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	<title>Retrovisore &#124; un sito di Luca Pollini &#187; Anni Sessanta</title>
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		<title>Quei &#8220;reportage sociali&#8221; degli anni Cinquanta</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 08:55:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/Anita-Ekberg-usa-un-arco-contro-i-paparazzi2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1171" title="Anita Ekberg affronta i paparazzi armata di arco e frecce" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/Anita-Ekberg-usa-un-arco-contro-i-paparazzi2-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Quella che oggi chiamano, in maniera dispregiativa, “fotografia scandalistica”, intorno  alla fine degli anni Cinquanta, era “fotografia d’assalto”. In quel periodo, per la prima volta, personaggi dello spettacolo (solo del cinema, quelli della tv non sono considerati) e vip (teste coronate e nobili borghesi, nessun politico) vengono immortalati contro la loro volontà, in pose tutt’altro che “studiate”, con visi ed espressioni che rivelavano la vera identità – e, soprattutto la “vera” bellezza – del personaggio. Una cosa, però, va subito precisata: che invece di banali baci, effusioni, seni gonfi e lifting cadente come accade oggi sempre più spesso, le immagini scattate in quegli anni, soprattutto a Roma durante le “notti movimentate” in via Veneto, sono veri e propri reportage sociali sulla vita notturna.  A Riccione, nei locali di Villa Mussolini in viale Milano, è stata allestita <em>Gli anni della Dolce Vita</em>, mostra fotografica che, a cinquant’anni dall’uscita del capolavoro di Federico Fellini, rende omaggio al film e allo stesso tempo, grazie al supporto di oltre 150 istantanee, ricostruisce quel clima e quelle sensazioni particolari che regnavano nella capitale alla fine degli anni Cinquanta, quegli gli stessi luoghi e sensazioni che servirono di ispirazione al regista riminese.</p>
<p><span id="more-1166"></span></p>
<p><div id="attachment_1172" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/taylor-burton-bacio-1600x12001.jpg"><img class="size-medium wp-image-1172" title="taylor burton bacio [1600x1200]" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/taylor-burton-bacio-1600x12001-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Bacio appassionato tra Liz Taylor e Richard Burton</p></div>Tra i protagonisti di quel periodo, oltre ad attori, registi, nobili e playboy, ci sono proprio i fotografi, o meglio: i paparazzi. Marcello Geppetti è uno di loro, sue sono le foto esposte, in larga parte poco conosciute in Italia, perché prevalentemente pubblicate rotocalchi e magazine stranieri. In quegli anni in bianco e nero il “paparazzo” Marcello Geppetti è uno dei protagonisti più importanti: girava con lo scooter e il flash al collo a caccia di attori e di attrici, prediligendo i luoghi dove questi andavano a mangiare o a divertirsi. Roma si rivela un set a cielo aperto; per le strade della Capitale circolano le star internazionali e Geppetti scatta foto che faranno epoca, come il primo nudo di Brigitte Bardot; o quella di Alberto Sordi davanti ad un piatto di spaghetti fumante al famoso ristorante romano Meo Patacca; oppure il re di tutti i cowboys cinematografici, John Wayne che si attacca ad una bottiglia di vino nostrano a piazza Esedra; la chic Audrey Hepburn in cappottino e occhiali scuri che fa la spesa dal panettiere e dall’ortolano; un bacio appassionato a bordo di un motoscafo tra Liz Taylor e Richard Burton; c’è persino Michelangelo Antonioni, sempre un po’ restio a farsi fotografare, immortalato durante uno dei suoi pranzi romantici con la sua musa di allora, la meravigliosa Monica Vitti.</p>
<p>Assieme alle immagini rubate per le strade e nei locali notturni romani di Geppetti, a Villa Mussolini sono esposte anche fotografie di Arturo Zavattini, scattate nei momenti di pausa del set de <em>La Dolce Vita</em>, immagini quasi del tutto inedite perché gelosamente conservate sino ad oggi dal suo autore nel proprio archivio privato.</p>
<p>La mostra, aperta fino al 12 settembre, tutti i giorni dalle 18 alle 23 (ingresso 3 euro) ha un forte valore documentaristico, grazie a splendide fotografie che testimoniano la grandezza di un periodo fondamentale per la nostra storia.</p>
