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	<title>Retrovisore &#124; un sito di Luca Pollini &#187; Anni Sessanta</title>
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		<title>Pirelli, mito da appendere e collezionare</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Dec 2011 15:23:44 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/Pirelli2012.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1420" title="Pirelli2012" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/Pirelli2012-300x208.jpg" alt="" width="300" height="208" /></a>Può un semplice calendario rappresentare un fenomeno culturale e di costume che segna la vita del Paese? Sì, se il calendario in questione è quello della Pirelli, “The Cal”, come viene chiamato in tutto il mondo. Dal 1964, anno in cui è stato pubblicato per la prima volta, il calendario si è lentamente trasformato in un oggetto di culto, dovuto anche al fatto che è stampato in edizione limitata (poco più di ventimila copie) e non viene venduto, ma  ma regalato, direttamente dall’azienda, a un pubblico selezionato di clienti e Vip. Quello del 2012 è il primo realizzato da un fotografo italiano, Mario Sorrenti. Protagoniste della trentanovesima edizione dodici top model, tra queste Kate Moss, Milla Jovovich e la nostra Margareth Madè. Da oltre quarant’anni <em>The Cal</em> è una testimonianza storica dell’evoluzione del gusto, della moda e del costume della società contemporanea perché, sin dalla prima edizione, non è mai stato un calendario qualsiasi, ma un prodotto particolare, caratterizzato da immagini di fascino, nudi artistici, simboli estetici e icone femminili entrate a far parte dell’immaginario collettivo. Inoltre, lavorare per il calendario Pirelli, sia per le modelle sia per i fotografi, diventa un segno di distinzione. Sfogliando i mesi delle trentotto edizioni sin qui realizzate, ci s’imbatte in splendide immagini e altrettante splendide donne, gli unici ingredienti che hanno reso The Cal esclusivo e inimitabile, trasformandolo da semplice iniziativa pubblicitaria a status symbol, a icona della bellezza, uno specchio dei tempi che ha avuto sempre la capacità di intuire – con un anno d’anticipo – la tendenza dell’anno successivo. <span id="more-1413"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/1969-0061.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1415" title="1969-0061" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/1969-0061-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><strong>ANNI SESSANTA/L’esordio </strong>Il primo calendario, quello del 1963, è affidato a Terence Donovan, fotografo londinese, l’idea è semplicemente quella di pubblicizzare i prodotti Pirelli. Donovan sceglie dodici donne, una per ciascun Paese dove vengono esportati i prodotti. L’anno dopo tocca a Robert Freeman, fotoreporter inglese che non ha mai fotografato posati, che decide di immortalare sulle spiagge di Maiorca due ragazze semplici, magre, poco truccate, in netto contrasto con lo stereotipo femminile dell’epoca, la maggiorata. Per l’edizione 1965, epoca in cui si comincia a respirare una certa libertà di costume, le foto si scattano nel Principato di Monaco e questa volta il paesaggio passa in secondo piano. L’obiettivo di Brian Duffy, infatti, si sofferma soprattutto su uno short di jeans sbottonato sull’ombelico o su un primo piano di un sedere. Da autentico testimone del tempo il calendario del  1969 è ambientato in California, terra quanto mai di moda in questo periodo. Harry Peccinotti, il fotografo incaricato, non vuole modelle perché è convinto che le spiagge californiane siano piene di belle ragazze, bionde e abbronzate che inquadra soprattutto nei particolari, seni, sederi, labbra su una bottiglietta di Coca Cola, lingua che lecca un ghiacciolo.</p>
<p><strong><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/1970-012.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1416" title="1970-012" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/1970-012-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>ANNI SETTANTA/Il primo nudo, poi la crisi </strong>La nudità è ormai inflazionata, sulle spiagge cominciano a vedersi i primi monokini e tutti si aspettano, nei calendari che aprono il decennio, un trionfo di seni nudi. Ma François Giacobetti, fotografo per il 1970 e il 1971, va in controtendenza: per lui la nudità e l’emancipazione femminile sono temi inflazionati, e sulle spiagge esotiche delle Bahamas e della Jamaica le modelle indossano costumi da bagno e i rari nudi sono soffusi da luci al tramonto e studiati controluce. Nel 1972 il calendario è a un bivio: alla Pirelli si accorgono che devono cambiare qualcosa altrimenti c’è il rischio che il calendario, con le sue foto di nudo artistico, venga trattato alla stregua di una pubblicazione pornografia, genere che sta invadendo la carta stampata. Per allontanare qualsiasi dubbio si chiama la fotografa Sarah Moon, che ritrae una donna sicura, femminile e niente affatto provocatrice. Nonostante questo, è lei &#8211; una donna &#8211; che infrange la direttiva aziendale, ormai troppo anacronistica negli anni Settanta, del divieto del nudo: il mese di maggio, infatti, è rappresentato da un primo piano di un seno completamente nudo. La crisi petrolifera è alle porte, la Pirelli naviga in cattive acque e non ha intenzione di investire troppo per sostenere la realizzazione del calendario. E il prodotto rispecchia fedelmente l’atmosfera del momento. 