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	<title>Retrovisore &#124; un sito di Luca Pollini &#187; Anni Settanta</title>
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		<title>Totocalcio, nascita e morte del sogno consumista</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 15:41:42 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/Totocalcio1951.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1155" title="Totocalcio1951" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/Totocalcio1951-211x300.jpg" alt="" width="211" height="300" /></a>È stata la compagna della domenica preferita dagli italiani: raramente baciata o accarezzata, quasi sempre strapazzata, insultata o fatta a pezzi. Ma tant’è, la settimana dopo si voleva ancora passare la domenica in sua compagnia. La schedina del Totocalcio ha accompagnato l’Italia e gli italiani alla rinascita, a sogni milionari: un azzardo innocuo che negli anni Cinquanta infiamma un popolo distrutto dalla guerra ma pronto a scommettere. Così, in pochi anni, la crescita del montepremi cresce rapidamente, quasi come l’industria, il reddito medio e le strade. Il Totocalcio diventa una sorta di emblema del miracolo economico di un Paese ferito a pronto a rialzarsi. È il 1946, l’anno del referendum “monarchia-repubblica”. L’Italia si lecca le ferite di una lunga guerra: circolano pochissime automobili, la maggior parte viaggia in treno, stipati in carrozze di terza classe, e non sono pochi quelli che non sanno se, a fine giornata, riescono a cenare. Senza quella povertà non si capirebbe l’imminente trionfo del nuovo gioco popolare creato da un giornalista, Massimo Della Pergola, aiutato da due suoi colleghi, Fabio Jegher e Geo Molo, inventano “la schedina Sisal”, concorso a premi legato al campionato di calcio che, tra mille difficoltà logistiche, si apprestava a ricominciare con la serie A divisa in due gironi, uno al Nord, l’altro al Sud. <span id="more-1152"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/4950totocalcio.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1156" title="4950totocalcio" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/4950totocalcio-261x300.jpg" alt="" width="261" height="300" /></a>Della Pergola, triestino, dieci anni prima viene licenziato in tronco dal <em>Popolo di Trieste</em> perché di origine ebrea. Rientrato dalla Svizzera, dove si è rifugiato, dopo la Liberazione arriva a Milano. Fonda assieme ai colleghi Jegher e Molo la Sisal, società con un capitale sociale di 300 mila lire, s’inventa la schedina e il concorso a premi (in denaro) legato al campionato di calcio: l’obiettivo è indovinare se in ciascuna delle dodici partite della serie A vincerà la squadra di casa (1), quella ospite (2) oppure sarà pareggio (X). Scrive anche lo slogan con il quale pubblicizza il concorso: «Tentate la fortuna al prezzo di un vermouth»: trenta lire, infatti, è la puntata minima per giocare una colonna. La prima schedina è legata alle partite del 5 maggio 1946: nei bar ne vengono distribuite 5 milioni, quelle giocate sono 34.423 (per sbarazzarsi di quella montagna di carta alla Sisal decidono di distribuire quelle inutilizzate ai barbieri che le usano per pulire i rasoi), l’incasso non arriva a 2 milioni di lire e il montepremi non è di quelli che cambiano la vita: 463.146 lire, che va tutto a Emilio Biasetti, impiegato di Milano, l’unico che indovina la colonna vincente. Ma la febbre del gioco, è risaputo, ha una sua forza autonoma: così, di domenica in domenica, il montepremi cresce. I primi milionari arrivano già all&#8217;ottavo concorso: un disoccupato di Genova e una casalinga di Bologna intascano 1.696.000 lire a testa. Ma il primo a cambiar vita per davvero è Pietro Aleotti, da Treviso che nella primavera del 1947 vince 64 milioni: non si è nemmeno accorto di aver fatto 12, però ha messo il suo nome nella casella dietro la schedina dove, nello spazio professione, ha scritto “artigiano del legno” perché costruisce bare.</p>
<p>In due stagioni la Sisal triplica gli incassi, conquista l’attenzione degli italiani e anche quella dello Stato. All’inizio, prima di andare dal notaio e creare la sua società, Della Pergola cerca di vendere la sua idea al Coni che, però, non ha mai creduto che quella semplice colonna a quadretti dove scrivere 1 X 2 possa produrre soldi da investire nella ricostruzione degli impianti sportivi bombardati. Ora però le cose sono cambiate, le schedine della Sisal sono diventate famose quanto il gioco del Lotto, nei bar la domenica non si parla che di quello e, soprattutto, il montepremi è notevole e fa gola allo Stato: e così, con un decreto, nel 1948 il presidente Luigi Einaudi nazionalizza la schedina, che da questo momento cresce di un pronostico – per vincere bisogna fare tredici – e si chiama semplicemente Totocalcio. Il Coni, da questo momento in poi, incassa un terzo delle giocate, un terzo lo prende l’erario, quello che resta va ai vincitori e, per pagare la trasferta olimpica di Londra, il costo della colonna sale a 50 lire. La prima schedina del Totocalcio “statale” è del 19 settembre 1948. Dalla stagione 1951-52 viene introdotta la doppia colonna che porta la giocata minima a 100 lire; sempre lo stesso anno un provvedimento legislativo contribuisce alla maggiore diffusione del gioco: la legge sull’Imposta Unica (22 dicembre 1951, n.1379) stabilisce che i premi vinti siano al netto delle ritenute. E Della Pergola? Protesta, chiede l’indennizzo e intenta causa allo Stato, al ministero dello Sport, al Coni… Avvocati, carte bollate, udienze, giudici, avanti e indietro per anni dalle stanze dei tribunali: una causa infinita che non porta a niente. E così, nel 1954, si convince che vincere una causa contro lo Stato è un’impresa improba e, dopo aver gestito, sempre attraverso la Sisal, il Totip, concorso-pronostico sulle corse dei cavalli sempre con formula con 1 X 2, nel 1954 torna a tempo pieno al giornalismo. È assunto dalla <em>Gazzetta dello Sport</em>, allora diretta da Bruno Roghi, con la qualifica di caporedattore responsabile del calcio.</p>
