Un parallelepipedo di acciaio e vetri (molto sporchi), da un lato due porte tipo saloon regolate da una molla sempre troppo dura, per terra un tappeto di mozziconi di sigarette, l’aria stantia. In questo ambiente più di una generazione di innamorati – con le tasche gonfie di gettoni o monete – ha passato ore a parlare e sognare con i rispettivi fidanzati. La descrizione è della cabina del telefono, oggetto ormai desueto e quasi letterario, ideato dalla società Stipel sessant’anni fa per rendere più comodo l’uso dei telefoni pubblici che sino ad allora erano piazzati nei bar, nelle edicole e nei luoghi chiusi appositamente attrezzati. La prima cabina è installata il 10 febbraio 1952 a Milano, nella centralissima piazza San Babila, pochi mesi dopo spuntano in tutte le grandi città ed entrano, di diritto, a far parte del paesaggio urbano. Oggi, che il telefonino è diventato un bene di tutti, la Telecom vorrebbe smantellarle tutte (sul territorio sono poco meno di centomila) perché, cifre alla mano, dice che oltre il settanta per cento delle cabine viene utilizzato per fare al massimo due telefonate al giorno e che per mantenerle funzionanti – spesso sono oggetto di atti di vandalismi – costa parecchio, anche se già sul finire degli anni Ottanta cominciano a lasciare il posto a quella sorta di chiostri aperti che sono in funzione ancora oggi. Continua a leggere…
Può un semplice calendario rappresentare un fenomeno culturale e di costume che segna la vita del Paese? Sì, se il calendario in questione è quello della Pirelli, “The Cal”, come viene chiamato in tutto il mondo. Dal 1964, anno in cui è stato pubblicato per la prima volta, il calendario si è lentamente trasformato in un oggetto di culto, dovuto anche al fatto che è stampato in edizione limitata (poco più di ventimila copie) e non viene venduto, ma ma regalato, direttamente dall’azienda, a un pubblico selezionato di clienti e Vip. Quello del 2012 è il primo realizzato da un fotografo italiano, Mario Sorrenti. Protagoniste della trentanovesima edizione dodici top model, tra queste Kate Moss, Milla Jovovich e la nostra Margareth Madè. Da oltre quarant’anni The Cal è una testimonianza storica dell’evoluzione del gusto, della moda e del costume della società contemporanea perché, sin dalla prima edizione, non è mai stato un calendario qualsiasi, ma un prodotto particolare, caratterizzato da immagini di fascino, nudi artistici, simboli estetici e icone femminili entrate a far parte dell’immaginario collettivo. Inoltre, lavorare per il calendario Pirelli, sia per le modelle sia per i fotografi, diventa un segno di distinzione. Sfogliando i mesi delle trentotto edizioni sin qui realizzate, ci s’imbatte in splendide immagini e altrettante splendide donne, gli unici ingredienti che hanno reso The Cal esclusivo e inimitabile, trasformandolo da semplice iniziativa pubblicitaria a status symbol, a icona della bellezza, uno specchio dei tempi che ha avuto sempre la capacità di intuire – con un anno d’anticipo – la tendenza dell’anno successivo. Continua a leggere…
“Il lavoro più duro non è stato l’allestimento, ma la scelta delle immagini. Erano tantissime” confessa un collega che ha partecipato all’organizzazione della mostra. E non si può che dargli ragione: dal 1945, anno in cui Giuseppe Liverani, Primo Parrini e Amerigo Terenzi fondano l’agenzia Ansa (sulle ceneri dell’Agenzia Stefani, ormai marchiata dal fascismo) le foto in archivio sono oltre 4 milioni e mezzo. Un archivio che ogni giorno cresce di circa 200 nuove immagini, tante sono le foto che l’Ansa lancia in rete quotidianamente. E’ facile perciò immaginare che lavoro immane dev’essere stato estrarre gli scatti per la mostra “Fotografiamoci: 60 anni di vita italiana nelle immagini dell’Ansa”, allestita al Vittoriano a Roma. La mostra, una sorta di libro di storia illustrato, racconta la vita italiana dal Dopoguerra ad oggi, grazie alle immagini che la più grande agenzia del Paese ha trasmesso alle redazioni, documentando il vorticoso cambiamento dell’Italia tra cronaca, politica, costume, spettacolo, sport. Continua a leggere…
Guerre, lotte e disimpegno tra canzoni e canzonette (3a parte)
Scritto da: luca // Categoria: Costume, Musica, Spettacoli