1973: Realizzato a Londra, per contenere i costi, le modelle non sono più ritratte in pose morbide e abbandonate, ma sono rigide, tese, in pose innaturali, vestite con tute di latex. La stampa lo boccia e lo definisce perverso. Così, l’anno successivo, si ritorna in spiaggia, alle Seychelles. Il risultato sono scatti con sorrisi, pelli abbronzate, nudi, pose morbide e ammiccanti: immagini fuori luogo per il momento che il mondo sta attraversando. La guerra del Kippur e l’irrisolta crisi mediorentale scatenano la crisi petrolifera e l’Europa si impone l’austerity: si riduce l’illuminazione stradale, si chiudono anticipatamente cinema e locali notturni, si vendono meno automobili e, di conseguenza, meno pneumatici. Per la Pirelli è crisi e, tra i costi che taglia, c’è la produzione del calendario. Una chiusura che non passa inosservata, tanto che il <em>Sun</em> titola: “Hanno licenziato le pin-up”.</p>
<p><strong><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/calendar1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1417" title="calendar1" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/calendar1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>ANNI OTTANTA/La rinascita </strong>«Anni bui, i Settanta, anche perché orfani del Calendario Pirelli» ha detto recentemente un sociologo. Il buio è durato fino al 1984 quando la Pirelli, nonostante stia ancora leccandosi le ferite della crisi petrolifera e del burrascoso divorzio con l’inglese Dunlop, vuole di rilanciare la sua immagine e decide di farlo attraverso il calendario. Gli anni Ottanta sono ricchi e suggeriscono una nuova immagine. Così si torna alle Bahamas e il leit motiv dei dodici mesi, assieme alle top model, ai luoghi esotici e alle suggestioni erotiche, è l’impronta del battistrada che viene riprodotta sulla sabbia, sui corpi, sugli oggetti. L’idea si è rivelata vincente, tanto che si decide di replicarla anche gli anni successivi: dodici mesi di nudi totali intrecciati ai pneumatici. Da segnalare quello del 1987, dove l’elemento caratterizzante del calendario è, oltre l’impronta del pneumatico, l’abbinamento di gioielli d’oro con la pelle scura delle modelle e che vede l’esordio di una giovanissima Naomi Campbell; e quello del 1988, dove si rompe la tradizione del “solo donne” con un corpo maschile, mimetizzato da una tuta aderente che stilizza il disegno del battistrada. E proprio quest’ultimo si segnala come uno dei calendari più casti.</p>
<p><strong><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/L’arte-di-denuncia-in-formato-“The-Cal”.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1418" title="LA LOREN INCANTA PLATEA A PRESENTAZIONE CALENDARIO PIRELLI" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/L’arte-di-denuncia-in-formato-“The-Cal”-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>ANNI NOVANTA/Nel segno delle top model </strong>La donna è cambiata ancora e quella del nuovo decennio è sempre più forte e sicura del suo nuovo ruolo nel mondo del lavoro. Sono gli anni del boom delle palestre, della cura del proprio corpo, delle donne manager e The Cal ritrae una donna sportiva (1990); eroica e intelligente (1991); volutamente provocatrice e sensuale (1993). L’edizione del 1994, che celebra il trentesimo anniversario, è intitolata <em>In Praise Of Woman</em> e curata dal fotografo Herb Ritts, che ha appena firmato i video di Madonna e Michael Jackson. Il suo intento è quello di rappresentare una donna fresca, intima, poco incline a seguire le mode del momento: e lo fa alle Bahamas immortalando Cindy Crawford, Helena Christensen, Karen Alexander e Kate Moss. Il calendario ottiene un successo clamoroso. Un successo che si cerca di bissare l’anno successivo chiamando a scattare uno dei grandi nomi della fotografia, Richard Avedon. Il tema sono “Le stagioni” e Avedon, all’età di 71 anni, lascia momentaneamente l’astratto e ritorna alle immagini più realistiche. Da segnalare il ritorno di Naomi Campbell, molto cambiata rispetto all’esordio del 1972. Top model anche per quello del 1996, quando Peter Lindbergh, per l’edizione intitolata <em>Timeless Views</em> e prodotta in bianco e nero (prima volta in assoluto nella storia del calendario) vuole davanti all’obiettivo Nastassia Kinski, Eva Herzigova, Carrè Otis ritratte non come modelle ma come donne comuni con la loro bellezza spontanea e personale. Nel 1998 si celebrano i 125 di attività della Pirelli e il calendario, che compie 25 anni, si presenta con una novità rivoluzionaria: per la prima volta vengono presentate anche immagini di uomini, ritratti di personaggi famosi (sportivi, attori, cantanti) affiancati da top model.</p>
