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	<title>Retrovisore &#124; un sito di Luca Pollini &#187; Anni Settanta</title>
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		<title>La cabina degli innamorati</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 14:40:32 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2012/01/03_352-288.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1423" title="03_352-288" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2012/01/03_352-288-300x245.jpg" alt="" width="300" height="245" /></a>Un parallelepipedo di acciaio e vetri (molto sporchi), da un lato due porte tipo saloon regolate da una molla sempre troppo dura, per terra un tappeto di mozziconi di sigarette, l’aria stantia. In questo ambiente più di una generazione di innamorati – con le tasche gonfie di gettoni o monete &#8211; ha passato ore a parlare e sognare con i rispettivi fidanzati. La descrizione è della cabina del telefono, oggetto ormai desueto e quasi letterario, ideato dalla società Stipel sessant’anni fa per rendere più comodo l’uso dei telefoni pubblici che sino ad allora erano piazzati nei bar, nelle edicole e nei luoghi chiusi appositamente attrezzati. La prima cabina è installata il 10 febbraio 1952 a Milano, nella centralissima piazza San Babila, pochi mesi dopo spuntano in tutte le grandi città ed entrano, di diritto, a far parte del paesaggio urbano. Oggi, che il telefonino è diventato un bene di tutti, la Telecom vorrebbe smantellarle tutte (sul territorio sono poco meno di centomila) perché, cifre alla mano, dice che oltre il settanta per cento delle cabine viene utilizzato per fare al massimo due telefonate al giorno e che per mantenerle funzionanti – spesso sono oggetto di atti di vandalismi – costa parecchio, anche se già sul finire degli anni Ottanta cominciano a lasciare il posto a quella sorta di chiostri aperti che sono in funzione ancora oggi. <span id="more-1422"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2012/01/gettone.gif"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1424" title="gettone" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2012/01/gettone-150x150.gif" alt="" width="150" height="150" /></a>Le cabine sono però tutelate come il panda per il Wwf dal garante per le telecomunicazioni che obbliga l’azienda a mantenerle efficienti negli ospedali, scuole, Asl, caserme e rifugi in montagna. Il momento di gloria la cabina l’ha avuto negli anni Settanta, nel 1971 in Italia se ne contano 2.500, alla fine del decennio 33 mila. Vengono installate sulle strade e nelle piazze di maggiore traffico, negli angoli delle vie, a ridosso di un lampione. E la gente faceva la coda, con le tasche strapiene di gettoni, un disco di bronzo di 24 millimetri di diametro ideato sempre dalla Stipel che sino al 1979 vale 50 lire, 100 all’alba del 1984 e 200 lire sino al pensionamento forzato con l’arrivo delle tessere prepagate e delle carte magnetiche e all’addio definitivo nel dicembre del 2001, perché l’euro non lo prende neppure in considerazione. Anche per le cabine telefoniche il sipario non tarderà a calare: entro il 2015, salvo casi eccezionali, è prevista la totale rimozione. E resteranno solo un ricordo per gli innamorati del secolo scorso.</p>
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		<title>Pirelli, mito da appendere e collezionare</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Dec 2011 15:23:44 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/Pirelli2012.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1420" title="Pirelli2012" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/Pirelli2012-300x208.jpg" alt="" width="300" height="208" /></a>Può un semplice calendario rappresentare un fenomeno culturale e di costume che segna la vita del Paese? Sì, se il calendario in questione è quello della Pirelli, “The Cal”, come viene chiamato in tutto il mondo. Dal 1964, anno in cui è stato pubblicato per la prima volta, il calendario si è lentamente trasformato in un oggetto di culto, dovuto anche al fatto che è stampato in edizione limitata (poco più di ventimila copie) e non viene venduto, ma  ma regalato, direttamente dall’azienda, a un pubblico selezionato di clienti e Vip. Quello del 2012 è il primo realizzato da un fotografo italiano, Mario Sorrenti. Protagoniste della trentanovesima edizione dodici top model, tra queste Kate Moss, Milla Jovovich e la nostra Margareth Madè. Da oltre quarant’anni <em>The Cal</em> è una testimonianza storica dell’evoluzione del gusto, della moda e del costume della società contemporanea perché, sin dalla prima edizione, non è mai stato un calendario qualsiasi, ma un prodotto particolare, caratterizzato da immagini di fascino, nudi artistici, simboli estetici e icone femminili entrate a far parte dell’immaginario collettivo. Inoltre, lavorare per il calendario Pirelli, sia per le modelle sia per i fotografi, diventa un segno di distinzione. Sfogliando i mesi delle trentotto edizioni sin qui realizzate, ci s’imbatte in splendide immagini e altrettante splendide donne, gli unici ingredienti che hanno reso The Cal esclusivo e inimitabile, trasformandolo da semplice iniziativa pubblicitaria a status symbol, a icona della bellezza, uno specchio dei tempi che ha avuto sempre la capacità di intuire – con un anno d’anticipo – la tendenza dell’anno successivo. <span id="more-1413"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/1969-0061.