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	<title>Retrovisore &#124; un sito di Luca Pollini &#187; Anni Venti</title>
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		<title>Guerre, lotte e disimpegno tra canzoni e canzonette (1a parte)</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Sep 2011 14:05:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«…tenteremo, assistiti dal Verbo che ci ispira dal cielo, di giovare alla lingua della gente illetterata…» queste parole sono tratte dalla prima canzone italiana. Risale al Trecento, s’intitola De vulgari eloquentia e l’ha scritta Dante Alighieri. A chiamarla “canzone”, infatti, è lo stesso Dante, che definisce il suo scritto «Un’opera compiuta di chi propone parole [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/lescano.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1366" title="lescano" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/lescano-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>«…<em>tenteremo, assistiti dal Verbo che ci ispira dal cielo, di giovare alla lingua della gente illetterata…»</em> queste parole sono tratte dalla prima canzone italiana. Risale al Trecento, s’intitola <em>De vulgari eloquentia</em> e l’ha scritta <strong>Dante Alighieri</strong>. A chiamarla “canzone”, infatti, è lo stesso Dante, che definisce il suo scritto «Un’opera compiuta di chi propone parole in armonia tra loro in vista di una modulazione musicale». Da allora la canzone diventa il genere musicale più caratteristico del nostro Paese attraverso il quale è possibile ripercorrere tutta la storia degli ultimi centocinquanta anni: le guerre e la dittatura, la ricostruzione e il boom economico, le lotte politiche e quelle giovanili, gli anni di Piombo e quelli dell’evasione. Una sorta di specchio che riflette i cambiamenti del costume e della nostra società.<span id="more-1365"></span>A partire dal Cinquecento, quando in Italia il termine canzone appare in opposizione al sonetto, i testi narravano situazioni rustiche e burlesche. Nel Seicento queste caratteristiche si sono evolute: le composizioni, più brevi, per far più presa sul popolo venivano cantate in dialetto e in poche decine di strofe si narravano, anche con passaggi satirici, battaglie cruente e amori, trovati o perduti. Così fino ai primi dell’Ottocento quando, accanto al repertorio romantico, cominciarono a scriversi i primi canti patriottici e politici che accompagnarono il periodo del Risorgimento; canzoni che, sul piano culturale e politico, contribuiranno alla crescita di una coscienza nazionale. Ad esempio Il <em>Canto degli italiani</em>, meglio noto come <em>Fratelli d’Italia</em>, composto da <strong>Goffredo Mameli</strong> e <strong>Michele No</strong>varo nel 1847 dove si manifesta l’entusiasmo per le imprese patriottiche dei primi dell’Ottocento; o <em>La bandiera tricolore</em>, scritto da <strong>Luigi Mercantini</strong> dopo la decisione del re Carlo Alberto di assumere come bandiera del regno il tricolore delle Cinque giornate di Milano. Alla seconda guerra d’indipendenza è invece legata <em>La bella Gigogin</em>, pubblicata nel 1858 da <strong>Paolo Giorza</strong>, che musicò un mosaico di strofe di vecchi canti e canzoni popolari di varie parti d’Italia, dove tra le strofe si sprona il re Vittorio Emanuele II a «Daghela avanti un passo (fare un passo avanti)» nell’unificazione italiana. Ma la patria non è l’unico tema: in questo periodo Filippo Turati scrisse l’<em>Inno dei lavoratori </em>dove, in maniera diretta, si parla si sfruttamento «La risaia e la miniera/ci han fiaccati ad ogni stento/ come i bruti d’un armento/ siam sfruttati dai signor». Intanto nelle si tenevano piccoli concerti, cosiddetti da “salotto”, dove i cantanti interpretavano arie da opere e romanze. Le liriche di quest’ultime erano affidate a poeti e, in contrasto con le canzoni patriottiche o di protesta, erano tutte poesie d’amore con donne, belle e perfette, protagoniste, ma dove l’idea di bellezza era legata all’interiorità dell’animo più che al corpo, quest’ultimo rappresentato solo dalla compitezza dei gesti e delle movenze.</p>