<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/00f3e32f2.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-1161" title="00f3e32f" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/00f3e32f2.gif" alt="" width="240" height="200" /></a>Negli anni Cinquanta i milionari della domenica diventano un fenomeno di costume, tanto che se ne occupano i rotocalchi: vengono realizzati servizi su gente comune che, grazie alla schedina, diventa famosa perché il Totocalcio gli ha cambiato la vita. Tra questi c’è Giovanni Mannu, minatore sardo, che ha realizzato un tredici da 77 milioni, ripreso mentre entra nel palazzo degli uffici del Totocalcio di Roma con le braccia al cielo come se stesse tagliando un traguardo. Diventa famoso anche il ferroviere Giovanni Cappello che, davanti alla cinepresa, fa frusciare i pacchi di banconote da 10 mila lire formato “lenzuolo”. Copertina anche per la signora Giovanna Taro, prima donna “milionaria”, che grazie ad aver previsto la sconfitta dell’Inter a Catania, contro il parere del figlio e del marito, incassa 60 milioni dell’unico tredici di quella domenica. A superare il tetto della vincita a nove cifre è una coppia di amici, Luigi Piacenza e Renzo Pinferri di Prato, che il 25 ottobre 1953 incassano 104 milioni. Anche loro, come Mannu, Cappello e la signora Taro, vengono travolti dall&#8217;improvvisa ricchezza e soffocati dall’abbraccio di amici e parenti. Un affetto improvviso e non sempre sincero, e per questo motivo, oltre che per sfuggire all’esattore delle tasse, i vincitori cominciano a diventare anonimi e aggirano l&#8217;obbligo di pagamento nominale della vincita affidando la riscossione ad avvocati, notai e banche. I sogni da realizzare? Sono uguali per tutti: una nuova cucina, l’automobile, la licenza del negozio e l’aiutino ai parenti. La beneficenza non è ancora di moda. Nel 1977 si supera il muro del miliardo di lire: al concorso numero 19, il 31 dicembre, l’unico tredici si porta a casa un miliardo e 185 mila lire. Il fortunato tredicista, però, finisce male: lascia il lavoro da impiegato e prova a inventarsi imprenditore. Fallisce pochi anni dopo travolto dai debiti, è abbandonato dalla moglie e muore travolto da un treno. La schedina diventa ben presto uno degli emblemi del sogno consumista. Ogni domenica, infatti, tutti possono cambiare la vita; la ricchezza del montepremi si moltiplica di anno in anno, attirando sempre nuovi giocatori, anche chi di calcio non ne capisce nulla, uomini e donne, anziani e bambini. Negli anni Ottanta e Novanta il Totocalcio distribuisce fino a mille miliardi di lire ogni stagione. L’anno dei record è il 1993: la vincita più alta in assoluto è quella del 7 novembre, concorso n. 13, quando tre schedine con un 13 e cinque 12 &#8211; giocate a Crema, Patti Marina (Messina) e in un autogrill sull’autostrada Napoli-Salerno &#8211; regalano ai loro possessori 5.549.756.245 lire; pochi mesi più tardi si ha il montepremi più ricco: il 5 dicembre ai giocatori vengono distribuiti la bellezza di 34.475.852.492 di lire.</p>
<p>E il declino, forse, comincia proprio da lì, da quei superpremi. Le cause sono tante: la moltiplicazione dei concorsi (sull’onda del successo nascono il Totogol e l’Intertoto), i montepremi astronomici del Superenalotto, la legalizzazione delle scommesse, i gratta e vinci, l’immensità del tavolo da gioco di internet. Il 24 agosto 2003 è la “domenica nera” del Totocalcio, il premio più basso della sua storia: ai quasi cinquantacinquemila “14” (dal campionato 2003 il gioco è infatti passato da 13 a 14 partite) due euro di premio ciascuno. Certo, era una domenica molto particolare, c’era stato lo sciopero del calcio, i risultati decisi a tavolino. Eppure quel risultato è suonato come la campana dell’ultimo. E oggi gli adolescenti, anche quelli più patiti di pallone, sanno a malapena cosa sia quell’antonomasia che affiora nel linguaggio degli adulti «Ma che, hai vinto al Totocalcio?».</p>
<p>(Scritto per Focus Storia, settembre 2010)</p>
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		<title>Cento candeline per l&#8217;Alfa</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 19:33:25 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/06/alfa1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1092" title="alfa1" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/06/alfa1-300x218.jpg" alt="" width="300" height="218" /></a>È il 24 giugno del 1910 quando nasce L’Alfa (Anonima Lombarda Fabbrica Automobili): la sede è a Milano e a guidarla sono un gruppo di imprenditori che rilevano la filiale italiana della francese Darracq. La prima vettura che esce dallo stabilimento al Portello, in zona Fiera, è la 24 HP: il motore, di 4084 cm3 di 42 CV, permette di superare i 100 chilometri l&#8217;ora, velocità notevole per l&#8217;epoca. La sportività, d’altra parte, è una caratteristica che accompagnerà, per cento anni, quasi tutti i modelli della casa del biscione. Pochi anni più tardi, con lo scoppio della guerra, l’azienda versa in gravi difficoltà economiche: a salvarla è l’ingegnere Nicola Romeo, che unisce il proprio nome al marchio. E la prima auto con lo stemma “Alfa Romeo” è del 1930: si chiama Torpedo che un giovane pilota, Enzo Ferrari (sì, proprio lui) porta al secondo posto alla Targa Florio.  Le corse sono state sempre una grande vetrina per l’Alfa  Romeo, tanto che negli anni Cinquanta, per lanciare la 1900 Sprint viene coniato lo slogan “la macchina da famiglia che vince le corse”.</p>
<p><span id="more-1091"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/06/alfa_11.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1093" title="alfa_11" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/06/alfa_11-300x167.jpg" alt="" width="300" height="167" /></a>Nel 1966 è la volta della Spider Duetto diventata famosa anche negli Stati Uniti con il film <em>Il Laureato</em> (proprio negli Usa, fino ai primi anni Novanta, è commercializzata una versione speciale chiamata &#8220;Graduate&#8221;: &#8220;Laureato&#8221;, appunto). Agli inizi degli anni Settanta l&#8217;Azienda si scontra con nuovi problemi esterni: crisi energetica, proteste del Sessantotto, inflazione a due cifre fanno diminuire le vendite. L’ Alfa Romeo presenta comunque nuovi modelli: l’Alfetta, berlina vendutissima, e l’Alfasud, prima trazione anteriore dell’azienda, costruita in provincia di Avellino. Il decennio successivo, nonostante alcuni modelli di successo come la 164 e la 33; e clamorosi flop (l’Arna, nata da una joint venture con la Nissan, una delle auto più brutte mai costruite) l’Alfa Romeo è sull’orlo del fallimento e viene acquistata dalla Fiat. Per gli “alfisti” purosangue è la fine di un mito. I primi modelli del Biscione made in Torino sono le 155, 145, 156; 147 che hanno alterne fortune. Cento anni dopo, Alfa Romeo è ancora un simbolo di sportività e eccellenza tecnica. L’affascinante Brera, l’intrigante MiTo e la nuova Giulietta dimostrano che la creatività del marchio è più viva che mai.</p>
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		<title>Gli Ottanta &#8211; L&#8217;Italia tra evasione e illusione</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 08:27:06 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La vedete questa cover a fianco? Bene, è il mio nuovo libro, sugli anni Ottanta, logico seguito dopo averne scritto uno sui Settanta. Si intitola Gli Ottanta, l&#8217;Italia tra evasione e illusione, anche questo è pubblicato da Bevivino Editore. Tra le pagine è riportata la cronaca, i fatti, le mode degli anni Ottanta. Un decennio complesso, per l&#8217;Italia, difficile e indecifrabile, vissuto dalla prima generazione post-ideologica; dove la leggerezza si contrappone alla pesantezza dei Settanta, dove l&#8217;evasione e il non-sense si sostituiscono all&#8217;impegno e alle ideologie. La cultura diventa usa e getta, si viaggia di più e si è convinti di essere moderni e cosmopoliti: in realtà si è un po&#8217; naif, provinciali che imitano lo yuppismo americano. E poi i giovani: una generazione educata a colpi di telefilm, di musica d&#8217;evasione, che non si ribella più ma, anzi, sembra perfettamente allineata al sistema. All&#8217;invasione