nell’aprile del 1979 e, per essere curato, si trasferisce subito negli Stati Uniti, al Memorial Hospital di New York, all’epoca l’unico ospedale in grado di affrontare la malattia. Le speranze di vita sono legate a un filo e, per le cure, occorrono parecchi soldi. Gianni Sassi e tutto l’ambiente della Cramps si muovono: viene l’idea di raccogliendo fondi che servono alla cura attraverso un concerto, da tenere all’Arena Civica di Milano. <span id="more-651"></span>Nel giro di pochi giorni si susseguono le adesioni, viene redatto un cartellone di nomi davvero imponente: tutta la musica italiana che conta è a disposizione. C’è molta attesa, e tutti i media dedicano ampio spazio all’avvenimento fissato per il 14 giugno 1979. Non si arriva in tempo: Demetrio Stratos muore a 34 anni in un ospedale di New York in attesa del trapianto del midollo. Il concerto si tiene ugualmente e si trasforma in un tributo in suo onore, da parte di 60mila persone e dei colleghi che lo ammiravano. Sfilano sul palco Guccini, il Banco, Bennato, Vecchioni, Finardi, Venditti, Branduardi fino agli Area che, orfani di Stratos, si limitano a suonare “L’Internazionale” chiudendo il concerto. Molti degli artisti vennero aggiunti all&#8217;ultimo momento al programma del concerto, e la sensazione prevalente che emerge sia dal doppio album, pubblicato pochi mesi dopo dalla Cramps che raccoglie alcune esibizioni, che dalle registrazioni televisive mandate in onda all&#8217;epoca è quella di un happening totalmente improvvisato. </span></p>
<p class="MsoBodyText"><span><br />
</span></p>
<p><!--EndFragment--><br />
<object width="425" height="344" data="http://www.youtube.com/v/81PMx5ndpnc&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;" type="application/x-shockwave-flash"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/81PMx5ndpnc&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
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		<title>La fine della controcultura</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jul 2008 08:19:27 +0000</pubDate>
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<p><a href="http://www.lucapollini.net/wp/wp-content/uploads/2008/07/2-240x1801.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-144" title="2-240x1801" src="http://www.lucapollini.net/wp/wp-content/uploads/2008/07/2-240x1801-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>La controcultura italiana celebra la sua fine il 30 giugno 1976, l&#8217;ultima giornata dell&#8217;ultimo festiva del Parco Lambro di Milano. Occorre però fare un salto indietro di almeno tre anni. Verso la fine del 1973, infatti, nascono i Circoli del Proletariato Giovanile che in pochi anni arrivano a coinvolgere migliaia di giovani (circa 7.000 solo a Milano) sia in attività culturali sia n quelle prettamente politiche. Questo rapido sviluppo è dovuto alla crisi della militanza: le organizzazioni della nuova sinistra, infatti, vengono abbandonate perché accusate di essere dei cloni dei partiti tradizionali guidati da professionisti della politica. Migliaia di giovani di sinistra, quindi, cercano di fare politica in modo nuovo, aggregandosi al di fuori delle organizzazioni tradizionali e dei partiti. L’appuntamento centrale di quello che viene presto definito il ‘proletariato giovanile’ è il Festival che ogni inizio estate viene organizzato dalla rivista undergound libertaria e pacifista Re Nudo al Parco Lambro di Milano. <span id="more-142"></span>Già alle prime edizioni la rassegna ottiene un grande successo. Al parco di respira un po’ un’aria simile a quella di Woodstock; la controcultura regna sovrana e sul palco si alternano gruppi del nuovo rock italiano, si organizzano dibattiti e tavole rotonde sui temi più vicini al mondo giovanile: la scuola, la casa, la disoccupazione, la droga. Ma nel 1976 il Festival segna la fine di quello che è stato l’esperienza dei Circoli Proletari e tiene a battesimo quello che, l’anno dopo, diventerà il Movimento del 77 guidato da Autonomia. L’aria è elettrica sin dal primo giorno (il festival dura quattro giorni, da giovedì a domenica), gli organizzatori (non più solo Re Nudo, ma anche le prime radio libere e nuove organizzazioni di sinistra) arrivano alla festa giá divisi tra loro, con grosse contraddizioni, che non toccano tanto i problemi tecnici-organizzativi quanto proprio i contenuti politici-ideologici: la festa non è diventata solo un appuntamento dei giovani di sinistra, al parco circolano tutti, dagli indiani metropolitani agli spacciatori, dai miltanti agli autonomi. Sono in centomila e la situazione, ben presto, sfugge di mano agli organizzatori. Tutti contestano tutto, specie se in vendita: quindi gli spettacoli musicali e tutto ciò che gli organizzatori contavano di vendere: panini, birra, libri e dischi ‘di sinistra’. I contestatori sono circa 3.000, sono studenti dei licei e delle università in rivolta, disoccupati e sottoproletari, e si organizzano: formano cortei interni, chiedono l&#8217;abbassamento dei prezzi, discutono in assemblea della lotta, fermano i concerti, aprono con la forza i camion e distribuiscono gratuitamente a tutti gelati, patatine e polli. È il momento dell’autoriduzione proletaria, del riprendiamici tutto. Nessun leader politico riesce a prendere la parola durante tutta la manifestazione: va in scena la rivolta delle maestranze contro l&#8217;organizzazione “gerarchica” del Festival, colpevoli di aver organizzato una festa alternativa sulla testa del proletariato, vendendo musica e anche cultura di base, ma dimenticando i bisogni di migliaia di giovani che avevano 6.000 lire per campare lì 4 giorni. Così il proletariato giovanile ha rifiutato ogni programma e ha fatto la festa a loro. È il momento più negativo della controcultura, che segna l’inizio di un lungo periodo di stasi nella musica italiana, che era stata rinnovata da gruppi come gli Area, gli Stormy Six, cantautori come <a href="http://it.youtube.com/watch?v=i40xTbLu6RM" target="_blank">Eugenio Finardi</a>, <a href="http://www.gianfrancomanfredi.com/parco.html" target="_blank">Gianfranco Manfredi</a>, Ricky Gianco e Claudio Lolli, artisti che avevano rinnovato la musica italiana, ormai sclerotizzata dal riproporsi stantio delle canzonette di Sanremo.</p>
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