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		<title>Sessant&#8217;anni di storia nei clic dell&#8217;Ansa</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2011 11:30:03 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/11/041.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1402" title="L'ATTRICE ITALIANA SOPHIA LOREN AL TERZO RALLY DEL CINEMA" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/11/041-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a> “Il lavoro più duro non è stato l&#8217;allestimento, ma la scelta delle immagini. Erano tantissime” confessa un collega che ha partecipato all&#8217;organizzazione della mostra. E non si può che dargli ragione: dal 1945, anno in cui Giuseppe Liverani, Primo Parrini e Amerigo Terenzi fondano l&#8217;agenzia Ansa (sulle ceneri dell&#8217;Agenzia Stefani, ormai marchiata dal fascismo) le foto in archivio sono oltre 4 milioni e mezzo. Un archivio che ogni giorno cresce di circa 200 nuove immagini, tante sono le foto che l&#8217;Ansa lancia in rete quotidianamente. E&#8217; facile perciò immaginare che lavoro immane dev&#8217;essere stato estrarre gli scatti per la mostra “Fotografiamoci: 60 anni di vita italiana nelle immagini dell&#8217;Ansa”, allestita al Vittoriano a Roma. La mostra, una sorta di libro di storia illustrato, racconta la vita italiana dal Dopoguerra ad oggi, grazie alle immagini che la più grande agenzia del Paese ha trasmesso alle redazioni, documentando il vorticoso cambiamento dell&#8217;Italia tra cronaca, politica, costume, spettacolo, sport.<span id="more-1397"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/11/062.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1404" title="PIAZZA LOGGIA: TUTTI ASSOLTI I CINQUE IMPUTATI" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/11/062-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>E la maggior parte delle fotografie, siano essi personaggi o singoli volti, manifestazioni di massa, tragedie o avvenimenti sportivi, rinnovano emozioni dimenticate, perché sono legate ad eventi che hanno segnato la storia del Paese, incisi nella memoria collettiva. E così tornano a riaffiorare i ricordi delle grandi tragedie (Vajont, Belice, Friuli), dei misteri irrisolti (Ustica, piazza Fontana), dei successi nazionali (i premi Nobel a Eugenio Montale e Dario Fo, e gli Oscar a De Sica e Benigni, le vittorie ai Mondiali di calcio di Bearzot e Lippi e quelle della Ferrari). E poi i periodi gioiosi della Dolce vita, del boom economico, delle prime sfilate d&#8217;alta moda e quelli più cupi del Sessantotto, degli Anni di piombo con il rapimento di Aldo Moro, e della mafia con gli assassini del generale Dalla Chiesa e dei giudici Falcone e Borsellino. Ci sono poi i ritratti dei personaggi che hanno segnato la storia, Alcide De Gasperi, i grandi Papi, l&#8217;avvocato Agnelli, Indro Montanelli. Le immagini vengono esposte in sette sezioni, una per ogni decennio, ciascuno introdotto da un&#8217;immagine femminile, simbolo di quegli anni, e da un testo a firma di un testimone dell&#8217;epoca. Gli anni &#8217;40 sono rappresentati da Anna Magnani e Giulio Andreotti; alla signora della tv Nicoletta Orsomando e Alberto Arbasino sono affidati i &#8217;50; Mina e Gianni Morandi è la coppia dei “favolosi” anni &#8217;60, la sezione dei &#8217;70 vede il volto di Nilde Jotti e l&#8217;introduzione di Ettore Scola; Rita Levi Montalcini e Giorgio Armani sono testimonial degli anni &#8217;80, gli anni &#8217;90 si aprono con la foto di Rosaria Costa, vedova ventiduenne di Vito Schifani, agente di scorta del giudice Borsellino, e uno scritto del giurista Gustavo Zagrebelsky. Si arriva così al nuovo millennio con la campionessa di nuoto Federica Pellegrini e l&#8217;ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. A<span style="font-family: Book Antiqua, serif;">nche il 2011, con la sua realtà in divenire, giorno per giorno, è dedicata un’apposita sezione aggiornata in tempo reale per tutta la durata dell’esposizione. </span>Come per il notiziario scritto, anche le fotografie rispecchiano lo “stile” Ansa: gli scatti, infatti, mostrano esclusivamente la realtà senza forzature e senza eccessi di spettacolarizzazione.</p>
<p>&#8216;Fotografandoci&#8217;, in programma al Vittoriano di Roma, rimarrà aperta fino all&#8217;11 dicembre. L&#8217;ingresso è gratuito.</p>
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		<title>Guerre, lotte e disimpegno tra canzoni e canzonette (3a parte)</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Oct 2011 15:37:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il fenomeno dei cantautori continuò a diffondersi coinvolgendo nuove generazioni di musicisti  negli anni Settanta, un decennio di contraddizioni per la canzone italiana. In piena rivoluzione femminista hanno un successo incredibile Ti amo di Umberto Tozzi (che canta «fammi abbracciare una donna che stira cantando») e Tanta voglia di lei dei Pooh, storia di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/tiamo.