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1415" title="1969-0061" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/1969-0061-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><strong>ANNI SESSANTA/L’esordio </strong>Il primo calendario, quello del 1963, è affidato a Terence Donovan, fotografo londinese, l’idea è semplicemente quella di pubblicizzare i prodotti Pirelli. Donovan sceglie dodici donne, una per ciascun Paese dove vengono esportati i prodotti. L’anno dopo tocca a Robert Freeman, fotoreporter inglese che non ha mai fotografato posati, che decide di immortalare sulle spiagge di Maiorca due ragazze semplici, magre, poco truccate, in netto contrasto con lo stereotipo femminile dell’epoca, la maggiorata. Per l’edizione 1965, epoca in cui si comincia a respirare una certa libertà di costume, le foto si scattano nel Principato di Monaco e questa volta il paesaggio passa in secondo piano. L’obiettivo di Brian Duffy, infatti, si sofferma soprattutto su uno short di jeans sbottonato sull’ombelico o su un primo piano di un sedere. Da autentico testimone del tempo il calendario del  1969 è ambientato in California, terra quanto mai di moda in questo periodo. Harry Peccinotti, il fotografo incaricato, non vuole modelle perché è convinto che le spiagge californiane siano piene di belle ragazze, bionde e abbronzate che inquadra soprattutto nei particolari, seni, sederi, labbra su una bottiglietta di Coca Cola, lingua che lecca un ghiacciolo.</p>
<p><strong><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/1970-012.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1416" title="1970-012" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/1970-012-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>ANNI SETTANTA/Il primo nudo, poi la crisi </strong>La nudità è ormai inflazionata, sulle spiagge cominciano a vedersi i primi monokini e tutti si aspettano, nei calendari che aprono il decennio, un trionfo di seni nudi. Ma François Giacobetti, fotografo per il 1970 e il 1971, va in controtendenza: per lui la nudità e l’emancipazione femminile sono temi inflazionati, e sulle spiagge esotiche delle Bahamas e della Jamaica le modelle indossano costumi da bagno e i rari nudi sono soffusi da luci al tramonto e studiati controluce. Nel 1972 il calendario è a un bivio: alla Pirelli si accorgono che devono cambiare qualcosa altrimenti c’è il rischio che il calendario, con le sue foto di nudo artistico, venga trattato alla stregua di una pubblicazione pornografia, genere che sta invadendo la carta stampata. Per allontanare qualsiasi dubbio si chiama la fotografa Sarah Moon, che ritrae una donna sicura, femminile e niente affatto provocatrice. Nonostante questo, è lei &#8211; una donna &#8211; che infrange la direttiva aziendale, ormai troppo anacronistica negli anni Settanta, del divieto del nudo: il mese di maggio, infatti, è rappresentato da un primo piano di un seno completamente nudo. La crisi petrolifera è alle porte, la Pirelli naviga in cattive acque e non ha intenzione di investire troppo per sostenere la realizzazione del calendario. E il prodotto rispecchia fedelmente l’atmosfera del momento. 1973: Realizzato a Londra, per contenere i costi, le modelle non sono più ritratte in pose morbide e abbandonate, ma sono rigide, tese, in pose innaturali, vestite con tute di latex. La stampa lo boccia e lo definisce perverso. Così, l’anno successivo, si ritorna in spiaggia, alle Seychelles. Il risultato sono scatti con sorrisi, pelli abbronzate, nudi, pose morbide e ammiccanti: immagini fuori luogo per il momento che il mondo sta attraversando. La guerra del Kippur e l’irrisolta crisi mediorentale scatenano la crisi petrolifera e l’Europa si impone l’austerity: si riduce l’illuminazione stradale, si chiudono anticipatamente cinema e locali notturni, si vendono meno automobili e, di conseguenza, meno pneumatici. Per la Pirelli è crisi e, tra i costi che taglia, c’è la produzione del calendario. Una chiusura che non passa inosservata, tanto che il <em>Sun</em> titola: “Hanno licenziato le pin-up”.</p>