britannica di dark e metallari, l&#8217;Italia risponde con il Paninaro nostrano, teenager che ha come obiettivo il benessere a tutti i costi. Chi è nato in quegli anni non ha fatto la guerra, non ha partecipato a scontri di piazza, non ha vissuto il terrorismo, né votato per il referendum sull&#8217;aborto. Ma ha dovuto ben presto scontrarsi con il falso mito della leggerezza. Della prefazione scritta da  Claudio Cecchetto, uomo &#8220;Anni Ottanta&#8221; per eccellenza, si legge: «<em>Ai posti di comando arrivavano i trentenni, facce nuove che occupavano i vertici nelle radio, nelle televisioni, nelle agenzie di pubblicità, nella moda (nella politica no perché di quella, allora, non fregava niente a nessuno). E l&#8217;Italia, guidata finalmente dai giovani si toglieva l&#8217;abito grigio per indossarne uno più colorato, più internazionale, magari scimmiottando un po&#8217; gli inglesi e americani, ma sicuramente adottando un proprio e ben definito stile. L&#8217;Italia cambiava, e lo faceva divertendosi». </em>Se devo essere sincero, a me gli anni Ottanta non sono mai piaciuti, ho sempre preferito di gran lunga il decennio precedente, i Settanta, nonostante la sua violenza e la sua pesantezza. Eppure, dopo ricerche e studi, devo ammettere che anche gli Ottanta hanno avuto, come si dice, &#8220;il loro perché&#8221;; non sono anni da buttare, anzi!. Leggere &#8211; il libro &#8211;  per credere.</p>
<p><em> </em></p>
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		<title>Sanremo, da sessant&#8217;anni specchio d&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 15:08:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sanremo è il “grande evento” necessario e prestigioso, che riassume le trasformazioni del nostro Paese, le sue inerzie, le sue sedimentazioni culturali, sociali e politiche. In Italia la musica leggera è un bene di consumo popolare che, come pochi altri, riflette l’immagine che una società vuol dare di sé. E per questo motivo che il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/50-Nilla-Pizzi.gif"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-998" title="50 Nilla Pizzi" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/50-Nilla-Pizzi-150x150.gif" alt="" width="150" height="150" /></a>Sanremo è il “grande evento” necessario e prestigioso, che riassume le trasformazioni del nostro Paese, le sue inerzie, le sue sedimentazioni culturali, sociali e politiche. In Italia la musica leggera è un bene di consumo popolare che, come pochi altri, riflette l’immagine che una società vuol dare di sé. E per questo motivo che il Festival si è trasformato rapidamente nello &#8221; specchio dell&#8217;Italia&#8221;. Ogni anno dal suo palcoscenico si capisce lo stato del Paese, sotto tutti i punti di vista: sociale, politico, economico. Le coordinate le offrono le canzoni, i presentatori, le vallette, gli ospiti, l’arredamento, i vestiti. Tutto.<span id="more-997"></span></p>
<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/50-Modugno.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-999" title="50 Modugno" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/50-Modugno-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><strong>Anni Cinquanta &#8211; GLI INIZI <span style="font-weight: normal;">Nei primi anni Cinquanta, quando il Paese sta ancora cercando di rialzarsi dalla Guerra, la canzone italiana vive uno dei suoi momenti difficili: la maggioranza della popolazione, che ancora parla solo dialetto, non comprende a fondo i significati dei testi delle canzoni e, dall’estero, arrivano i ritmi latino-americani, balli come la rumba e la samba invadono le balere e fanno concorrenza ai nostri balli lisci. Durante l’estate del 1950, in una Sanremo ancora mal ridotta dalla guerra, s’incontrano Pier Bussetti, gestore del Casinò, e Giulio Razzi, maestro dell’Orchestra della Rai. I due hanno la passione per la canzone italiana e decidono di organizzare, subito dopo le feste natalizie, un festival dove presentare canzoni inedite. E così, il 29 gennaio 1951, si svolge la prima edizione del Festival di Sanremo. A presentarlo è Nunzio Filogamo, che saluta il pubblico radiofonico (la radio trasmette in diretta la manifestazione, la tv ancora non c’è) con una frase che diventa proverbiale: «Cari amici vicini e lontani, buonasera». Questa edizione la vince Nilla Pizzi con <em>Grazie dei fior</em>. Il disco vende oltre 36.000 copie, la gente fischietta le canzoni proposte, i cantanti diventano famosi. Il Festival ha riscontrato un successo sopra alle più rosee previsioni e così l’anno dopo si replica: vince ancora Nilla Pizzi con <em>Vola colomba</em> (che diventa la Regina del Festival), che si trasforma in canzone simbolo tra gli emigranti che vanno a cercare fortuna oltre oceano. Si registra già il primo “scandalo”: il testo della canzone <em>Papaveri e papere</em> è considerato offensivo verso la classe politica, considerata “troppo alta e intoccabile” dalla gente comune, i paperi. Se Nilla Pizzi è la Regina, Claudio Villa, vincitore a 29 anni, è il Reuccio, ma il vero personaggio simbolo del decennio è Domenico Modugno che si aggiudica due edizioni consecutive con brani che diventano pietre miliari della storia della nostra canzone: <em>Nel blu dipinto di blu</em> (passata alla storia come <em>Volare</em>) salutata con ovazione e sventolio di fazzoletti dalla platea, e <em>Piove</em> (famosa come <em>Ciao ciao bambina…</em>). Modugno sul palco spalanca le braccia e invita tutti a “volare”: la gente lo segue e l’Italia della canzone cambia; soprattutto perché sono cominciate le trasmissioni televisive (1954) e il Festival, oltre che ascoltare, ora si di può anche guardare. Comincia così la lenta trasformazione dei cantanti in divi.</span></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/60-Tenco-copia.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1002" title="60 Tenco copia" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/60-Tenco-copia-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Anni Sessanta &#8211; IL BOOM <span style="font-weight: normal;">Il boom della canzone italiana coincide con quello economico. E Sanremo è il maggior artefice. Sul suo palcoscenico passano tutti i big, perché se vuoi avere successo, il Festival diventa una tappa obbligata: sia per i cantanti sia per i presentatori (debuttano Mike Bongiorno e Pippo Baudo), perché la kermesse canora è diventata uno dei principali avvenimenti televisivi dell’anno. Da registrare la vittoria di Tony Dallara con <em>Romantica</em>, il crollo nervoso del superfavorito Domenico Modugno (non si presenta sul palco la serata finale) e il debutto di cantanti del calibro di Mina, Lucio Dalla, Adriano Celentano (che sta facendo il servizio militare a Torino e, per poter presenziare, gli viene concessa una licenza: la sua interpretazione di <em>24.000 baci</em> fa scandalo perché, cantando, dà le spalle al pubblico), Ornella Vanoni. Mina, è la cantante più amata, sta mietendo successi ma a Sanremo non è più invitata a partecipare perché aspetta il figlio da un uomo col quale non è sposata. Come contraltare arriva Gigliola