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1386" title="tiamo" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/tiamo-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il fenomeno dei cantautori continuò a diffondersi coinvolgendo nuove generazioni di musicisti  negli anni Settanta, un decennio di contraddizioni per la canzone italiana. In piena rivoluzione femminista hanno un successo incredibile <em>Ti amo</em> di Umberto Tozzi (che canta «fammi abbracciare una donna che stira cantando») e <em>Tanta voglia di lei</em> dei Pooh, storia di un tradimento dove protagonista, pentitosi della scappatella, decide di tornare dalla sua amata « &#8230; mi dispiace di svegliarti, forse un uomo non sarò, ma a un tratto so che devo lasciarti, fra un minuto me ne andrò &#8230; », anche se, in parte, le donne furono “vendicate” da Claudia Mori che, in <em>Buonasera dottore</em>, fa la parte dell’amante in una telefonata al suo uomo che cerca di non destare sospetti in un&#8217;epoca senza cellulari e sms. Erano gli anni di Piombo, dove Eugenio Finardi inneggiò alla <em>Musica ribelle</em> «che ti entra nelle ossa, che ti entra nella pelle»; gli Area  avvertivano che «il mio mitra è un contrabbasso che ti spara sulla faccia» (Gioia e rivoluzione); Fabrizio De Andrè ricordava che si poteva «morire per delle idee, ma di morte lenta»; per Gianfranco Manfredi la gioia era « nel prendersi la mano, nel tirare i sampietrini, nell’incendio di Milano, nelle spranghe sui fascisti nelle pietre sui gipponi» (Ma chi ha detto che non c’è) e, allo stesso tempo Claudio Baglioni stava «accoccolato ad ascoltare il mare» (E tu); Angelo Branduardi raccontava che «alla fiera dell’est un topolino mio padre comprò» e Riccardo Cocciante chiedeva a una donna «e adesso spogliati come sai fare tu» (Bella senz&#8217;anima). E, per la buona pace delle femministe, nel 1978 Viola Valentino dichiarò «Comprami, io sono in vendita, e non mi credere irraggiungibile».<span id="more-1385"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/righeira2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1387" title="righeira2" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/righeira2-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Dopo un decennio grigio, buio e violento, l’Italia canora compì una brusca inversione di rotta. Basta con testi politici e sociali; largo al non sense e al disimpegno: è lo specchio degli anni Ottanta, gli anni della Milano da Bere. I cantautori segnarono il passo a favore di brani ballabili, tormentoni che ebbero facile presa sul pubblico. Franco Battiato abbandonò la ricerca musicale e conquistò le hit parade con «Cuccuruccuccù Paloma»; Alberto Camerini, passò dalle canzoni politiche del Parco Lambro al <em>Rock’n’roll Robot</em> del Festivalbar travestito da Arlecchino; poi i Righeira di «Vamos alla playa oh oh-oh-oh-oh»; <em>Un’estate al mare</em> di Giuni Russo dove si vedevano da lontano «gli ombrelloni-oni-oni» e in discoteca, invece di Donna Summer, si ballava il <em>Gioca-Jouer</em> di Claudio Cecchetto e la demenziale <em>C’è da spostare una macchina</em> di Francesco Salvi. Insomma, il trionfo del non-sense e della leggerezza. Negli anni Novanta la canzone italiana tornò d’autore grazie Ligabue, Vasco Rossi, Zucchero, ma la novità fu rappresentata dagli 883, gruppo prodotto da Claudio Cecchetto, la cui forza è l&#8217;orecchiabilità e l&#8217;immediatezza. I brani raccontano di storie di provincia, semplici e genuine, un esempio su tutti è <em>Gli anni</em>: «Stessa storia, stesso posto, stesso bar, stessa gente che vien dentro consuma, poi va… … gli anni delle immense compagnie, gli anni in motorino sempre in due». Poi scoppiò il fenomeno Jovanotti che, dopo un inizio di carriera sull’onda del non sense, riuscì a recuperare diventando portavoce di disagi giovanili e non solo.</p>
<p>Oggi le tecnologie hanno cambiato radicalmente il modo di scrivere e di ascoltare musica, la nostra canzone si è impoverita delle sue qualità poetiche ed è sempre più omogenea con l’offerta internazionale, con il rischio di perdere per sempre i punti fermi della nostra tradizione canora. (<em>3 &#8211; fine</em>)</p>
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		<title>Guerre, lotte e disimpegno tra canzoni e canzonette (2a parte)</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Sep 2011 14:02:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/nilla_pizzi.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-1379" title="nilla_pizzi" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/nilla_pizzi-300x266.gif" alt="" width="300" height="266" /></a>Alla fine della seconda guerra mondiale si diffusero rapidamente tutte le mode musicali di origine straniera ostacolate negli anni precedenti dal regime. Per contrastare questa tendenza, e favorire il ritorno alla canzone melodica all’italiana, nel 1951 nasce il Festival di Sanremo, annunciato come “una nuova iniziativa volta a valorizzare la canzone italiana”. I venti brani in gara raccontano un’Italia del tutto ripiegata nel privato: dodici trattano storie o temi d’amore e magnificano bellezze paesaggistiche; tre sono incentrati sulla nostalgia del passato o sulla critica dei tempi moderni; due raccontano favole per bambini. Nulla di nuovo, dunque, tanto che dopo il Festival il <em>Radiocorriere</em> titolerà: «Il mondo cambia, le canzoni no». <span id="more-1378"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/Domenico_Modugno_al_Festival_di_Sanremo-31534.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1380" title="Domenico_Modugno_al_Festival_di_Sanremo-31534" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/Domenico_Modugno_al_Festival_di_Sanremo-31534-276x300.jpg" alt="" width="276" height="300" /></a>Qualcosa cambiò nel 1958, quando Domenico Modugno sul palcoscenico di Sanremo, spalancò le braccia e fece cantare milioni di italiani in un coro liberatorio. La canzone, <em>Nel blu dipinto di blu</em>, che vinse il Festival e vendette 32 milioni di copie, parla di un uomo che sogna di volare nel cielo infinito. Un sogno di libertà, sottolineato da Modugno quando, anziché portarsi la mano al cuore come di consuetudine, le aprì al grido di «Volareeee, oh oh…». L’anno dopo, sempre a Sanremo, si registrò il primo caso di censura: la vittima è <em>Tua</em>, cantata da Julia De Palma. Sotto accuse sono i versi «Tua, sulla bocca tua, per sognare in due per morir così, finalmente tua, così». La sera dopo, invece di “sulla bocca tua”, la De Palma cantò “ogni istante tua”. Per la cronaca si piazzò al 4° posto e il disco, pur trasmesso pochissimo, vendette migliaia di copie, segno che per gli italiani il sesso cominciava a non rappresentare un tabù.</p>