<p>La prima guerra mondiale scatenò grande suggestione sulla fantasia degli autori, basti pensare alla <em>Leggenda del Piave</em>, scritta da <strong>Ermete Giovanni Gaeta</strong> con lo pseudonimo di E. A. Mario, che contribuì non poco a ridare morale alle truppe italiane, al punto che il generale Armando Diaz inviò un telegramma all’autore nel quale sosteneva che aveva giovato alla riscossa nazionale più di quanto avesse potuto fare lui stesso: «La vostra canzone al fronte è più di un generale». Nel Dopoguerra questo brano aiutò a dimenticare le atrocità del conflitto, le sofferenze e i lutti. Al contrario di canzoni come <em>O Gorizia tu sei maledetta</em>, tra i più famosi canti di protesta contro la guerra, scritta l’indomani della Battaglia di Gorizia (9 agosto 1916) che costò la vita a oltre cinquantamila soldati italiani. Dicono che, durante la guerra, chi la cantava poteva essere accusato di disfattismo e condannato: sotto accusa era la strofa «traditori signori ufficiali/che la guerra l’avete voluta/scannatori di carne venduta/e rovina della gioventù».</p>
<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/grammofono1vp2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1370" title="grammofono1vp2" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/grammofono1vp2-206x300.jpg" alt="" width="206" height="300" /></a>Negli anni Venti, grazie alla diffusione della radio e del grammofono, si cominciò ad ascoltare canzoni straniere e lo stesso cinema sonoro contribuì a favorire la conoscenza di nuovi stili musicali. Questo fino all’avvento del fascismo quando il duce, che condusse una politica di tipo nazionalistico anche in campo musicale, ostacolò il più possibile la diffusione delle canzoni straniere. Negli anni Trenta, con la crescita della cultura fascista, le canzoni dovevano trasmettere l’idea di un’Italia senza problemi, dove si viveva senza preoccupazioni, paure e incertezze per il futuro. I temi prevalenti, oltre all’amore, sono la campagna, la città di Roma e la guerra coloniale. Le canzoni coloniali irridevano sempre il popolo sottomesso e il suo sovrano, enfatizzavano la bellezza delle zone conquistate, inneggiavano al nazionalismo («Faccetta nera, sarai romana/la tua bandiera sarà sol quella italiana! ») e mostravano l’esercito italiano non come invasore ma come benemeriti soccorritori di «chi giammai conobbe libertà». Queste canzoni fecero subito presa sui giovani dei quartieri periferici delle grandi città o dei piccoli centri agricoli, perché in tutte le canzoni dell’epoca fascista è sempre presente un’esplicita contrapposizione tra la campagna e la città: la prima equivale all’alba, alla salute fisica, mentale e morale; la città alla lussuria, alla delusione, alla perdizione, alle insidie della notte. A incoraggiare gli autori verso tali argomenti è lo stesso il ministero della Cultura Popolare. Era noto, infatti, il sentimento di favore che Mussolini provava nei confronti del mondo agricolo, cui fa da contraltare l’avversione per la città, fonte di corruzione morale e di crescita culturale, potenzialmente pericolosa per il regime: «Se vuoi goder la vita, torna al tuo paesello/che è assai più bello della città» (<em>Se vuoi goder la vita</em>, 1940).</p>
<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/Gorni_Kramer_nel_1959.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1371" title="Gorni_Kramer_nel_1959" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/Gorni_Kramer_nel_1959-300x240.jpg" alt="" width="300" height="240" /></a>Due canzoni molto popolari, e apparentemente innocue, ebbero qualche problema con la censura fascista entrando nell&#8217;elenco di “canzoni della fronda”: <em>Crapa pelada</em>, scritta da <strong>Gorni Kramer</strong> (nella foto), e <em>Maramao perché sei morto</em>. Nella prima, a parte la ritmica in odore di jazz, genere messo all’indice dal regime perché «negroide e americaneggiante», la calvizie dello sbeffeggiato protagonista pareva proprio alludere alla “crapa pelata” di Benito Mussolini e la vicenda di spartizioni di tortelli e frittata era letta come una metafora della spartizione di territori coloniali da parte delle potenze europee, lasciando le briciole all’Italia. Il caso di <em>Maramao perché sei morto</em>, pubblicata poche settimane dopo la morte di <strong>Costanzo Ciano</strong>, livornese, presidente della Camera dei Fasci e padre del ministro degli esteri e genero di Mussolini Gian Galeazzo, scoppiò quando a Livorno si trovarono scritti i versi della canzone sulla base della lapide a lui dedicata. (<em>1-continua</em>)</p>
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		<title>Nivea, la crema democratica</title>