<p><strong><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/calendar1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1417" title="calendar1" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/calendar1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>ANNI OTTANTA/La rinascita </strong>«Anni bui, i Settanta, anche perché orfani del Calendario Pirelli» ha detto recentemente un sociologo. Il buio è durato fino al 1984 quando la Pirelli, nonostante stia ancora leccandosi le ferite della crisi petrolifera e del burrascoso divorzio con l’inglese Dunlop, vuole di rilanciare la sua immagine e decide di farlo attraverso il calendario. Gli anni Ottanta sono ricchi e suggeriscono una nuova immagine. Così si torna alle Bahamas e il leit motiv dei dodici mesi, assieme alle top model, ai luoghi esotici e alle suggestioni erotiche, è l’impronta del battistrada che viene riprodotta sulla sabbia, sui corpi, sugli oggetti. L’idea si è rivelata vincente, tanto che si decide di replicarla anche gli anni successivi: dodici mesi di nudi totali intrecciati ai pneumatici. Da segnalare quello del 1987, dove l’elemento caratterizzante del calendario è, oltre l’impronta del pneumatico, l’abbinamento di gioielli d’oro con la pelle scura delle modelle e che vede l’esordio di una giovanissima Naomi Campbell; e quello del 1988, dove si rompe la tradizione del “solo donne” con un corpo maschile, mimetizzato da una tuta aderente che stilizza il disegno del battistrada. E proprio quest’ultimo si segnala come uno dei calendari più casti.</p>
<p><strong><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/L’arte-di-denuncia-in-formato-“The-Cal”.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1418" title="LA LOREN INCANTA PLATEA A PRESENTAZIONE CALENDARIO PIRELLI" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/L’arte-di-denuncia-in-formato-“The-Cal”-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>ANNI NOVANTA/Nel segno delle top model </strong>La donna è cambiata ancora e quella del nuovo decennio è sempre più forte e sicura del suo nuovo ruolo nel mondo del lavoro. Sono gli anni del boom delle palestre, della cura del proprio corpo, delle donne manager e The Cal ritrae una donna sportiva (1990); eroica e intelligente (1991); volutamente provocatrice e sensuale (1993). L’edizione del 1994, che celebra il trentesimo anniversario, è intitolata <em>In Praise Of Woman</em> e curata dal fotografo Herb Ritts, che ha appena firmato i video di Madonna e Michael Jackson. Il suo intento è quello di rappresentare una donna fresca, intima, poco incline a seguire le mode del momento: e lo fa alle Bahamas immortalando Cindy Crawford, Helena Christensen, Karen Alexander e Kate Moss. Il calendario ottiene un successo clamoroso. Un successo che si cerca di bissare l’anno successivo chiamando a scattare uno dei grandi nomi della fotografia, Richard Avedon. Il tema sono “Le stagioni” e Avedon, all’età di 71 anni, lascia momentaneamente l’astratto e ritorna alle immagini più realistiche. Da segnalare il ritorno di Naomi Campbell, molto cambiata rispetto all’esordio del 1972. Top model anche per quello del 1996, quando Peter Lindbergh, per l’edizione intitolata <em>Timeless Views</em> e prodotta in bianco e nero (prima volta in assoluto nella storia del calendario) vuole davanti all’obiettivo Nastassia Kinski, Eva Herzigova, Carrè Otis ritratte non come modelle ma come donne comuni con la loro bellezza spontanea e personale. Nel 1998 si celebrano i 125 di attività della Pirelli e il calendario, che compie 25 anni, si presenta con una novità rivoluzionaria: per la prima volta vengono presentate anche immagini di uomini, ritratti di personaggi famosi (sportivi, attori, cantanti) affiancati da top model.</p>
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		<title>Sessant&#8217;anni di storia nei clic dell&#8217;Ansa</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2011 11:30:03 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/11/041.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1402" title="L'ATTRICE ITALIANA SOPHIA LOREN AL TERZO RALLY DEL CINEMA" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/11/041-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a> “Il lavoro più duro non è stato l&#8217;allestimento, ma la scelta delle immagini. Erano tantissime” confessa un collega che ha partecipato all&#8217;organizzazione della mostra. E non si può che dargli ragione: dal 1945, anno in cui Giuseppe Liverani, Primo Parrini e Amerigo Terenzi fondano l&#8217;agenzia Ansa (sulle ceneri dell&#8217;Agenzia Stefani, ormai marchiata dal fascismo) le foto in archivio sono oltre 4 milioni e mezzo. Un archivio che ogni giorno cresce di circa 200 nuove immagini, tante sono le foto che l&#8217;Ansa lancia in rete quotidianamente. E&#8217; facile perciò immaginare che lavoro immane dev&#8217;essere stato estrarre gli scatti per la mostra “Fotografiamoci: 60 anni di vita italiana nelle immagini dell&#8217;Ansa”, allestita al Vittoriano a Roma. La mostra, una sorta di libro di storia illustrato, racconta la vita italiana dal Dopoguerra ad oggi, grazie alle immagini che la più grande agenzia del Paese ha trasmesso alle redazioni, documentando il vorticoso cambiamento dell&#8217;Italia tra cronaca, politica, costume, spettacolo, sport.<span id="more-1397"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/11/062.