<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/fabriziodeandre_2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1381" title="fabriziodeandre_2" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/fabriziodeandre_2-227x300.jpg" alt="" width="227" height="300" /></a>Negli anni Sessanta la canzone italiana comincia a dividersi in più filoni. Quello “cantautorale” che cominciò a scrivere testi incentrati sui temi sociali (Fabrizio De Andrè, Luigi Tenco, Enzo Jannacci tra i primi); quello “balneare” nato sul boom delle prime vacanze al mare (con canzoni come <em>Abbronzatissima</em>; <em>Con le pinne il fucile e gli occhiali</em>; <em>Stessa spiaggia stesso mare</em>); quello “politico” nato sulla scia del Sessantotto e che ha in <em>Contessa</em> di Paolo Pietrangeli il suo esempio più significativo («compagni, dai campi e dalle officine/prendete la falce, portate il martello/scendete giù in piazza, picchiate con quello/scendete giù in piazza, affossate il sistema») e quello beat che, oltre a imitare lo stile dei gruppi stranieri e a tradurre i testi delle loro hit, sviluppò uno stile originale con un certo impegno sociale, come nel caso di <em>Proposta</em> dei Giganti, inno pacifista grazie al refrain «Mettete dei fiori nei vostri cannoni», o ancora <em>È la pioggia che va scritta</em> da Mogol per i Rokes nel 1967, che annuncia « Il mondo ormai sta cambiando e cambierà di più… … Ma noi che stiamo correndo avanzeremo di più».</p>
<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/GianniMorandi-Ceraunragazzo.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1382" title="GianniMorandi-Ceraunragazzo" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/GianniMorandi-Ceraunragazzo-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>La musica leggera, visto la grande popolarità, diventò sempre di più una cosa seria la politica tornò ad occuparsene. Ci fu un’interrogazione parlamentare su <em>C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones</em>, che Gianni Morandi avrebbe dovuto cantare in tv, per via del verso «mi han detto vai nel Vietnam e spara ai Vietcong» accusato di criticare “la politica estera di un paese amico come gli Stati Uniti”. Migliacci, autore del testo, si rifiutò di storpiare il pezzo e suggerì a Morandi di cantare, proprio per marcare l’avvenuta censura «mi han detto vai nel tatatà e spara ai tatatà», cosa che il cantante fece. (<em>2- continua</em>)</p>
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		<title>Graziella, e la bici cambiò per sempre</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Jun 2011 08:34:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/06/CreativitaGraziella450.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1327" title="CreativitaGraziella450" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/06/CreativitaGraziella450-300x232.jpg" alt="" width="300" height="232" /></a>E&#8217; il 1964, in pieno boom economico, e la bicicletta sta assumendo un&#8217;immagine diversa da quella di mezzo di trasporto per la classe operaia. A maggio la Carnielli presenta un modello che fa cambiare radicalmente la concezione della bici, destinato a rivoluzionare il mondo delle due ruote: la bicicletta pieghevole. Il progetto, di Rinaldo Donzelli, viene battezzato Graziella, facendo così subito intendere a chi è destinato. Appoggiata da un’intelligente campagna pubblicitaria, la Graziella incontra immediatamente i favori di una larga fascia di clienti per quella sua immagine raffinata, favorita anche dalla musicalità del suo nome gentile ed armonioso. Carta vincente della Graziella è  la sua straordinaria praticità: grazie al telaio pieghevole – possibile per via di una cerniera centrale &#8211; l’assenza della canna orizzontale, le ruote piccole, la sella e il manubrio sfilabili con la massima facilità, si può trasportare e caricare nell’abitacolo di un’utilitaria di piccole dimensioni. Queste caratteristiche identificano la Graziella come nuovo simbolo di libertà e di anticonformismo. Sulla scia di questo strepitoso successo nacquero ben presto agguerrite rivali della Graziella, che ne riproponevano la linea in chiave più essenziale e ad un prezzo decisamente inferiore: Atala, Legnano, Girardengo, Olmo,  Bianchi e innumerevoli marche meno note invadono  rapidamente il mercato contribuendo a far familiarizzare la gente con questo nuovo modello di due ruote. <span id="more-1326"></span>E così, nel 1971, la Carnielli sottopone la Graziella a un restyling. Il nuovo modello, pressoché simile al precedente se non qualche nuovo accorgimento come il cestino sul portapacchi o lo specchietto retrovisore, non delude le aspettative, al punto che la casa costruttrice le affianca delle versioni speciali: la Graziella Flor, dalle decorazioni floreali in stile hippie; la sportiva Graziella Cross, con cambio a cloche, e il chopper Graziella Leopard, corredato da una ricca serie di accessori dedicati ma costoso quasi come un ciclomotore. Poi, con il mercato invaso prima dai modelli da cross (come Saltafoss e Roma Sport) poi dalle BMX (lanciate dal film E.T) e da altre bici da signora, sicuramente più leggere, la Graziella scomparve silenziosamente dalle scene alla fine degli anni Ottanta.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Due pezzi di storia</title>