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		<title>Totocalcio, nascita e morte del sogno consumista</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 15:41:42 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/Totocalcio1951.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1155" title="Totocalcio1951" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/Totocalcio1951-211x300.jpg" alt="" width="211" height="300" /></a>È stata la compagna della domenica preferita dagli italiani: raramente baciata o accarezzata, quasi sempre strapazzata, insultata o fatta a pezzi. Ma tant’è, la settimana dopo si voleva ancora passare la domenica in sua compagnia. La schedina del Totocalcio ha accompagnato l’Italia e gli italiani alla rinascita, a sogni milionari: un azzardo innocuo che negli anni Cinquanta infiamma un popolo distrutto dalla guerra ma pronto a scommettere. Così, in pochi anni, la crescita del montepremi cresce rapidamente, quasi come l’industria, il reddito medio e le strade. Il Totocalcio diventa una sorta di emblema del miracolo economico di un Paese ferito a pronto a rialzarsi. È il 1946, l’anno del referendum “monarchia-repubblica”. L’Italia si lecca le ferite di una lunga guerra: circolano pochissime automobili, la maggior parte viaggia in treno, stipati in carrozze di terza classe, e non sono pochi quelli che non sanno se, a fine giornata, riescono a cenare. Senza quella povertà non si capirebbe l’imminente trionfo del nuovo gioco popolare creato da un giornalista, Massimo Della Pergola, aiutato da due suoi colleghi, Fabio Jegher e Geo Molo, inventano “la schedina Sisal”, concorso a premi legato al campionato di calcio che, tra mille difficoltà logistiche, si apprestava a ricominciare con la serie A divisa in due gironi, uno al Nord, l’altro al Sud. <span id="more-1152"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/4950totocalcio.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1156" title="4950totocalcio" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/4950totocalcio-261x300.jpg" alt="" width="261" height="300" /></a>Della Pergola, triestino, dieci anni prima viene licenziato in tronco dal <em>Popolo di Trieste</em> perché di origine ebrea. Rientrato dalla Svizzera, dove si è rifugiato, dopo la Liberazione arriva a Milano. Fonda assieme ai colleghi Jegher e Molo la Sisal, società con un capitale sociale di 300 mila lire, s’inventa la schedina e il concorso a premi (in denaro) legato al campionato di calcio: l’obiettivo è indovinare se in ciascuna delle dodici partite della serie A vincerà la squadra di casa (1), quella ospite (2) oppure sarà pareggio (X). Scrive anche lo slogan con il quale pubblicizza il concorso: «Tentate la fortuna al prezzo di un vermouth»: trenta lire, infatti, è la puntata minima per giocare una colonna. La prima schedina è legata alle partite del 5 maggio 1946: nei bar ne vengono distribuite 5 milioni, quelle giocate sono 34.423 (per sbarazzarsi di quella montagna di carta alla Sisal decidono di distribuire quelle inutilizzate ai barbieri che le usano per pulire i rasoi), l’incasso non arriva a 2 milioni di lire e il montepremi non è di quelli che cambiano la vita: 463.146 lire, che va tutto a Emilio Biasetti, impiegato di Milano, l’unico che indovina la colonna vincente. Ma la febbre del gioco, è risaputo, ha una sua forza autonoma: così, di domenica in domenica, il montepremi cresce. I primi milionari arrivano già all&#8217;ottavo concorso: un disoccupato di Genova e una casalinga di Bologna intascano 1.696.000 lire a testa. Ma il primo a cambiar vita per davvero è Pietro Aleotti, da Treviso che nella primavera del 1947 vince 64 milioni: non si è nemmeno accorto di aver fatto 12, però ha messo il suo nome nella casella dietro la schedina dove, nello spazio professione, ha scritto “artigiano del legno” perché costruisce bare.</p>