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1404" title="PIAZZA LOGGIA: TUTTI ASSOLTI I CINQUE IMPUTATI" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/11/062-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>E la maggior parte delle fotografie, siano essi personaggi o singoli volti, manifestazioni di massa, tragedie o avvenimenti sportivi, rinnovano emozioni dimenticate, perché sono legate ad eventi che hanno segnato la storia del Paese, incisi nella memoria collettiva. E così tornano a riaffiorare i ricordi delle grandi tragedie (Vajont, Belice, Friuli), dei misteri irrisolti (Ustica, piazza Fontana), dei successi nazionali (i premi Nobel a Eugenio Montale e Dario Fo, e gli Oscar a De Sica e Benigni, le vittorie ai Mondiali di calcio di Bearzot e Lippi e quelle della Ferrari). E poi i periodi gioiosi della Dolce vita, del boom economico, delle prime sfilate d&#8217;alta moda e quelli più cupi del Sessantotto, degli Anni di piombo con il rapimento di Aldo Moro, e della mafia con gli assassini del generale Dalla Chiesa e dei giudici Falcone e Borsellino. Ci sono poi i ritratti dei personaggi che hanno segnato la storia, Alcide De Gasperi, i grandi Papi, l&#8217;avvocato Agnelli, Indro Montanelli. Le immagini vengono esposte in sette sezioni, una per ogni decennio, ciascuno introdotto da un&#8217;immagine femminile, simbolo di quegli anni, e da un testo a firma di un testimone dell&#8217;epoca. Gli anni &#8217;40 sono rappresentati da Anna Magnani e Giulio Andreotti; alla signora della tv Nicoletta Orsomando e Alberto Arbasino sono affidati i &#8217;50; Mina e Gianni Morandi è la coppia dei “favolosi” anni &#8217;60, la sezione dei &#8217;70 vede il volto di Nilde Jotti e l&#8217;introduzione di Ettore Scola; Rita Levi Montalcini e Giorgio Armani sono testimonial degli anni &#8217;80, gli anni &#8217;90 si aprono con la foto di Rosaria Costa, vedova ventiduenne di Vito Schifani, agente di scorta del giudice Borsellino, e uno scritto del giurista Gustavo Zagrebelsky. Si arriva così al nuovo millennio con la campionessa di nuoto Federica Pellegrini e l&#8217;ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. A<span style="font-family: Book Antiqua, serif;">nche il 2011, con la sua realtà in divenire, giorno per giorno, è dedicata un’apposita sezione aggiornata in tempo reale per tutta la durata dell’esposizione. </span>Come per il notiziario scritto, anche le fotografie rispecchiano lo “stile” Ansa: gli scatti, infatti, mostrano esclusivamente la realtà senza forzature e senza eccessi di spettacolarizzazione.</p>
<p>&#8216;Fotografandoci&#8217;, in programma al Vittoriano di Roma, rimarrà aperta fino all&#8217;11 dicembre. L&#8217;ingresso è gratuito.</p>
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		<title>Guerre, lotte e disimpegno tra canzoni e canzonette (3a parte)</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Oct 2011 15:37:41 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/tiamo.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1386" title="tiamo" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/tiamo-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il fenomeno dei cantautori continuò a diffondersi coinvolgendo nuove generazioni di musicisti  negli anni Settanta, un decennio di contraddizioni per la canzone italiana. In piena rivoluzione femminista hanno un successo incredibile <em>Ti amo</em> di Umberto Tozzi (che canta «fammi abbracciare una donna che stira cantando») e <em>Tanta voglia di lei</em> dei Pooh, storia di un tradimento dove protagonista, pentitosi della scappatella, decide di tornare dalla sua amata « &#8230; mi dispiace di svegliarti, forse un uomo non sarò, ma a un tratto so che devo lasciarti, fra un minuto me ne andrò &#8230; », anche se, in parte, le donne furono “vendicate” da Claudia Mori che, in <em>Buonasera dottore</em>, fa la parte dell’amante in una telefonata al suo uomo che cerca di non destare sospetti in un&#8217;epoca senza cellulari e sms. Erano gli anni di Piombo, dove Eugenio Finardi inneggiò alla <em>Musica ribelle</em> «che ti entra nelle ossa, che ti entra nella pelle»; gli Area  avvertivano che «il mio mitra è un contrabbasso che ti spara sulla faccia» (Gioia e rivoluzione); Fabrizio De Andrè ricordava che si poteva «morire per delle idee, ma di morte lenta»; per Gianfranco Manfredi la gioia era « nel prendersi la mano, nel tirare i sampietrini, nell’incendio di Milano, nelle spranghe sui fascisti nelle pietre sui gipponi» (Ma chi ha detto che non c’è) e, allo stesso tempo Claudio Baglioni stava «accoccolato ad ascoltare il mare» (E tu); Angelo Branduardi raccontava che «alla fiera dell’est un topolino mio padre comprò» e Riccardo Cocciante chiedeva a una donna «e adesso spogliati come sai fare tu» (Bella senz&#8217;anima). E, per la buona pace delle femministe, nel 1978 Viola Valentino dichiarò «Comprami, io sono in vendita, e non mi credere irraggiungibile».