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		<pubDate>Thu, 19 May 2011 06:28:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/05/ursula-andress-22.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1323" title="James Bond contre Docteur No" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/05/ursula-andress-22-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a>Ha più di sessant’anni, ma non li dimostra affatto. Anzi, è più in forma che mai, riempie le vetrine ed è sempre sotto i riflettori. Il costume dello scandalo, che deve il suo nome ad un atollo, quello di Bikini tristemente famoso grazie agli americani che nel 1946 l’avevano scelto per compiere del test atomici, è stato “inventato” non da uno stilista, ma da un ingegnere francese, Louis Réard, disegnatore di automobili. Réard, dopo il lavoro in ufficio, aiutava la madre, sarta che confezionava biancheria intima. Ed ecco che, un bel giorno, ha pensato di “trasformare” mutande e reggiseno in un costume da bagno. Il bikini, negli anni Quaranta, era però considerato troppo osé, tanto che Réard per parecchio tempo non riuscì a trovare una modella disposta a indossarlo; e così gli venne un’altra idea geniale: farlo indossare da una spogliarellista che lo esibì, per la prima volta, nella famosa piscina Deligny, nel cuore di Parigi. I fotografi accorsi scattarono migliaia di foto che, in un batti baleno, fecero il giro del mondo, sollevando curiosità e le accuse della Chiesa. In Italia, e in altri paesi cattolici, il costume venne messo al bando: a sdoganarlo e farlo entrare nel mercato di massa ci pensarono, agli inizio degli anni Sessanta, Brigitte Bardot, che lo esibì nel film “E Dio creò la donna” e sulle spiagge di Saint Tropez., e Ursula Andress in 007 Licenza di uccidere.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Nivea, la crema democratica</title>
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		<pubDate>Wed, 11 May 2011 18:48:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/05/crema-nivea-5001.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1313" title="crema nivea-500" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/05/crema-nivea-5001-300x213.jpg" alt="" width="300" height="213" /></a>Il segreto della sua longevità? Forse l&#8217;essere stata democratica, sempre e comunque, sin dalla sua nascita, nel 1911. Una mattina di quell&#8217;anno, il dottor Oscar Troplowitz (proprietario della Beiersdorf), Paul Gerson dermatologo, e Isaac Lifschutz, chimico, mettono a punto la formula di quella che doveva diventare, ed è diventata, la crema per tutti, la Nivea, chiamata così perché bianca come la neve (dall&#8217;aggettivo latino niveus/nivea/niveum), diventata famosa al pubblico anche grazie all&#8217;inconfondibile confezione rotonda di alluminio blu. La Nivea con sua confezione lineare e rigorosa, quasi minimalista, disegnata all&#8217;epoca per distinguersi ai decori e agli ornamenti dell&#8217;Art Nouveau, è passata indenne tra guerre mondiali, cambiamenti sociali e culturali e- nonostante abbia cent¹anni -sprigiona ancora il suo fascino elegante, da gusto rétro. <span id="more-1311"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/05/nivea-creme-classica.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1316" title="nivea-creme-classica" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/05/nivea-creme-classica-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Una crema che è stata spalmata sulla pelle di generazioni in tutto il mondo, dai bambini appena nati alle dive di Hollywood: Marilyn Monroe, infatti, sembra che dormisse nuda non solo con tre gocce di Chanel n.5, ma anche con un velo di Nivea sulla pelle. Un prodotto moderno, che ha sempre anticipato i tempi e ha contribuito a cambiare il costume; come nel caso della pubblicità. Negli Anni Venti, per i sui manifesti, invece che nobili signore, vestite eleganti e ritratte in pose improbabili che fino ad allora pubblicizzavano la gran parte dei cosmetici, Nivea ha scelto un&#8217;immagine di gente comune, ripresa all&#8217;aria aperta o nei luoghi di lavoro. Cosa che accade anche nel decennio successivo, quando nascono i prodotti solari, pubblicizzati da persone sorridenti ritratte al mare o in montagna. Così fino agli anni Sessanta, quando l&#8217;azienda comprende che, in pieno boom economico, le vacanze al mare stanno diventando un fenomeno di massa e non si lascia sfuggire l&#8217;occasione di reclamizzare i suoi prodotti con un gadget: il mitico pallone da spiaggia, gonfiabile e leggero, ovviamente blu, che ha presenziato sotto gli ombrelloni di tutti i litorali italiani. Oggi, dopo un secolo, la Nivea non accenna ad invecchiare: ogni giorno gli stabilimenti di Amburgo producono 50 tonnellate di crema e, nell&#8217;arco di 24 ore, vengono venduti oltre 100 milioni di pezzi in 200 nazioni del mondo. Sempre nella mitica scatoletta blu.</p>