Cinquetti che a 16 anni, nel 1964, vince con <em>Non ho l’età</em>, inno dell’innocenza; seguita, l’anno successivo da una specie di “Elvis de noantri”, Bobby Solo. Sanremo, s’è detto, lo specchio d’Italia: e allora ecco che sul palco salgono esponenti beat (Caterina Caselli) capelloni (Equipe 84, Rokes), cantautori (Lucio Dalla, Gino Paoli, Lucio Battisti) e contestatori (Antoine, Giganti), ma a vincere sono sempre le “solite” canzoni dalle rime «cuore/amore»: Domenico Modugno, Iva Zanicchi, Claudio Villa, Gigliola Cinquetti; musica che – osannata dal pubblico e da parte della critica – fa compiere a Luigi Tenco un gesto estremo. Nel 1967 il suo brano <em>Ciao amore, ciao</em> non è ammesso alla finale, si classifica al dodicesimo posto nel voto popolare. Il cantante torna in albergo, l’Hotel Savoy, si chiude nella sua stanza, la 219, e scrive un biglietto: «Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt&#8217;altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda <em>Io tu e le rose</em> in finale e a una commissione che seleziona <em>La rivoluzione</em>. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi » e si spara un colpo di pistola alla tempia.</span></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/70-Anna-Oxa.jpeg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1003" title="70 Anna Oxa" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/70-Anna-Oxa-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Anni Settanta &#8211; IL DECLINO <span style="font-weight: normal;">Gli anni di piombo, la controcultura, la contestazione giovanile si fa sentire anche al Festival che, per quasi tutto il decennio, non riesce più a suscitare l’interesse del pubblico, dei media e viene snobbato persino dalla tv. I Settanta sono gli anni del boom dei cantautori (De Gregori, Venditti, Vecchioni, Finardi, Bennato) che se ne guardano bene di avvicinarsi – nemmeno per sbaglio – alla kermesse sanremese. Il decennio si apre con la vittoria di Celentano che, in coppia con la moglie Claudia Mori, presenta una canzone in tema a quegli anni di protesta,<em> Chi non lavora non fa l’amore</em>. Quello del 1971, vinto a sorpresa da Nada (debuttante l’anno precedente a soli 15 anni) con <em>Il cuore è uno zingaro</em>, è l’ultimo dei Festival di un certo spessore, ed è anche quello che registra il maggior numero di telespettatori: 26 milioni e 300 mila. L’Italia sta vivendo un momento delicato: si spara per le strade, scoppiano bombe, la violenza sta dilagando e le canzoni di Sanremo, sempre zeppe di rime «cuore/amore», sono decisamente fuori tema. Nonostante venga cambiata la sede, dal Casinò ci si trasferisce all’Ariston il tempo sembra si sia fermato: i vincitori sono sempre i soliti noti, Iva Zanicchi, Nicola Di Bari, Peppino Di Capri. Il fondo viene toccato nel 1975 quando alla gara partecipano solo debuttanti: vince la venticinquenne Gilda, al secolo Rosangela Scalabrino, nata a Masserano in provincia di Vercelli. Gilda prova a partecipare l’anno prima – con la stessa canzone, La ragazza del Sud – ma viene eliminata alle selezioni; ci riprova nel 1975 e non solo passala selezione, ma vince. Le vendite dei dischi del Festival andarono malissimo: in tutto furono vendute solo 45.000 copie. L’anno dopo si fa una rapida retromarcia e si torna all’antico, ma inutilmente: il Festival ha perso lo smalto di un tempo. Solo verso la fine del decennio, sul palcoscenico si nota qualcosa di interessante: Anna Oxa, Rino Gaetano.</span></strong></p>
<p><strong>Anni Ottanta &#8211; LA RINASCITA <span style="font-weight: normal;">L’Italia esce stremata dagli anni Settanta, decennio “di piombo”, e comincia gli Ottanta con la voglia di cambiare passo.  Sono gli anni “della Milano da bere”, dell’edonismo esasperato e del disimpegno, della “leggerezza”, in contrapposizione alla “pesantezza” dei Settanta: largo, quindi, all’evasione e al non-sense; porte chiuse, invece, all’impegno e alle ideologie. Anche Sanremo esce dal buio: il ritorno dei big della canzone, ospiti stranieri di grosso calibro fanno sì che la manifestazione torni a imporsi come evento importante seguito dal grande pubblico. A parte il gioco di squadra della Baby Record, piccola ma aggressiva casa discografica che investe decine di milioni di lire in schedine Totip pur di far prevalere i suoi cantanti (e ci riesce con Ricchi e Poveri, Al Bano e Romina Power e Toto Cutugno), sul palco torna a prevalere la qualità. Vincono Alice, Eros Ramazzotti, il trio – un po’ ruffiano a dir la verità -  Morandi-Ruggeri-Tozzi, la coppia  &#8211; ruffiani anche loro ma bravissimi &#8211; Anna Oxa-Fausto Leali; e si fanno notare – sia per la canzone sia per l’interpretazione &#8211; Fiorella Mannoia, Vasco Rossi, Zucchero, Mia Martini, gli Stadio, Raf, Jovanotti, Rossana Casale, Ron. Ma non basta: tutti gli anni al Festival fanno tappa i big internazionali del momento: sul palco nell’Ariston hanno cantato Duran Duran, David Bowie, Phil Collins, Sade, Spandau Ballet, Queen, Art Garfunkel, Ray Charles &amp; Dee Dee Bridgewater… solo per citarne alcuni. Dopo il Festival si vendono camionate di dischi e le date per i cantanti sono assicurate per tutta l’estate: Sanremo, oltre a se stesso, rilancia l’intera industria dello spettacolo.</span></strong></p>
<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/90-Baudo.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1004" title="90 Baudo" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/90-Baudo-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a> <strong>Anni Novanta &#8211; LA TRASFORMAZIONE <span style="font-weight: normal;">Con gli anni Novanta il Festival si affida alla tv che, lentamente, comincia a trasformarlo in evento televisivo. E così i presentatori, le vallette, gli “ospiti” del mondo dello spettacolo (e non solo) prendono il sopravvento e tolgono sempre più spazio alla musica. Alcune edizioni vengono “appaltate” da big che partecipano per rilanciare una carriera (è il caso dei Pooh, Riccardo Cocciante, Luca Barbarossa, Ron); altre sono vinte “meritatamente” (Anna Oxa, Giorgia); altre da vere e proprie meteore: è il caso di Aleandro Baldi, Annalisa Minetti e Jalisse, che – appena spente le luci del Festival, tornano nell’anonimato più assoluto. Ma ormai a Sanremo, oltre che la musica, si “vende” e si promuove di tutto: il re dei “venditori” è Pippo Baudo, che ha condotto il festival cinque volte in dieci anni e che nel 1995 salva un uomo che minaccia di suicidarsi gettandosi dalla balconata del teatro perché disoccupato, il tutto – ovviamente – accade in diretta tv e non sono pochi i dubbi riguardanti l&#8217;autenticità del fatto, sempre riconosciuta dal conduttore. Ma che la strada imboccata dall’organizzazione del Festival  – ormai totalmente in mano alla Rai &#8211; è senza ritorno lo si capisce dall’ultimo presentatore del decennio: Fabio Fazio, che al suo fianco chiama Laetitia Casta e il premio Nobel Renato Dulbecco (!) e, come ospite, ha chiamato Mikhail Gorbaciov e il fratello di Clinton che ha suonato in sax. Che c’entra tutto questo con Sanremo? Niente, ma fa ascolti, tanto che la manifestazione è “spalmata” su cinque serate, tutte trasmesse in diretta da Raiuno. E la musica? Si adegua.