<span id="more-1385"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/righeira2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1387" title="righeira2" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/righeira2-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Dopo un decennio grigio, buio e violento, l’Italia canora compì una brusca inversione di rotta. Basta con testi politici e sociali; largo al non sense e al disimpegno: è lo specchio degli anni Ottanta, gli anni della Milano da Bere. I cantautori segnarono il passo a favore di brani ballabili, tormentoni che ebbero facile presa sul pubblico. Franco Battiato abbandonò la ricerca musicale e conquistò le hit parade con «Cuccuruccuccù Paloma»; Alberto Camerini, passò dalle canzoni politiche del Parco Lambro al <em>Rock’n’roll Robot</em> del Festivalbar travestito da Arlecchino; poi i Righeira di «Vamos alla playa oh oh-oh-oh-oh»; <em>Un’estate al mare</em> di Giuni Russo dove si vedevano da lontano «gli ombrelloni-oni-oni» e in discoteca, invece di Donna Summer, si ballava il <em>Gioca-Jouer</em> di Claudio Cecchetto e la demenziale <em>C’è da spostare una macchina</em> di Francesco Salvi. Insomma, il trionfo del non-sense e della leggerezza. Negli anni Novanta la canzone italiana tornò d’autore grazie Ligabue, Vasco Rossi, Zucchero, ma la novità fu rappresentata dagli 883, gruppo prodotto da Claudio Cecchetto, la cui forza è l&#8217;orecchiabilità e l&#8217;immediatezza. I brani raccontano di storie di provincia, semplici e genuine, un esempio su tutti è <em>Gli anni</em>: «Stessa storia, stesso posto, stesso bar, stessa gente che vien dentro consuma, poi va… … gli anni delle immense compagnie, gli anni in motorino sempre in due». Poi scoppiò il fenomeno Jovanotti che, dopo un inizio di carriera sull’onda del non sense, riuscì a recuperare diventando portavoce di disagi giovanili e non solo.</p>
<p>Oggi le tecnologie hanno cambiato radicalmente il modo di scrivere e di ascoltare musica, la nostra canzone si è impoverita delle sue qualità poetiche ed è sempre più omogenea con l’offerta internazionale, con il rischio di perdere per sempre i punti fermi della nostra tradizione canora. (<em>3 &#8211; fine</em>)</p>
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		<title>Patti Smith in Italia, l&#8217;importante è esserci</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Aug 2011 05:59:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/08/pattismith4601.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1349" title="pattismith460" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/08/pattismith4601-300x195.jpg" alt="" width="300" height="195" /></a>«<em>Ne ho abbastanza. È finita</em>». Sono le parole che Patti Smith, la sera del <strong>10 settembre 1979</strong>, pronuncia tornando in albergo dopo il concerto tenuto allo stadio di <strong>Firenze</strong>. Da quella sera passano altri sedici anni prima che la “poetessa del rock” salga di nuovo sul palco. Quelli di Firenze e <strong>Bologna</strong> (la sera prima) sono due concerti particolari e storici, e non per l’annunciato ritiro dalle scene della Smith. L’Italia del 1979 è un paese dove si bruciano gli ultimi fuochi di una devastante stagione politica sfociata nella violenza e nel terrorismo, durata tutto il decennio: giusto per fare un esempio, quando sale sul palco – sia a Bologna sia a Firenze &#8211; la cantante è scortata da studenti con le pistole in mano invece che da un normale servizio d’ordine e qualcuno, prima del concerto, le consiglia di non stendere sul palco la bandiera americana (per lei non un gesto politico, ma un segno d’appartenenza) perché potrebbe scatenare incidenti (pochi anni prima sul palco dove stava suonando <strong>Santana</strong> era arrivata una bottiglia Molotov).</p>
<p><span id="more-1341"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/08/Concerto-Firenze-Patty-Smith-19791.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1351" title="Concerto-Firenze-Patty-Smith-1979" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/08/Concerto-Firenze-Patty-Smith-19791-300x196.jpg" alt="" width="300" height="196" /></a>Quei due concerti si trasformano in “evento” per un’intera generazione che non solo veniva da un digiuno forzato di concerti rock (suonare in Italia negli anni Settanta era impossibile, troppi incidenti) ma stava prendendo coscienza che i movimenti che avevano portato avanti le lotte studentesche del ’68 e del ’77 erano falliti miseramente. E così tutti, anche chi non conosce affatto la cantante, si danno appuntamento negli stadi di Firenze e Bologna: sono in 70.000 a Firenze e in 50.000 a Bologna, quando il pubblico medio dei concerti della Smith non superava i 5.000 spettatori. Il concerto fiorentino è indimenticabile, anche perché tremendo e inascoltabile: l’impianto è pessimo, Patti Smith senza voce e il gruppo che l&#8217;accompagna è composto da cani. Ma nessuno lo osa ammettere, anzi: la folla inneggia alla “rivoluzionaria del punk”, la “poetessa del rock”, la “guerriera anarchica”, un personaggio che forse non è mai esistito, visto che su quel palco lei cita Papa Luciani. Dopo quel concerto, la Smith si ritira dalle scene. Si sposa, mette al mondo due figli e si dedica completamente a loro fino alla morte del marito,  nel 1994. Poi, seguendo il consiglio del suo amico <strong>Allen Ginsberg</strong> (che le disse «Lascia andare lo spirito di chi non c’è più e continua la tua celebrazione della vita»), torna alla musica.</p>