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		<title>Barbie, e la bambola non sarà più la stessa</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Apr 2011 11:20:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È il 1959 e Ruth Handler, che pochi anni prima aprì un&#8217;azienda di cornici per quadri assieme al marito, si accorge che i giocattoli non rispecchiano la realtà che circonda il bambino. I trenini di legno non assomigliano a quelli veri, gli orsacchiotti hanno delle forme improbabili, per non parlare delle bambole, che hanno sempre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/04/Ruth_Handler-thumb-440x5831.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1299" title="Ruth_Handler-thumb-440x583" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/04/Ruth_Handler-thumb-440x5831-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>È il 1959 e Ruth Handler, che pochi anni prima aprì un&#8217;azienda di cornici per quadri assieme al marito, si accorge che i giocattoli non rispecchiano la realtà che circonda il bambino. I trenini di legno non assomigliano a quelli veri, gli orsacchiotti hanno delle forme improbabili, per non parlare delle bambole, che hanno sempre l&#8217;aspetto delle neonate ma che le bambine, su tutte la figlia della stessa Ruth, mentre gioca gli affida ruoli da donna adulta. Ruth coglie l&#8217;opportunità e comincia subito a studiare un nuovo modello di bambola, vuole creare un prodotto nel quale le bambine e le ragazzine possano proiettare le loro fantasie di adulti, perché tutti &#8211; quando si è piccoli &#8211; si vuole fare le cose da grandi. Ne parla con il marito, che però non sembra troppo convinto, ma lei non demorde. E così, pochi mesi dopo, nasce Barbie. E da allora, la bambola non sarà più la stessa. Viene presentata alla fiera del giocattolo di New York e si preannuncia come un fenomeno commerciale senza precedenti. Barbie, dà inizio a una dinastia pluriennale, fatta di personaggi e parenti. Biondissima (almeno la prima), corpo sinuoso (a volte anche troppo, tanto da attirare le critiche dei benpensanti), Barbie si presenta sempre alla moda, glamour e sorridente. Durante il 1959 ne sono vendute più di 350 mila al prezzo di 3 dollari ciascuna. Tale trionfo si deve in gran parte alla geniale intuizione di Ruth di commercializzare la bambola e, contemporaneamente, un ampio guardaroba fatto di abiti e accessori venduti separatamente. <span id="more-1296"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/04/barbiecomp1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1300" title="barbiecomp" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/04/barbiecomp1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Nel 1961 compare Ken, il fidanzato (Kenneth è il nome del figlio degli Handler); poi alla crescita della famiglia si aggiunge Midge, l’amica, e Skipper, la sorella. Barbie sbarca in Italia nel 1964, anno in cui Ruth decide di sottoporla al primo lifting: il seno acquista un paio di taglie, gli occhi diventano più grandi, compaiono le ciglia e si allungano i capelli fino a toccare le spalle. Nei suoi primi cinquant&#8217;anni è stata la compagna preferita delle bambine di almeno tre generazioni, consolidando i ruoli di genere e i canoni della bellezza di diversi periodi, ha esercitato 108 professioni, da Reginetta del ballo ad astronauta, nel 2004 si è addirittura candidata alla presidenza degli Stati Uniti. Ancora oggi rappresenta il primo esempio di gioco globalizzato: in qualsiasi parte del mondo tu vada, lei resta sempre identica. I bambini possono parlare del loro giocattolo preferito senza bisogno di spiegare ogni volta di che cosa si tratti.</p>
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		<title>Renault 4, anticonformista per vocazione</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Feb 2011 20:49:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/02/r4.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1264" title="r4" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/02/r4-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" /></a>È stata definita l’auto-blue jeans, per suo stile anticonformista e pratico e – proprio come i pantaloni, la Renault 4 ha lasciato un segno nella storia. Presentata a Parigi nel 1961, la cinque porte francese ha venduto, fino al 1993 anno dell’uscita di produzione, oltre otto milioni di esemplari in tutto il mondo, cifra che la mette al primo posto delle auto francesi più vendute davanti a un altro mito, la Citroën 2 CV, con sette milioni di unità.  L’R4 è uno di quei (rari) modelli, come la stessa 2CV, il Maggiolino, la Mini Minor o la Fiat 500, che ha segnato un’epoca e uno stile di vita. La concorrenza, si sa, fa aguzzare l&#8217;ingegno: e la nascita dell&#8217;R4 la si deve proprio all&#8217;incredibile successo che la 2CV stava avendo verso la fine degli anni Cinquanta. Ai progettisti Renault, infatti, l&#8217;indicazione dei vertici aziendali è stata chiara: bisogna  realizzare un&#8217;auto essenziale e anticonformista, pratica e spaziosa, in grado di arginare l&#8217;incredibile successo di vendite della piccola di casa Citroen; “L&#8217;auto blue jeans”, questo il nome scelto per il progetto da Pierre Dreyfus, all&#8217;epoca presidente della Renault. <span id="more-1260"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/02/images.