</span></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/00-Elisa.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1005" title="00 Elisa" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/00-Elisa-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Anni Zero  &#8211; TRASMISSIONE TV <span style="font-weight: normal;">Cambia il decennio, e persino il secolo: ma non la rotta del Festival, che resta sempre più imprigionato dalla televisione e, soprattutto, dai suoi ascolti. La manifestazione si è trasformata da gara canora a trasmissione televisiva e la musica è ormai solo un contorno: l’ascolto è fondamentale, non quello della canzone. Fazio porta al termine il suo “biennio” con fatica e portandosi dietro un mare di critiche. I vertici della Rai capiscono di essere andati troppo in là con la “sperimentazione” e tornano sui loro passi, chiamando a condurre Raffaella Carrà e l’inossidabile Pippo Baudo. Ma gli ascolto non crescono. Allora si tenta la carta di Simona Ventura (nel 2004 fresca dal successo de “L’isola dei famosi”); Paolo Bonolis, il nuovo signore dello share; Giorgio Panariello, reduce da ascolti altissimi dal sabato sera: i cachet, per presentatori, vallette e ospiti, crescono a dismisura, e la musica è sempre più relegata in un angolo. Ed è un peccato, perché – a volte &#8211; si comincia a sentire qualcosa di buono come Avion Travel (che – addirittura – riescono a vincere); Elisa (vincitrice pure lei), Samuele Bersani, Sergio Cammariere, i Negrita, Cristiano De Andrè, Daniele Silvestri. I cantanti devono però farsi spazio tra il ciclista Mario Cipollini e la figlia di Gandhi, l’attore Will Smith e il pugile Mike Tyson, tutti personaggi ingaggiati in nome dello share, che – soprattutto per la serata finale, tocca picchi da record, sfiorando il 70 per cento! Vincono gli ascolti &#8211; o meglio, vincevano, perché le ultime edizioni hanno registrato un calo vistoso &#8211; ma sconfitta è sicuramente la musica: dischi non se ne vendono più, e non è solo per colpa della rete, ma perché troppo spesso le canzoni presentate non davvero brutte (chi si ricorda il ritornello di <em>La forza mia</em>, l’ultima canzone vincitrice cantata da Marco Carta?) e i big della musica italiana hanno ripreso a disertare il Festival.</span></strong></p>
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		<title>La contestazione in Hit Parade</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 16:13:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È passato alla storia come gruppo ‘politico’, ma – in origine &#8211; è un gruppo di musica ‘popolare’ che, per caso, si trova in tournée in Italia l’11 settembre del 1973, il giorno del colpo di Stato in Cile per opera di Augusto Pinochet. Da allora gli Inti Illimani (www.inti-illimani.cl), gruppo acustico di musica andina [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-972" title="lanuevacan" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/01/lanuevacan-150x150.jpg" alt="lanuevacan" width="150" height="150" />È passato alla storia come gruppo ‘politico’, ma – in origine &#8211; è un gruppo di musica ‘popolare’ che, per caso, si trova in tournée in Italia l’11 settembre del 1973, il giorno del colpo di Stato in Cile per opera di Augusto Pinochet. Da allora gli Inti Illimani (<a href="http://www.inti-illimani.cl">www.inti-illimani.cl</a>), gruppo acustico di musica andina con una formazione che varia tra i 6 e i 9 elementi, hanno fatto soltanto quello che molti cileni hanno fatto di fronte alla dittatura: combatterla. Impossibile, però, non identificarli con il brano <em>El pueblo unido jamàs serà vencido</em>, (<a href="http://www.youtube.com/watch?v=NwiML8pCB7E">http://www.youtube.com/watch?v=NwiML8pCB7E</a>) canzone bandiera e simbolo di una stagione politica, non solo cilena, composta nel 1970 da Sergio Ortega, musicista cileno del gruppo musicale Quilapayùn. La frase «El pueblo unido jamàs serà vencido» prima di diventare il ritornello di una canzone, era uno slogan che si gridava per le strade di Santiago durante i tre anni di presidenza di Salvador Allende e, dopo il golpe che portò al potere i militari guidati da Pinochet, s’è trasformata in uno slogan-simbolo della lotta per il ritorno alla democrazia nel Cile e nel resto del mondo. <span id="more-967"></span><strong>Il consiglio di Pajetta</strong> Come detto, la sera del golpe gli Inti Illimani si trovano in Italia per una serie di concerti sui palchi delle Feste dell’Unità provinciali: è infatti Giancarlo Pajetta, allora dirigente del Pci, a informarli dell’uccisione del presidente cileno Allende e a consigliare ai componenti del gruppo di non tornare a casa, ma di fermarsi in Italia o in una nazione dell’Est. Da allora, i musicisti hanno vissuto tra Roma e Perugia e, solo negli anni Settanta, ha pubblicato otto album che hanno fatto la fortuna loro e della <em>Dischi dello Zodiaco</em>, piccola etichetta discografica alternativa.</p>
<p><strong>In classifica, nonostante la Rai</strong> L’album <em>Inti Illimani vol. 2</em>, quello contenente  <em>El pueblo&#8230;</em> entra persino nella classifica della hit parade italiana arrivando fino al quinto posto, nonostante le trasmissioni Rai, sia radio sia tv, non trasmettano la canzone. Terminata la dittatura, alcuni di loro sono tornati in Cile, altri hanno aspettato che morisse Pinochet, altri ancora hanno invece preferito fermarsi in Italia e continuare a incidere album (attualmente la loro discografia supera la quarantina, ma della formazione originale ne sono rimasti pochissimi) e a cantare nelle piazze dove ancora oggi, anche se per le strade di Santiago è tornata la democrazia, la gente richiede ancora <em>El pueblo unido… </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Raddoppiati</strong> La nuova linea politico-artistica, e il conseguente rinnovamento nel repertorio, è diventato uno dei motivi di attrito tra i componenti del gruppo, che ha portato alla scissione con conseguenti battaglie legali per l’utilizzazione del nome “Inti-Illimani”. Nel 2004 sono così nati gli <em>Inti-Illimani Nuevo</em>, che è il gruppo che fa capo a Jorge Coulon, e gli <em>Inti-Illimani Histórico</em>, in cui sono confluiti Horacio Salinas, José Seves e Horacio Duràn i due che hanno composto ed arrangiato i temi più conosciuti a livello internazionale.</p>