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		<title>La prima volta di Albachiara</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Jul 2011 08:50:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 9 agosto del 1979 è una data che si può definire storica per gli appassionati della musica italiana. A Bussoladomani, il locale di Viareggio gestito dal re delle notti estive della Versilia, Sergio Bernardini, è fa tappa la tournèe Primo Concerto, esibizione live di tre giovani cantautori, Alberto Fortis, Marco Ferradini e Vasco Rossi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/07/4247.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1338" title="4247" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/07/4247.jpg" alt="" width="160" height="187" /></a>Il 9 agosto del 1979 è una data che si può definire storica per gli appassionati della musica italiana. A Bussoladomani, il locale di Viareggio gestito dal re delle notti estive della Versilia, Sergio Bernardini, è fa tappa la tournèe Primo Concerto, esibizione live di tre giovani cantautori, Alberto Fortis, Marco Ferradini e Vasco Rossi, che hanno appena pubblicato un album. Vasco Rossi sale sul palco, accompagnato da una band nella quale spicca su tutti il giovane chitarrista dai lunghi capelli neri, Massimo Riva, di soli 17 anni, che segue Vasco dall’apertura Punto Radio, emittente che trasmette nel modenese, alle prime esperienze come cantante nelle balere della campagna emiliana.  La scaletta del concerto è di soli 8 brani a testa e Vasco &#8211; che ha a suo attivo due album e si presenta sul palco con i capelli cortissimi perché ha appena terminato il servizio di leva  – propone quasi tutto il suo ultimo lavoro, <em>Non siamo mica gli americani</em>, uscito giusto un paio di mesi prima, e quindi totalmente sconosciuto al pubblico. <span id="more-1337"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/07/albachiaravideo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1339" title="albachiaravideo" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/07/albachiaravideo.jpg" alt="" width="232" height="267" /></a>L’esibizione si chiude con un brano inserito nell&#8217;album quasi per caso, nato da una base musicale scritta da Massimo Riva alla quale Vasco ha scritto un testo che parla di una storia vera: la canzone s’intitola <em>Albachiara</em>. Non è una canzone di facile impatto, anzi: non ha un ritornello, il testo ha una metrica particolare, la musica non è orecchiabile. Insomma, un brano – almeno in apparenza &#8211; non tra i più riusciti,  tanto che la stessa casa discografica lo pubblica sul lato B del 45 giri tratto dall’album (il lato A è <em>Fegato spappolato</em>) solo perché ha il minutaggio corretto (circa 4 minuti).  E invece, da quella sera, la prima che viene eseguita dal vivo, <em>Albachiara</em> comincia il suo cammino che la farà entrare nell’olimpo delle canzoni “storiche”. Un sondaggio effettuato tra il pubblico in occasione degli ultimi concerti del rocker modenese allo stadio di San Siro a Milano, ha emesso un verdetto inappellabile: per i fan <em>Albachiara</em> è la canzone di Vasco Rossi più amata. E lui, da quella sera del 1979, la ripropone in tutte le sue tournée, da anni è la sigla di chiusura dei concerti e il pubblico sa che non si va a casa  prima che Vasco l’abbia eseguita.</p>
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		<title>Graziella, e la bici cambiò per sempre</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Jun 2011 08:34:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/06/CreativitaGraziella450.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1327" title="CreativitaGraziella450" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/06/CreativitaGraziella450-300x232.jpg" alt="" width="300" height="232" /></a>E&#8217; il 1964, in pieno boom economico, e la bicicletta sta assumendo un&#8217;immagine diversa da quella di mezzo di trasporto per la classe operaia. A maggio la Carnielli presenta un modello che fa cambiare radicalmente la concezione della bici, destinato a rivoluzionare il mondo delle due ruote: la bicicletta pieghevole. Il progetto, di Rinaldo Donzelli, viene battezzato Graziella, facendo così subito intendere a chi è destinato. Appoggiata da un’intelligente campagna pubblicitaria, la Graziella incontra immediatamente i favori di una larga fascia di clienti per quella sua immagine raffinata, favorita anche dalla musicalità del suo nome gentile ed armonioso. Carta vincente della Graziella è  la sua straordinaria praticità: grazie al telaio pieghevole – possibile per via di una cerniera centrale &#8211; l’assenza della canna orizzontale, le ruote piccole, la sella e il manubrio sfilabili con la massima facilità, si può trasportare e caricare nell’abitacolo di un’utilitaria di piccole dimensioni. Queste caratteristiche identificano la Graziella come nuovo simbolo di libertà e di anticonformismo. Sulla scia di questo strepitoso successo nacquero ben presto agguerrite rivali della Graziella, che ne riproponevano la linea in chiave più essenziale e ad un prezzo decisamente inferiore: Atala, Legnano, Girardengo, Olmo,  Bianchi e innumerevoli marche meno note invadono  rapidamente il mercato contribuendo a