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		<pubDate>Wed, 11 May 2011 18:48:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il segreto della sua longevità? Forse l&#8217;essere stata democratica, sempre e comunque, sin dalla sua nascita, nel 1911. Una mattina di quell&#8217;anno, il dottor Oscar Troplowitz (proprietario della Beiersdorf), Paul Gerson dermatologo, e Isaac Lifschutz, chimico, mettono a punto la formula di quella che doveva diventare, ed è diventata, la crema per tutti, la Nivea, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/05/crema-nivea-5001.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1313" title="crema nivea-500" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/05/crema-nivea-5001-300x213.jpg" alt="" width="300" height="213" /></a>Il segreto della sua longevità? Forse l&#8217;essere stata democratica, sempre e comunque, sin dalla sua nascita, nel 1911. Una mattina di quell&#8217;anno, il dottor Oscar Troplowitz (proprietario della Beiersdorf), Paul Gerson dermatologo, e Isaac Lifschutz, chimico, mettono a punto la formula di quella che doveva diventare, ed è diventata, la crema per tutti, la Nivea, chiamata così perché bianca come la neve (dall&#8217;aggettivo latino niveus/nivea/niveum), diventata famosa al pubblico anche grazie all&#8217;inconfondibile confezione rotonda di alluminio blu. La Nivea con sua confezione lineare e rigorosa, quasi minimalista, disegnata all&#8217;epoca per distinguersi ai decori e agli ornamenti dell&#8217;Art Nouveau, è passata indenne tra guerre mondiali, cambiamenti sociali e culturali e- nonostante abbia cent¹anni -sprigiona ancora il suo fascino elegante, da gusto rétro. <span id="more-1311"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/05/nivea-creme-classica.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1316" title="nivea-creme-classica" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/05/nivea-creme-classica-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Una crema che è stata spalmata sulla pelle di generazioni in tutto il mondo, dai bambini appena nati alle dive di Hollywood: Marilyn Monroe, infatti, sembra che dormisse nuda non solo con tre gocce di Chanel n.5, ma anche con un velo di Nivea sulla pelle. Un prodotto moderno, che ha sempre anticipato i tempi e ha contribuito a cambiare il costume; come nel caso della pubblicità. Negli Anni Venti, per i sui manifesti, invece che nobili signore, vestite eleganti e ritratte in pose improbabili che fino ad allora pubblicizzavano la gran parte dei cosmetici, Nivea ha scelto un&#8217;immagine di gente comune, ripresa all&#8217;aria aperta o nei luoghi di lavoro. Cosa che accade anche nel decennio successivo, quando nascono i prodotti solari, pubblicizzati da persone sorridenti ritratte al mare o in montagna. Così fino agli anni Sessanta, quando l&#8217;azienda comprende che, in pieno boom economico, le vacanze al mare stanno diventando un fenomeno di massa e non si lascia sfuggire l&#8217;occasione di reclamizzare i suoi prodotti con un gadget: il mitico pallone da spiaggia, gonfiabile e leggero, ovviamente blu, che ha presenziato sotto gli ombrelloni di tutti i litorali italiani. Oggi, dopo un secolo, la Nivea non accenna ad invecchiare: ogni giorno gli stabilimenti di Amburgo producono 50 tonnellate di crema e, nell&#8217;arco di 24 ore, vengono venduti oltre 100 milioni di pezzi in 200 nazioni del mondo. Sempre nella mitica scatoletta blu.</p>
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		<title>Gli immortali</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Oct 2010 12:50:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Li chiamano immortali, sono prodotti di uso quotidiano rimasti uguali nel tempo. Gli anni passano, le mode cambiano ma nulla e niente sembra intaccare il loro fascino. Il merito è da ricercare in più ambiti, e non è soltanto merito del design, della genialità dell’invenzione o della funzionalità dell’oggetto; ma possono anche aver cambiato il modo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/10/CocaCola19073.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1195" title="CocaCola1907" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/10/CocaCola19073-216x300.jpg" alt="" width="216" height="300" /></a>Li chiamano immortali, sono prodotti di uso quotidiano rimasti uguali nel tempo. Gli anni passano, le mode cambiano ma nulla e niente sembra intaccare il loro fascino. Il merito è da ricercare in più ambiti, e non è soltanto merito del design, della genialità dell’invenzione o della funzionalità dell’oggetto; ma possono anche aver cambiato il modo di vivere o ricordare qualcosa del nostro passato. La penna <strong>Bic</strong>, ad esempio, ci ha fatto scrivere alle elementari e, ancora oggi, la portiamo nel taschino o in borsetta. Oppure il segreto della longevità sta nelle ricette particolarmente indovinate: la <strong>Nutella</strong> non ha eguali, il suo sapore è unico e per questo viene spalmata sul pane da intere generazioni; così come la <strong>Coca