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		<title>Musica tra svolte e trasformismi/3</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 21:03:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alberto Camerini Brasiliano d’origine, dopo aver collaborato nei dischi di Eugenio Finardi e Claudio Rocchi (ha un’abilità a suonare la chitarra fuori dalla norma) nel 1976 incide, per l’etichetta Cramps di Gianni Sassi, Cenerentola e il pane quotidiano. Nel 1978 esce Comici cosmetici, il suo lavoro migliore caratterizzato da ironia e creatività che riescono a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-965" title="ALBERTO CAMERINI" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/01/ALBERTO-CAMERINI-150x150.jpg" alt="ALBERTO CAMERINI" width="150" height="150" />Alberto Camerini</strong> Brasiliano d’origine, dopo aver collaborato nei dischi di Eugenio Finardi e Claudio Rocchi (ha un’abilità a suonare la chitarra fuori dalla norma) nel 1976 incide, per l’etichetta Cramps di Gianni Sassi, <em>Cenerentola e il pane quotidiano</em>. Nel 1978 esce <em>Comici cosmetici</em>, il suo lavoro migliore caratterizzato da ironia e creatività che riescono a fondersi nella politica e nell’impegno. All’inizio degli anni Ottanta Camerini lascia la Cramps, firma per la CBS e si affida alle cure “elettroniche” di Roberto Colombo che crea il personaggio dell’arlecchino robotico. Nei lavori successivi le ballate sudamericane degli inizi lasciano il posto a ritmi ska e reggae elettronici: scala le classifiche con <em>Serenella</em>, <em>Skatenati</em>, <em>Sintonizzati con me</em>, <em>Rock’n’roll robot</em>, e si aggiudica Dischi d’oro. <span id="more-964"></span>Nell’84 si presenta a Sanremo con una canzone, <em>La bottega del caffè</em>, che non convince e il pubblico inizia a voltargli le spalle. Camerini si isola dal mercato discografico per tornare nel 1995 con <em>Dove l’arcobaleno arriva</em>, dove ritorna alla musica brasiliana, alle armonie tropicali.</p>
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		<title>Musica tra svolte e trasformismi/2</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Dec 2009 21:47:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Franco Battiato – Studioso di musica classica elettronica, incide i primi dischi negli anni Settanta per la Bla Bla, etichetta sperimentale. Fetus, Pollution, Sulle corde di Aries, Clic, tutti lavori complessi di musica d’avanguardia. Nel 1977, con l’album L’Egitto prima delle sabbie vince il premio Stockhausen quel miglior composizione al pianoforte. Poi, coadiuvato dal maestro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-949" title="franco_battiato361" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/12/franco_battiato361-150x150.jpg" alt="franco_battiato361" width="150" height="150" />Franco Battiato</strong> – Studioso di musica classica elettronica, incide i primi dischi negli anni Settanta per la Bla Bla, etichetta sperimentale. <em>Fetus</em>, <em>Pollution</em>, <em>Sulle corde di Aries</em>, <em>Clic</em>, tutti lavori complessi di musica d’avanguardia. Nel 1977, con l’album <em>L’Egitto prima delle sabbie</em> vince il premio Stockhausen quel miglior composizione al pianoforte. Poi, coadiuvato dal maestro di violino Giusto Pio e dal manager discografico Angelo Carrara, decide di approdare alla forma canzone. <span id="more-948"></span><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-950" title="lavocedelpadronewt4" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/12/lavocedelpadronewt4-150x150.jpg" alt="lavocedelpadronewt4" width="150" height="150" />Firma un contratto con la Emi e, nel 1979, incide <em>L’era del cinghiale bianco</em>, primo passo verso la “canzonetta”: l’album contiene brani abbastanza orecchiabili (la batteria è spudoratamente “in 4” e il basso è martellante) con testi in equilibrio tra ironia e poesia. L’anno dopo pubblica <em>Patriots</em>, con testi sempre densi di citazioni e riferimenti colti dove non mancano però toni polemici e di denuncia. Ma è nel 1981 che esplode il fenomeno Battiato: esce <em>La Voce del Padrone </em>(titolo giocato sul doppio senso legato al vecchio nome della sua casa discografica) un album che vende oltre un milione di copie e che crea il mito di un autore unico sulla scena nazionale. Battiato, che si presenta con un aspetto ascetico, magro, folta chioma nera riccioluta raccolta in un codino, questo successo sembra aspettarselo e non lo turba. Le radio trasmettono in continuazione <em>Bandiera Bianca</em>, <em>Cuccuruccucù</em>, <em>Centro di gravità permanente</em>, nei concerti la gente canta in coro «a Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata, a Vivaldi l’uva passa che mi da più calorie» o «il morbo infuria/il pan ci manca/sul ponte sventola bandiera bianca» senza sapere che è una frase tratta da <em>L’Ultima ora di Venezia</em> del poeta rinascimentale Arnaldo Fusinato…. …ma a tutti va bene così.</p>
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		<title>Musica tra svolte e trasformismi/1</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Dec 2009 19:11:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lucio Battisti Alla fine degli anni Settanta Lucio Battisti è un monumento della canzone italiana: quasi tutti i suoi album hanno raggiunto la vetta della classifica e alcune sue canzoni sono considerate dei capolavori. Ma l’inossidabile sodalizio con Mogol, che ha garantito per quasi vent’anni una proficuità inimmaginabile, inizia a scricchiolare: Battisti è sempre più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-944" title="lucio_battisti" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/12/lucio_battisti-150x150.jpg" alt="lucio_battisti" width="150" height="150" />Lucio Battisti</strong> Alla fine degli anni Settanta Lucio Battisti è un monumento della canzone italiana: quasi tutti i suoi album hanno raggiunto la vetta della classifica e alcune sue canzoni sono considerate dei capolavori. Ma l’inossidabile sodalizio con Mogol, che ha garantito per quasi vent’anni una proficuità inimmaginabile, inizia a scricchiolare: Battisti è sempre più convinto di intraprendere nuove strade e ricercare nuove soluzioni creative. Il suo amore per la musica anglo-americana, cresce a dismisura; il successo, i soldi, il dominio delle hit-parade, non bastano più. Sente il bisogno di espandere ulteriormente i confini della propria arte, di entrare in contatto con altri universi musicali. <span id="more-943"></span><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-945" title="dg" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/12/dg-150x150.jpg" alt="dg" width="150" height="150" />Nel 1979 rilascia la sua ultima intervista: «Tutto mi spinge verso una totale ridefinizione della mia attività professionale. In breve tempo ho conseguito un successo di pubblico ragguardevole. Per continuare la mia strada ho bisogno di nuove mete artistiche, di nuovi stimoli professionali: devo distruggere l&#8217;immagine squallida e consumistica che mi hanno cucito addosso. Non parlerò mai più, perché un artista deve comunicare solo per mezzo del suo lavoro. L&#8217;artista non esiste. Esiste la sua arte». Da allora non parlerà mai più e non si farà vedere. <em>Una giornata uggiosa</em>, uscito nel 1980 è l&#8217;ultimo album della coppia Battisti-Mogol, ormai definitivamente sulla strada del divorzio: titolo malinconico che si addice al triste finale del matrimonio artistico più fortunato della canzone italiana. E nel 1982 incomincia la svolta: Battisti rivendica la propria libertà artistica e dalle regole di mercato e, soprattutto, è affascinato dalla musica elettronica. Nel 1982 incide <em>E già</em>, disco non molto riuscito ma storico: è il primo dopo il divorzio con Mogol (i testi sono firmati dalla moglie Maria Letizia Veronesi, Velezia) e segna il suo passaggio definitivo a sonorità completamente elettroniche.