far familiarizzare la gente con questo nuovo modello di due ruote. <span id="more-1326"></span>E così, nel 1971, la Carnielli sottopone la Graziella a un restyling. Il nuovo modello, pressoché simile al precedente se non qualche nuovo accorgimento come il cestino sul portapacchi o lo specchietto retrovisore, non delude le aspettative, al punto che la casa costruttrice le affianca delle versioni speciali: la Graziella Flor, dalle decorazioni floreali in stile hippie; la sportiva Graziella Cross, con cambio a cloche, e il chopper Graziella Leopard, corredato da una ricca serie di accessori dedicati ma costoso quasi come un ciclomotore. Poi, con il mercato invaso prima dai modelli da cross (come Saltafoss e Roma Sport) poi dalle BMX (lanciate dal film E.T) e da altre bici da signora, sicuramente più leggere, la Graziella scomparve silenziosamente dalle scene alla fine degli anni Ottanta.</p>
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		<title>La fotografia diventa di massa</title>
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		<pubDate>Sun, 01 May 2011 15:24:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Prima dell’avvento delle macchine digitali l’attesa dello sviluppo di un rullino in un laboratorio fotografico richiede anche settimane, a meno che non si è possessori di una Polaroid, macchina fotografica semplice da usare che, grazie a una speciale pellicola brevettata, offre l’opportunità di avere la foto sviluppata in un attimo: metti a fuoco, schiacci un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/05/polaroid.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1309" title="polaroid" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/05/polaroid-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Prima dell’avvento delle macchine digitali l’attesa dello sviluppo di un rullino in un laboratorio fotografico richiede anche settimane, a meno che non si è possessori di una Polaroid, macchina fotografica semplice da usare che, grazie a una speciale pellicola brevettata, offre l’opportunità di avere la foto sviluppata in un attimo: metti a fuoco, schiacci un pulsante e, in pochi minuti, arriva la foto. Nata negli Usa nel 1947, grazie al genio di Edwin Herbert Land (fondatore della Polaroid) la macchina ha un successo clamoroso: nel 1973 sono prodotti cinquantamila confezioni di pellicola ogni giorno, una crescita continua fino alla metà degli anni Ottanta, (nel 1977 l’azienda fattura oltre un miliardo di dollari) anni in cui la Polaroid è usata da tutti, non solo amatori ma anche registi, architetti, arredatori, detective e persino Andy Warhol la utilizza per sue creazioni. Poi il declino: l’avvento delle nuove tecnologie portano l’azienda sul baratro costringendola, nel 2008, alla chiusura degli stabilimenti che producono le pellicole. Ma una speranza c’è: quest’anno André Bosman, ex responsabile di produzione della Polaroid (supervisionava dalla costruzione degli impianti fino alla gestione dei processi di qualità delle pellicole) ha assunto una decina di ex-lavoratori e preso possesso dei vecchi impianti di Enschede in Olanda, con l’obiettivo di riprendere – entro il 2012 &#8211; la produzione delle pellicole e per far rinascere la fotografia istantanea, un prodotto che scopre sempre nuovi estimatori.</p>
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		<title>Quando i sorcini abbandonarono il predicatore</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Jan 2011 17:23:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Zerofobia, Zerolandia e EroZero, sono stati per Renato Zero tre dischi che l’hanno consacrato al grande pubblico e gli hanno fatto conquistare le classifiche. Nel 1979 ha girato tutta Italia con il tour Zerolandia, spettacolo di oltre due ore montato sotto un vero tendone da circo, nel quale ha chiamato a raccolta tutti i suoi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/01/Ciao-Nì.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1251" title="Ciao-Nì" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/01/Ciao-Nì-178x300.jpg" alt="" width="178" height="300" /></a>Zerofobia</em>, <em>Zerolandia</em> e <em>EroZero</em>, sono stati per Renato Zero tre dischi che l’hanno consacrato al grande pubblico e gli hanno fatto conquistare le classifiche. Nel 1979 ha girato tutta Italia con il tour <em>Zerolandia</em>, spettacolo di oltre due ore montato sotto un vero tendone da circo, nel quale ha chiamato a raccolta tutti i suoi “sorcini”, deliziati poi col film <em>Ciao Nì</em>, una sorta di documentario sulla sua carriera fino a quel momento. E proprio da quel momento decide di cambiare rotta. Zero entra negli anni Ottanta abbandonando trucchi e cerone, i suoi testi diventano più maturi e riflessivi. La vena creativa non gli manca: in dieci anni pubblica la bellezza di undici album, di cui sei doppi. Nel 1980 esce <em>Icaro</em>, doppio dal vivo, e <em>Tregua</em> (doppio), da molti definito come il suo disco più politico, sia per i temi trattati sia per il titolo, che contiene, tra l’altro, il singolo <em>Amico</em>. L’anno dopo esce un altro doppio album, <em>Artide Antartide</em> (tutt’oggi considerato tra i più riusciti) seguito da <em>Via Tagliamento</em>, sempre doppio, un omaggio al Piper di Roma, locale dove Zero ha mosso i primi passi nel mondo dello spettacolo: il disco è promosso in televisione, grazie alle sigle <em>Soldi</em> e <em>Viva la Rai</em>, nel corso della trasmissione Fantastico. Da qui in poi comincia una parabola discendente: Zero sforna dischi a raffica ma, col passare del tempo, il pubblico si accorge che comincia a mancargli l’ispirazione. <span id="more-1250"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/01/cover_soggetti_smarriti.