Cola</strong>, stesso marchio e stessa bottiglietta di vetro dalle curve sinuose dal giorno della sua nascita, negli anni Venti, che è riuscita a dissetare popolazioni in cinque continenti, sopravvivendo a concorrenze spietate e persino a boicottaggi politici. Il merito può anche essere di comunicazioni geniali, come lo slogan “<em>Il passatempo più sano ed economico</em>” che sopravvive, assieme alla <strong>Settimana Enigmistica</strong>, sempre uguale a sé stessa, dal 23 gennaio del 1932, fregandosene allegramente di nuovi passatempi come videogiochi e multimedialità. I sociologi concordano nel sostenere che queste merci che hanno compiuto il miracolo della durata, fondano la quotidianità dell’individuo: il loro successo deriva semplicemente dall’insieme di unicità e qualità che, una volta sommate, producono la capacità di resistenza. Sono pochi gli oggetti che possono vantare percorsi luminosi e durevoli, che assumono il peso e l’onore di essere simbolo, cultura e persino emozione condivisa da persone, generazioni e Paesi distanti nella geografia e nel tempo. Con oggi pubblicherò, di volta in volta, una breve rassegna di questi oggetti &#8220;immortali&#8221;. E la prima non poteva essere che lei, la Coca Cola!</p>
<p><span id="more-1185"></span><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/10/cocacola-advert1.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-1198" title="cocacola-advert" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/10/cocacola-advert1-233x300.gif" alt="" width="233" height="300" /></a>Coca Cola </strong>Doveva essere una semplice variazione del “vino di coca”, una bevanda digestiva in uso alla fine dell’Ottocento, invece il farmacista americano John Stith Pemberton, miscelando alcuni nuovi ingredienti, ha inventato la bibita più bevuta al mondo. Era il 1886, da allora la Coca Cola ha cominciato a dissetare il mondo intero: oggi la Coca Cola detiene il 50 per cento del mercato delle bibite, e solo negli Stati Uniti se ne bevono 125 milioni di litri di ogni anno. Nome e logo sono invece opera del contabile dell’azienda che pone solo alcuni piccole modifiche al carattere <em>Spencerian Script</em> uno tra più comuni e utilizzati del tempo. Le mitiche bottigliette di vetro, tonde e sinuose, sono invece comparse più tardi, nel 1916, e sono ispirate alle “curve” dell&#8217;attrice Mae West che indossava sempre abiti molto aderenti.</p>
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		<title>La prima volta di Metropolis</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Jan 2010 20:53:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[A Berlino, il 10 gennaio del 1927, viene proiettato per la prima volta Metropolis, capolavoro del regista austriaco Fritz Lang. Il film, muto, è considerato uno dei capisaldi dell’espressionismo cinematografico e ed universalmente riconosciuto come modello di gran parte del cinema di fantascienza moderno. Ha ispirato pellicole come Blade Runner e Brazil. La lavorazione del film [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-962" title="metropolis_robot" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/01/metropolis_robot1-150x150.jpg" alt="metropolis_robot" width="150" height="150" />A Berlino, il 10 gennaio del 1927, viene proiettato per la prima volta <em>Metropolis</em>, capolavoro del regista austriaco Fritz Lang. Il film, muto, è considerato uno dei capisaldi dell’espressionismo cinematografico e ed universalmente riconosciuto come modello di gran parte del cinema di fantascienza moderno. Ha ispirato pellicole come <em>Blade Runner</em> e <em>Brazil</em>. La lavorazione del film durò diciannove mesi, e vennero prodotti oltre 600 mila metri di pellicola e vennero impiegate 36 mila comparse.l film è costruito come un&#8217;opera lirica divisa in tre parti: il &#8220;Prologo&#8221;, che dura per l’intera prima metà del film, seguito da un breve &#8220;Intermezzo&#8221;, e si conclude con &#8220;Furioso&#8221; che contiene le scene finali. <span id="more-952"></span>Oggi dell&#8217;originale di Metropolis originale restano solo parte dei negativi e alcune copie di versioni ridotte realizzate all’epoca. Un quarto del filmato originale, tutte le sceneggiature, i modellini e il robot Maria, sono stati distrutti durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale.</p>