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-946" title="panella" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/12/panella-100x150.jpg" alt="panella" width="100" height="150" />La “svolta” termina nel 1983 quando, grazie ad Adriano Pappalardo, incontra il poeta ermetico Pasquale Panella: nasce il secondo importate sodalizio della carriera; a lui, infatti, affida i testi dei successivi cinque album. Il primo, <em>Don Giovanni</em>, esce nel 1986, disco che segna ancora più nettamente il distacco dal “Battisti classico”. Nei brani, dai testi ermetici, non esistono ritornelli e melodie immediatamente memorizzabili: comprenderlo a fondo richiede tempo e impegno, e forse non tutti sono in grado di farlo. È troppo difficile per chi ha amato e conosciuto il primo Battisti. Da quel momento in poi, ogni due anni, Battisti e Panella pubblicano un lavoro, se possibile sempre più “complicato”, pubblico e certa critica li bollano apertamente come dischi &#8220;cervellotici&#8221; e privi di qualunque spunto d&#8217;interesse decretando così la definitiva morte commerciale. Nell’88 esce <em>L’Apparenza</em>; nel ‘90 <em>La sposa occidentale</em>; quindi <em>Cosa succederà alla ragazza</em> e <em>Hegel</em>, nel 1994, l’ultimo suo album.</p>
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		<title>Rai, trent&#039;anni fa nasceva la Terza rete</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Dec 2009 09:19:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-933" title="rai3" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/12/rai3-150x150.jpg" alt="rai3" width="150" height="150" />I primi di gennaio del 1975 si rende operativa la tanto agognata riforma della Rai. Vengono costituite delle nuove strutture centrali, Reti, Testate, Dipartimento scolastico-educativo e Supporti, ciascuna con ruoli e compiti ben precisi. All’ideazione e realizzazione dei programmi televisivi sono preposte due Reti (<em>Raiuno</em> e <em>Raidue</em>) mentre i due Telegiornali (<em>TG1</em> e <em>TG2</em>) assicurano l’informazione; alla ideazione e realizzazione dei programmi radiofonici risultano preposte tre Reti e altrettanti Giornali Radio. A questi, si affiancano poi le strutture radiotelevisive del Dipartimento trasmissioni scolastiche ed educative per adulti, della Direzione tribune e accesso, della Direzione servizi giornalistici e programmi per l’estero. Il 15 marzo iniziano i nuovi telegiornali e Giornali Radio, riorganizzati a seguito della riforma. L’11 aprile è il giorno tanto atteso: il Senato e la Camera approvano <strong>la riforma nella struttura della Rai. </strong>Il controllo dell’azienda, da questo momento, passa dal Governo al Parlamento. Un’apposita commissione vigila d’ora in avanti sulle reti televisive, ciascuna col proprio direttore di rete e telegiornale. A capo di ciascuna rete e testata vengono messi dirigenti indicati dai maggiori partiti. È l’inizio di quella che, d’ora in avanti, sarà conosciuta come la ‘lottizzazione’ degli organi d’informazione. <span id="more-932"></span><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-934" title="250px-Agnes1" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/12/250px-Agnes1-150x150.jpg" alt="250px-Agnes1" width="150" height="150" />Ovviamente non mancano le polemiche sulla scelta di questa formula che, a detta dei maggiori partiti, dovrebbe essere pluralistica più di prima, garantire l’obiettività e la completezza dell&#8217;informazione. La terza rete della Rai, istituita dalla legge di riforma del 1975, ha iniziato ufficialmente le trasmissioni il <strong>15 dicembre 1979 </strong>con il nome di <strong>Rete Tre</strong>. Assieme alla Rete nasce il <strong>TG3</strong>, nazionale, e la Testata Giornalistica per l’informazione Regionale, il <strong>TGR.</strong> Inizialmente la programmazione del Telegiornale è ridotta ad un&#8217;unica edizione nazionale di 15 minuti che va in onda alle 19.00, a cui fa seguito un Tg regionale di circa 25 minuti che ha una replica alla ore 21.30. La direzione della rete è affidata a Giuseppe Rossini, quella del Tg a Biagio Agnes; mentre il responsabile dei programmi sportivi è Aldo Biscardi che, nel 1980, lancia la trasmissione <em>Il Processo del Lunedì</em>. A questo punto, ciascuno dei tre partiti più rappresentativi in Parlamento ha il suo Tg: TG1 alla Dc, TG2 in quota Psi e il neonato TG3 alla sinistra.</p>
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		<title>Il Pci chiude i battenti</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 14:35:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Enrico Berlinguer, storico segretario del Pci, viene colto da un ictus cerebrale il 7 giugno 1984, durante un comizio a Padova in occasione delle elezioni per il rinnovo del parlamento europeo. Muore quattro giorni dopo. Ai funerali, che si svolgono a Roma in un assolato e caldissimo pomeriggio, partecipano poco meno di due milioni persone. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-927" title="Funerali_di_Berlinguer" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/11/Funerali_di_Berlinguer-150x150.jpg" alt="Funerali_di_Berlinguer" width="150" height="150" />Enrico Berlinguer, storico segretario del Pci, viene colto da un ictus cerebrale il 7 giugno 1984, durante un comizio a Padova in occasione delle elezioni per il rinnovo del parlamento europeo. Muore quattro giorni dopo. Ai funerali, che si svolgono a Roma in un assolato e caldissimo pomeriggio, partecipano poco meno di due milioni persone. Alla camera ardente, a rendere omaggio a un uomo politico nemico ma di cui stimava l’onestà e la correttezza, si presenta anche il segretario del Movimento sociale Giorgio Almirante. Alle elezioni, la settimana dopo, il Pci raggiunge il 33,3% e per la prima e unica volta sorpassa la Dc che ottiene il 33%. A fine mese il comitato centrale del partito elegge segretario <strong>Alessandro Natta</strong> che, nel suo discorso di investitura, chiarisce che ha una concezione meno solenne e più laica del ruolo del segretario. È un momento in cui il Partito si trova a fare i conti con una situazione generale in profondo movimento: sul fronte nazionale deve fare i conti con un continuo calo degli iscritti, sconfitte elettorali, la secca sconfitta al referendum sulla scala mobile voluto da Berlinguer e le crisi di molte giunte locali, amministrate col Psi. <span id="more-926"></span><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-928" title="veltroni occhetto pci" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/11/veltroni-occhetto-pci-150x150.jpg" alt="veltroni occhetto pci" width="150" height="150" />Sul piano internazionale, c’è <strong>Michail Gorbaciov</strong> – segretario del Pcus dall’85 &#8211;  che dà inizio a una fase di distensione, riprende il dialogo con gli Usa e ritira le truppe dall’Afghanistan. Natta cerca così di portare il partito verso un rinnovamento: la spinta verso una svolta viene dalla sconfitta alle elezioni politiche del giugno 1987, indette dopo la caduta del governo Craxi: il Pci perde 3 punti scendendo al 26,6%, la Dc recupera e il Psi continua ad avanzare attestandosi al 14,3%. In queste elezioni, poi, arrivano i primi segnali di un’avversione verso i partiti tradizionali: entrano in Parlamento la Lista Verde e la Lega Lombarda, futura Lega Nord, di Umberto Bossi. Natta rassegna subito le dimissioni ma la direzione le respinge. Lui accetta di restare ma chiede un nuovo vicesegretario, <strong>Achille Occhetto</strong>. La proposta passa, ma a fatica: Napolitano, la componente “migliorista” non sono d’accordo, favorevole sono i “berlingueriani” e la sinistra di Ingrao. Così al Comitato centrale, il 27 giugno 1987, Occhetto viene eletto vicesegretario con 194 voti a favore, 41 contrari, 22 astenuti. In segreteria entrano anche Massimo D’Alema, Piero Fassino, Gianni Pellicani, Claudio Petruccioli e Livia Turco.</p>