Il fenomeno dei cantautori continuò a diffondersi coinvolgendo nuove generazioni di musicisti negli anni Settanta, un decennio di contraddizioni per la canzone italiana. In piena rivoluzione femminista hanno un successo incredibile Ti amo di Umberto Tozzi (che canta «fammi abbracciare una donna che stira cantando») e Tanta voglia di lei dei Pooh, storia di un tradimento dove protagonista, pentitosi della scappatella, decide di tornare dalla sua amata « … mi dispiace di svegliarti, forse un uomo non sarò, ma a un tratto so che devo lasciarti, fra un minuto me ne andrò … », anche se, in parte, le donne furono “vendicate” da Claudia Mori che, in Buonasera dottore, fa la parte dell’amante in una telefonata al suo uomo che cerca di non destare sospetti in un’epoca senza cellulari e sms. Erano gli anni di Piombo, dove Eugenio Finardi inneggiò alla Musica ribelle «che ti entra nelle ossa, che ti entra nella pelle»; gli Area avvertivano che «il mio mitra è un contrabbasso che ti spara sulla faccia» (Gioia e rivoluzione); Fabrizio De Andrè ricordava che si poteva «morire per delle idee, ma di morte lenta»; per Gianfranco Manfredi la gioia era « nel prendersi la mano, nel tirare i sampietrini, nell’incendio di Milano, nelle spranghe sui fascisti nelle pietre sui gipponi» (Ma chi ha detto che non c’è) e, allo stesso tempo Claudio Baglioni stava «accoccolato ad ascoltare il mare» (E tu); Angelo Branduardi raccontava che «alla fiera dell’est un topolino mio padre comprò» e Riccardo Cocciante chiedeva a una donna «e adesso spogliati come sai fare tu» (Bella senz’anima). E, per la buona pace delle femministe, nel 1978 Viola Valentino dichiarò «Comprami, io sono in vendita, e non mi credere irraggiungibile». Continua a leggere…
Patti Smith in Italia, l’importante è esserci
Scritto da: luca // Categoria: Costume, Cronaca, Musica, Spettacoli
«Ne ho abbastanza. È finita». Sono le parole che Patti Smith, la sera del 10 settembre 1979, pronuncia tornando in albergo dopo il concerto tenuto allo stadio di Firenze. Da quella sera passano altri sedici anni prima che la “poetessa del rock” salga di nuovo sul palco. Quelli di Firenze e Bologna (la sera prima) sono due concerti particolari e storici, e non per l’annunciato ritiro dalle scene della Smith. L’Italia del 1979 è un paese dove si bruciano gli ultimi fuochi di una devastante stagione politica sfociata nella violenza e nel terrorismo, durata tutto il decennio: giusto per fare un esempio, quando sale sul palco – sia a Bologna sia a Firenze – la cantante è scortata da studenti con le pistole in mano invece che da un normale servizio d’ordine e qualcuno, prima del concerto, le consiglia di non stendere sul palco la bandiera americana (per lei non un gesto politico, ma un segno d’appartenenza) perché potrebbe scatenare incidenti (pochi anni prima sul palco dove stava suonando Santana era arrivata una bottiglia Molotov).
Il 9 agosto del 1979 è una data che si può definire storica per gli appassionati della musica italiana. A Bussoladomani, il locale di Viareggio gestito dal re delle notti estive della Versilia, Sergio Bernardini, è fa tappa la tournèe Primo Concerto, esibizione live di tre giovani cantautori, Alberto Fortis, Marco Ferradini e Vasco Rossi, che hanno appena pubblicato un album. Vasco Rossi sale sul palco, accompagnato da una band nella quale spicca su tutti il giovane chitarrista dai lunghi capelli neri, Massimo Riva, di soli 17 anni, che segue Vasco dall’apertura Punto Radio, emittente che trasmette nel modenese, alle prime esperienze come cantante nelle balere della campagna emiliana. La scaletta del concerto è di soli 8 brani a testa e Vasco – che ha a suo attivo due album e si presenta sul palco con i capelli cortissimi perché ha appena terminato il servizio di leva – propone quasi tutto il suo ultimo lavoro, Non siamo mica gli americani, uscito giusto un paio di mesi prima, e quindi totalmente sconosciuto al pubblico. Continua a leggere…
Graziella, e la bici cambiò per sempre
Scritto da: luca // Categoria: Costume
E’ il 1964, in pieno boom economico, e la bicicletta sta assumendo un’immagine diversa da quella di mezzo di trasporto per la classe operaia. A maggio la Carnielli presenta un modello che fa cambiare radicalmente la concezione della bici, destinato a rivoluzionare il mondo delle due ruote: la bicicletta pieghevole. Il progetto, di Rinaldo Donzelli, viene battezzato Graziella, facendo così subito intendere a chi è destinato. Appoggiata da un’intelligente campagna pubblicitaria, la Graziella incontra immediatamente i favori di una larga fascia di clienti per quella sua immagine raffinata, favorita anche dalla musicalità del suo nome gentile ed armonioso. Carta vincente della Graziella è la sua straordinaria praticità: grazie al telaio pieghevole – possibile per via di una cerniera centrale – l’assenza della canna orizzontale, le ruote piccole, la sella e il manubrio sfilabili con la massima facilità, si può trasportare e caricare nell’abitacolo di un’utilitaria di piccole dimensioni. Queste caratteristiche identificano la Graziella come nuovo simbolo di libertà e di anticonformismo. Sulla scia di questo strepitoso successo nacquero ben presto agguerrite rivali della Graziella, che ne riproponevano la linea in chiave più essenziale e ad un prezzo decisamente inferiore: Atala, Legnano, Girardengo, Olmo, Bianchi e innumerevoli marche meno note invadono rapidamente il mercato contribuendo a far familiarizzare la gente con questo nuovo modello di due ruote. Continua a leggere…