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		<title>Dal cazzotto nacque il Bacio</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Nov 2008 15:46:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Finalmente qualcuno si è accorto di loro. E, come si fa con le cose importanti, vengono celebrati in una mostra. Stiamo parlando di loghi, o più comunemente “marchi”, semplici fregi, segni, disegni e immagini che hanno fatto non solo la storia dell’imprenditoria, ma anche quella d’Italia e che ci hanno accompagnato per tutto il Novecento, [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal"><img class="alignnone size-medium wp-image-472" title="02illustrazionebacio_1922" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/11/02illustrazionebacio_1922-300x229.jpg" alt="" width="300" height="229" />Finalmente qualcuno si è accorto di loro. E, come si fa con le cose importanti, vengono celebrati in una mostra. Stiamo parlando di loghi, o più comunemente “marchi”, semplici fregi, segni, disegni e immagini che hanno fatto non solo la storia dell’imprenditoria, ma anche quella d’Italia e che ci hanno accompagnato per tutto il Novecento, esposti a Castel Sant’Angelo, a Roma, all’interno della mostra <em>Loghi d’Italia. Storie dell’arte di eccellere</em>, fino al 25 gennaio. Alcuni loghi sono diventati famosi grazie a <em>Carosello</em>, alcuni per i testimonial, altri ancora per l’estrema creatività o un design particolarmente azzeccato, fatto sta che ciascuno di loro nasconde un segreto, sia esso industriale o personale, o una storia grazie alla quale l’oggetto o l’azienda, reclamizzata è stato trasformato in mito. La mostra, curata dall’architetto Cornelia Bujin per Innovarte, si propone come una narrazione, viva e interattiva, delle commistioni tra il mondo artistico-culturale e le principali aziende italiane, e abbraccia opere e i contributi artistici più disparati, dal lungometraggio di Bertolucci al documentario di Antonioni, dai Caroselli di Armando Testa agli interventi artistici di Wahrol e Dalì, dalle affiches di Depero, Dudovich e Carboni ai versi di D&#8217;Annunzio, Marinetti, Pasolini, dai progetti architettonici di Cucinella e Fuksas alle sculture di Palladino, senza dimenticare il design, con Sapper, Zanuso e Superstudio e molti altri. <span id="more-469"></span><img class="size-thumbnail wp-image-475 alignright" title="020_buitoni_19291" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/11/020_buitoni_1929-150x150.jpg" alt="" />E così, visitando l’esposizione, si scopre che la “fortuna” della Buitoni dipende soprattutto da Federico Seneca, artista futurista che, nel 1929, s’inventò l’immagine del bambino estasiato davanti un piatto di pastina glutinata. Tre sono le sezioni che compongono la mostra: Storia di loghi, suddivisa in quattro aree tematiche, impresa e comunicazione, impresa e design, impresa e innovazione, impresa e arte; Storie di nomi, nel quale il mondo delle aziende italiane è raccontato attraverso le figure dei loro imprenditori, e Luoghi d&#8217;amore, dove l’attenzione si concentra in quei luoghi e territori nei quali si sono sviluppate le eccellenze del Made in Italy. A proposito d’amore, merita di essere raccontata la storia di com’è nato il <strong>Bacio Perugina</strong>: dietro al nome e al logo c’è una love story travagliata, che ha tra i protagonisti Luisa Sargenti e suo marito Annibale Spagnoli e la famiglia Buitoni. I coniugi Spagnoli, assieme ai due figli Maria e Aldo, nel 1907 erano proprietari della Perugina, piccola azienda dolciaria con quindici dipendenti. L’anno dopo entra in società anche Francesco Buitoni, che porta con sé il figlio Giovanni. Tutto procede bene fino all’arrivo della Guerra, periodo in cui Luisa si ritrova sola a mandare avanti l’azienda. Terminata la guerra Annibale, per contrasti con i Buitoni, lascia; la moglie no.</p>
<p class="MsoNormal"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-477" title="2_manifesto_mp-soldati-1950" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/11/2_manifesto_mp-soldati-1950-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Dietro a questa scelta si cela la grande passione tra Luisa e Giovanni Buitoni, di 14 anni più giovane di lei; un legame celebrato dall’invenzione di Luisa, un cioccolatino tondeggiante, farcito con gianduia, granella e nocciola che in un primo tempo avrebbe dovuto chiamarsi “cazzotto” e che invece Giovanni, in onore alla donna amata, ribattezzò semplicemente “Bacio Perugina”. Poi chiamò Seneca, dicendogli che , per quel nuovo cioccolatino, voleva qualcosa di speciale. L’artista rielaborò così l’immagine de “Il bacio”, quadro di Francesco Hayez, su sfondo blu ed ebbe l’intuizione di inserire in ciascuna confezione del cioccolatino, il bigliettino con le frasi d’amore. E<span> </span>il Bacio Perugina è passato indenne attraverso la storia.</p>
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