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1252" title="cover_soggetti_smarriti" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/01/cover_soggetti_smarriti.jpg" alt="" width="198" height="200" /></a>E infatti, nel 1984, esce la sua prima raccolta, <em>Identikit Zero</em>, seguita da <em>Leoni si Nasce</em>, disco poco riuscito. Il periodo buio si fa sempre più fitto: Zero scopre che la sua immagine non è più trasgressiva, che i sorcini non lo seguono più. E se ne accorge soprattutto in occasione del tour <em>Soggetti Smarriti</em>, nel 1986, quando i Palasport delle grandi città vengono sostituiti con teatri di provincia che, però, restano semi vuoti. La parabola artistica tocca il fondo nel 1987 con un nuovo doppio album, <em>Zero</em>, che in classifica non entra nemmeno nelle prime venti posizioni. Zero scompare dalle scene per due anni e si ripresenta alla fine del 1989 con <em>Voyeur</em>, album registrato a Londra che ottiene un discreto successo, grazie al quale – abbandonato definitivamente prediche e travestimenti &#8211; inizia una lenta rinascita che lo ha portato sino all’autocelebrazione, lo scorso anno, con sei megaconcerti a Roma in occasione del suo sessantesimo compleanno.</p>
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		<title>L’invasione delle “vergini”</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Jan 2011 21:07:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/01/1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1245" title="1" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/01/1-300x285.jpg" alt="" width="300" height="285" /></a>Prima dei cd, e poi degli MP3, la musica si ascoltava (e la si portava in giro) con le musicassette, o audiocassette o, più semplicemente, cassette. La data di nascita risale al 1963 ad opera della Philips che le introdusse sul mercato europeo, l’anno seguente su quello americano. La musicassetta fu concepita dai suoi creatori come l’adattamento per uso domestico di una tecnologia già nota da tempo e usata in diversi ambiti, ovvero quella del nastro magnetico: una sottile pellicola di plastica rivestita di materiale magnetizzabile, usata per memorizzare dati o tracce audio/video. La vera invasione delle “Compact Cassette”, questo il marchio commerciale, avvenne verso la metà degli anni Settanta, quando il pubblico mostrò di gradire i nastri pre-registrati con incise le canzoni dei musicisti dell’epoca, invece degli ingombranti long playing: come i vinili, anche le piccole cassette avevano un lato A e un lato B. Alcuni mangianastri richiedevano che fosse l’utente a cambiare lato, altri lo facevano automaticamente.I nastri “vergini”, quelli cioè ancora da incidere, avevano una durata variabile, ma i formati più diffusi erano da 45, 60 e 90 minuti. Esistevano anche formati superiori, ma erano più fragili e meno diffusi.  <span id="more-1244"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/01/BYJu84WkKGrHgoH-CcEjlLlzSkuBKgDNEMoMw_35.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1246" title="!BYJu84!!Wk~$(KGrHgoH-CcEjlLlzSkuBKgDNEMoMw~~_35" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/01/BYJu84WkKGrHgoH-CcEjlLlzSkuBKgDNEMoMw_35-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>E così la “play list” personale; che allora si chiamava semplicemente “compilation” o “il meglio di…”, durava lo spazio di una ventina di brani (si incidevano sulle C 90).  Negli anni la qualità del supporto magnetico fu migliorata: se inizialmente i nastri erano trattati con ossido ferrico, in seguito furono sperimentati altri materiali, come diossido di cromo, magnetite, cobalto e infine un composto metallico che prese il nome commerciale di Metafine. Per proteggere i dati registrati, questi supporti furono dotati nella parte superiore di due cavità. Se tali piccoli buchi venivano coperti o ostruiti il nastro tornava ad essere nuovamente registrabile, ma dopo diverse sovrascritture la qualità del suono andava scemando. Ora si sorride pensando a questi strani supporti analogici ad avanzamento sequenziale, in cui l’audio era disturbato dal rumore di fondo e il cui nastro di tanto in tanto si impigliava nel lettore e doveva essere liberato e riavvolto con una matita. Ma chi ha qualche anno in più non potrà non provare un attimo di nostalgia ricordando i pomeriggi trascorsi a registrare compilation da regalare agli amici o, meglio ancora, dedicare alla fidanzata.</p>
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