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-1265" title="images" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/02/images.jpeg" alt="" width="275" height="183" /></a>Insomma, il modello – nei pensieri di Dreyfus, deve essere pensato per  una società in piena evoluzione, quindi versatile ed economico e capace di adattarsi a tutti: proprio come il blue jeans, il capo d&#8217;abbigliamento universale per eccellenza, fenomeno di moda per studenti e artisti, indossato indifferentemente da uomini e donne. E così, dopo cinque anni di sviluppi e disegni, l&#8217;R4 viene svelata alla stampa al Salone di Parigi nel 1961. Una piccola station wagon a cinque porte, un miracolo di design e tecnica, primo veicolo a trazione anteriore della Renault, col parabrezza piatto, i vetri dei finestrini scorrevoli, i sedili di tela montati su tubolari d&#8217;acciaio.  Il successo è immediato, prima in Francia e poi all&#8217;estero: è prodotta in ventotto Paesi, dall&#8217;Australia al Cile, dal Sudafrica alle Filippine, e su dieci unità sei sono vendite oltre i confini francesi. Ad appena sei anni dal lancio si supera il traguardo della milionesima auto prodotta.</p>
<p>In cinquant&#8217;anni vengono prodotte quattro serie che non stravolgono mai lo spirito iniziale e che, soprattutto, riescono nell&#8217;impresa di superare la 2CV in termini di vendite.</p>
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		<title>L’invasione delle “vergini”</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Jan 2011 21:07:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
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		<description><![CDATA[Prima dei cd, e poi degli MP3, la musica si ascoltava (e la si portava in giro) con le musicassette, o audiocassette o, più semplicemente, cassette. La data di nascita risale al 1963 ad opera della Philips che le introdusse sul mercato europeo, l’anno seguente su quello americano. La musicassetta fu concepita dai suoi creatori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/01/1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1245" title="1" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/01/1-300x285.jpg" alt="" width="300" height="285" /></a>Prima dei cd, e poi degli MP3, la musica si ascoltava (e la si portava in giro) con le musicassette, o audiocassette o, più semplicemente, cassette. La data di nascita risale al 1963 ad opera della Philips che le introdusse sul mercato europeo, l’anno seguente su quello americano. La musicassetta fu concepita dai suoi creatori come l’adattamento per uso domestico di una tecnologia già nota da tempo e usata in diversi ambiti, ovvero quella del nastro magnetico: una sottile pellicola di plastica rivestita di materiale magnetizzabile, usata per memorizzare dati o tracce audio/video. La vera invasione delle “Compact Cassette”, questo il marchio commerciale, avvenne verso la metà degli anni Settanta, quando il pubblico mostrò di gradire i nastri pre-registrati con incise le canzoni dei musicisti dell’epoca, invece degli ingombranti long playing: come i vinili, anche le piccole cassette avevano un lato A e un lato B. Alcuni mangianastri richiedevano che fosse l’utente a cambiare lato, altri lo facevano automaticamente.I nastri “vergini”, quelli cioè ancora da incidere, avevano una durata variabile, ma i formati più diffusi erano da 45, 60 e 90 minuti. Esistevano anche formati superiori, ma erano più fragili e meno diffusi.  <span id="more-1244"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/01/BYJu84WkKGrHgoH-CcEjlLlzSkuBKgDNEMoMw_35.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1246" title="!BYJu84!!Wk~$(KGrHgoH-CcEjlLlzSkuBKgDNEMoMw~~_35" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/01/BYJu84WkKGrHgoH-CcEjlLlzSkuBKgDNEMoMw_35-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>E così la “play list” personale; che allora si chiamava semplicemente “compilation” o “il meglio di…”, durava lo spazio di una ventina di brani (si incidevano sulle C 90).  Negli anni la qualità del supporto magnetico fu migliorata: se inizialmente i nastri erano trattati con ossido ferrico, in seguito furono sperimentati altri materiali, come diossido di cromo, magnetite, cobalto e infine un composto metallico che prese il nome commerciale di Metafine. Per proteggere i dati registrati, questi supporti furono dotati nella parte superiore di due cavità. Se tali piccoli buchi venivano coperti o ostruiti il nastro tornava ad essere nuovamente registrabile, ma dopo diverse sovrascritture la qualità del suono andava scemando. Ora si sorride pensando a questi strani supporti analogici ad avanzamento sequenziale, in cui l’audio era disturbato dal rumore di fondo e il cui nastro di tanto in tanto si impigliava nel lettore e doveva essere liberato e riavvolto con una matita. Ma chi ha qualche anno in più non potrà non provare un attimo di nostalgia ricordando i pomeriggi trascorsi a registrare compilation da regalare agli amici o, meglio ancora, dedicare alla fidanzata.</p>
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