<p>Non passa neanche un anno e per Occhetto si aprono le porte. Il 30 aprile 1988, durante un comizio a Gubbio, Natta è colto da un malore. I medici consigliano al segretario di sospendere la propria attività e, dopo un nuovo turno elettorale che conferma il trend negativo del Pci, Natta rassegna le dimissione «per senso del dovere – scrive della lettera indirizzata al comitato centrale – e nella persuasione di agire nell’interesse generale del nostro partito». Il Comitato centrale ratifica così – questa volta ritrovando una quasi totale compattezza – il passaggio della segreteria a Occhetto e avvia un processo di verifica e chiarimenti in vista del congresso l’anno successivo. Al congresso di Roma, nel marzo del 1989, Occhetto si presenta con una relazione coraggiosa dove non sono pochi i riferimenti a Gorbaciov: parla di volere aprire una nuova fase ad «alternative programmatiche», il suo obiettivo è quello di far uscire il Pci dall’isolamento in cui è stato messo da Dc e Psi. E, a proposito di un eventuale cambiamento del nome del partito, dice: «Il nostro è stato ed è un nome glorioso che va rispettato». Ma nel nuovo statuto che approvato dal congresso cominciano a non esserci più riferimenti ai principi del socialismo e dell’internazionalismo del movimento operaio. Occhetto è eletto segretario con solo due voti contrari; per favorire il rinnovamento si dimettono dalla direzione leader storici come Pietro Ingrao, Luciano Lama e Paolo Bufalini. Alle elezioni europee del giugno 1989 il Pci inverte la tendenza e, rispetto alle Politiche, guadagna qualche punto. Il quadro politico però rimane invariato: il Governo è formato da una coalizione di pentapartito presieduta da Andreotti; il Pci è all’opposizione e crea un “governo ombra” presieduto dallo stesso Occhetto.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-929" title="pds" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/11/pds-150x150.gif" alt="pds" width="150" height="150" />Ma, nella seconda metà dell’89, la situazione internazionale cambia tempi rapidissimi e il neo segretario è costretto a inseguirla: a est è iniziata una sorta di rivoluzione democratica (Gorbaciov miete successi internazionali con la sua Perestroijka, la politica trasparente; in Polonia si sono tenute le prime elezioni “libere”; il governo ungherese ha aperto le frontiere) mentre in Cina, dal mese di aprile, migliaia giovani studenti hanno occupato Tienanmen chiedendo democrazia e libertà. Alle richieste, i dirigenti del Partito comunista cinese rispondono con una legge marziale che provoca migliaia di morti, feriti e arresti. Questo contesto non fa che accelerare il processo di evoluzione del “nuovo Pci” : Occhetto compie tagli drastici e definitivi anche con la “tradizione”: per prima cosa invia alle autorità cinesi dove esprime «lo sdegno e la durissima condanna mia e di tutti i comunisti italiani» e dove sottolinea che «non c’è nulla in comune fra noi e chi si rende responsabile di crimini come quelli che stanno avvenendo in Cina»; poi avvia la riabilitazione delle vittime dei processi staliniani. Tutto l’Est europeo è in subbuglio, si capisce che qualcosa sta cambiando davvero. E il 9 novembre il muro che divide la città di Berlino dal 1961 è preso d’assalto e abbattuto dalla popolazione che manifesta per la propria libertà. Un’era della storia contemporanea è finita. Pochi giorni dopo, durante un incontro a Bologna con i partigiani per commemorare l’anniversario della battaglia della <strong>Bolognina</strong>, Occhetto dichiara che quanto da quanto sta accadendo nel mondo bisogna «trarre l’incitamento a non continuare su vecchie strade ma ad inventarne di nuove per unificare le forze del progresso». La vecchia guardia, e molti militanti, non digeriscono le parole del segretario: il nome non si tocca, col passato non si rompe; ma a dar fastidio è soprattutto il modo in cui è stata annunciata la “svolta”: senza nessun confronto, nessun dibattito. E così il 14 novembre 1989 è convocata la Direzione del partito. Occhetto mette subito in chiaro che occorre prendere coscienza di ciò che è accaduto a Berlino «lì si è sgretolato un mondo» e che la “svolta” non si limita al cambiamento del nome «ma dev’essere uno stravolgimento generale di quello che è stato, fino ad oggi, il Pci». E conclude: «bisogna dar vita a una formazione politica nuova, capace di raccogliere ed esprimere le grandi potenzialità della sinistra» proponendo di procedere con una «fase costituente» che darà vita alla nuova formazione politica». E come si chiamerà? Chiedono dalla platea. «Prima la “cosa”, poi il nome» risponde il segretario.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-930" title="Arm Coss 1 marzo" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/11/Arm-Coss-1-marzo-150x150.jpg" alt="Arm Coss 1 marzo" width="150" height="150" />Dodici membri su 52 sono contrari al progetto del segretario. La svolta, però, viene ratificata dal Comitato centrale a fine novembre dove, però, si registra una netta spaccatura. Viene indetto un congresso straordinario da tenersi in primavera (dal 7 all’11 marzo a Bologna) dove si arriva con tre mozioni: la prima è quella di Occhetto; la seconda – che porta la firma,  tra gli altri, di Ingrao, Natta, Tortorella, Angius, sostiene che il partito «può trasformarsi senza rinnegare se stesso»; la terza, presentata da <strong>Armando Cossutta</strong>, afferma l’esatto contrario di quanto sostiene Occhetto e sostiene «non lo scioglimento ma il rafforzamento e il rinnovamento di un partito comunista di lotta e di governo». Le mozioni presentate ottengono rispettivamente il 66,9%; il 29,7% e il 3,4% dei voti dei delegati e Occhetto è eletto segretario – a scrutinio segreto &#8211; con 213 voti, 71 le astensioni e 23 i contrari. L’ultimo congresso del Pci si svolge a Rimini il 30 gennaio del 1991: il Pds nasce con 807 voti a favore, 75 contrari e 49 astenuti. La componente guidata da Cossutta partecipa solo alla prima parte del congresso e non a quella costitutiva del nuovo partito: annuncia la decisione di non entrare nel Pds e dà vita al Partito della <strong>Rifondazione comunista</strong>. «È Occhetto che si separa dal Pci – dichiara – e nessuno può impedirmi di restare comunista, di pensare e agire da comunista».</p>
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