La fotografia diventa di massa
Scritto da: luca // Categoria: Costume
Prima dell’avvento delle macchine digitali l’attesa dello sviluppo di un rullino in un laboratorio fotografico richiede anche settimane, a meno che non si è possessori di una Polaroid, macchina fotografica semplice da usare che, grazie a una speciale pellicola brevettata, offre l’opportunità di avere la foto sviluppata in un attimo: metti a fuoco, schiacci un pulsante e, in pochi minuti, arriva la foto. Nata negli Usa nel 1947, grazie al genio di Edwin Herbert Land (fondatore della Polaroid) la macchina ha un successo clamoroso: nel 1973 sono prodotti cinquantamila confezioni di pellicola ogni giorno, una crescita continua fino alla metà degli anni Ottanta, (nel 1977 l’azienda fattura oltre un miliardo di dollari) anni in cui la Polaroid è usata da tutti, non solo amatori ma anche registi, architetti, arredatori, detective e persino Andy Warhol la utilizza per sue creazioni. Poi il declino: l’avvento delle nuove tecnologie portano l’azienda sul baratro costringendola, nel 2008, alla chiusura degli stabilimenti che producono le pellicole. Ma una speranza c’è: quest’anno André Bosman, ex responsabile di produzione della Polaroid (supervisionava dalla costruzione degli impianti fino alla gestione dei processi di qualità delle pellicole) ha assunto una decina di ex-lavoratori e preso possesso dei vecchi impianti di Enschede in Olanda, con l’obiettivo di riprendere – entro il 2012 – la produzione delle pellicole e per far rinascere la fotografia istantanea, un prodotto che scopre sempre nuovi estimatori.
Quando i sorcini abbandonarono il predicatore
Scritto da: luca // Categoria: Musica
Zerofobia, Zerolandia e EroZero, sono stati per Renato Zero tre dischi che l’hanno consacrato al grande pubblico e gli hanno fatto conquistare le classifiche. Nel 1979 ha girato tutta Italia con il tour Zerolandia, spettacolo di oltre due ore montato sotto un vero tendone da circo, nel quale ha chiamato a raccolta tutti i suoi “sorcini”, deliziati poi col film Ciao Nì, una sorta di documentario sulla sua carriera fino a quel momento. E proprio da quel momento decide di cambiare rotta. Zero entra negli anni Ottanta abbandonando trucchi e cerone, i suoi testi diventano più maturi e riflessivi. La vena creativa non gli manca: in dieci anni pubblica la bellezza di undici album, di cui sei doppi. Nel 1980 esce Icaro, doppio dal vivo, e Tregua (doppio), da molti definito come il suo disco più politico, sia per i temi trattati sia per il titolo, che contiene, tra l’altro, il singolo Amico. L’anno dopo esce un altro doppio album, Artide Antartide (tutt’oggi considerato tra i più riusciti) seguito da Via Tagliamento, sempre doppio, un omaggio al Piper di Roma, locale dove Zero ha mosso i primi passi nel mondo dello spettacolo: il disco è promosso in televisione, grazie alle sigle Soldi e Viva la Rai, nel corso della trasmissione Fantastico. Da qui in poi comincia una parabola discendente: Zero sforna dischi a raffica ma, col passare del tempo, il pubblico si accorge che comincia a mancargli l’ispirazione. Continua a leggere…
Prima dei cd, e poi degli MP3, la musica si ascoltava (e la si portava in giro) con le musicassette, o audiocassette o, più semplicemente, cassette. La data di nascita risale al 1963 ad opera della Philips che le introdusse sul mercato europeo, l’anno seguente su quello americano. La musicassetta fu concepita dai suoi creatori come l’adattamento per uso domestico di una tecnologia già nota da tempo e usata in diversi ambiti, ovvero quella del nastro magnetico: una sottile pellicola di plastica rivestita di materiale magnetizzabile, usata per memorizzare dati o tracce audio/video. La vera invasione delle “Compact Cassette”, questo il marchio commerciale, avvenne verso la metà degli anni Settanta, quando il pubblico mostrò di gradire i nastri pre-registrati con incise le canzoni dei musicisti dell’epoca, invece degli ingombranti long playing: come i vinili, anche le piccole cassette avevano un lato A e un lato B. Alcuni mangianastri richiedevano che fosse l’utente a cambiare lato, altri lo facevano automaticamente.I nastri “vergini”, quelli cioè ancora da incidere, avevano una durata variabile, ma i formati più diffusi erano da 45, 60 e 90 minuti. Esistevano anche formati superiori, ma erano più fragili e meno diffusi. Continua a leggere…