<p>In due stagioni la Sisal triplica gli incassi, conquista l’attenzione degli italiani e anche quella dello Stato. All’inizio, prima di andare dal notaio e creare la sua società, Della Pergola cerca di vendere la sua idea al Coni che, però, non ha mai creduto che quella semplice colonna a quadretti dove scrivere 1 X 2 possa produrre soldi da investire nella ricostruzione degli impianti sportivi bombardati. Ora però le cose sono cambiate, le schedine della Sisal sono diventate famose quanto il gioco del Lotto, nei bar la domenica non si parla che di quello e, soprattutto, il montepremi è notevole e fa gola allo Stato: e così, con un decreto, nel 1948 il presidente Luigi Einaudi nazionalizza la schedina, che da questo momento cresce di un pronostico – per vincere bisogna fare tredici – e si chiama semplicemente Totocalcio. Il Coni, da questo momento in poi, incassa un terzo delle giocate, un terzo lo prende l’erario, quello che resta va ai vincitori e, per pagare la trasferta olimpica di Londra, il costo della colonna sale a 50 lire. La prima schedina del Totocalcio “statale” è del 19 settembre 1948. Dalla stagione 1951-52 viene introdotta la doppia colonna che porta la giocata minima a 100 lire; sempre lo stesso anno un provvedimento legislativo contribuisce alla maggiore diffusione del gioco: la legge sull’Imposta Unica (22 dicembre 1951, n.1379) stabilisce che i premi vinti siano al netto delle ritenute. E Della Pergola? Protesta, chiede l’indennizzo e intenta causa allo Stato, al ministero dello Sport, al Coni… Avvocati, carte bollate, udienze, giudici, avanti e indietro per anni dalle stanze dei tribunali: una causa infinita che non porta a niente. E così, nel 1954, si convince che vincere una causa contro lo Stato è un’impresa improba e, dopo aver gestito, sempre attraverso la Sisal, il Totip, concorso-pronostico sulle corse dei cavalli sempre con formula con 1 X 2, nel 1954 torna a tempo pieno al giornalismo. È assunto dalla <em>Gazzetta dello Sport</em>, allora diretta da Bruno Roghi, con la qualifica di caporedattore responsabile del calcio.</p>
<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/00f3e32f2.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-1161" title="00f3e32f" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/00f3e32f2.gif" alt="" width="240" height="200" /></a>Negli anni Cinquanta i milionari della domenica diventano un fenomeno di costume, tanto che se ne occupano i rotocalchi: vengono realizzati servizi su gente comune che, grazie alla schedina, diventa famosa perché il Totocalcio gli ha cambiato la vita. Tra questi c’è Giovanni Mannu, minatore sardo, che ha realizzato un tredici da 77 milioni, ripreso mentre entra nel palazzo degli uffici del Totocalcio di Roma con le braccia al cielo come se stesse tagliando un traguardo. Diventa famoso anche il ferroviere Giovanni Cappello che, davanti alla cinepresa, fa frusciare i pacchi di banconote da 10 mila lire formato “lenzuolo”. Copertina anche per la signora Giovanna Taro, prima donna “milionaria”, che grazie ad aver previsto la sconfitta dell’Inter a Catania, contro il parere del figlio e del marito, incassa 60 milioni dell’unico tredici di quella domenica. A superare il tetto della vincita a nove cifre è una coppia di amici, Luigi Piacenza e Renzo Pinferri di Prato, che il 25 ottobre 1953 incassano 104 milioni. Anche loro, come Mannu, Cappello e la signora Taro, vengono travolti dall&#8217;improvvisa ricchezza e soffocati dall’abbraccio di amici e parenti. Un affetto improvviso e non sempre sincero, e per questo motivo, oltre che per sfuggire all’esattore delle tasse, i vincitori cominciano a diventare anonimi e aggirano l&#8217;obbligo di pagamento nominale della vincita affidando la riscossione ad avvocati, notai e banche. I sogni da realizzare? Sono uguali per tutti: una nuova cucina, l’automobile, la licenza del negozio e l’aiutino ai parenti. La beneficenza non è ancora di moda. Nel 1977 si supera il muro del miliardo di lire: al concorso numero 19, il 31 dicembre, l’unico tredici si porta a casa un miliardo e 185 mila lire. Il fortunato tredicista, però, finisce male: lascia il lavoro da impiegato e prova a inventarsi imprenditore. Fallisce pochi anni dopo travolto dai debiti, è abbandonato dalla moglie e muore travolto da un treno. La schedina diventa ben presto uno degli emblemi del sogno consumista. Ogni domenica, infatti, tutti possono cambiare la vita; la ricchezza del montepremi si moltiplica di anno in anno, attirando sempre nuovi giocatori, anche chi di calcio non ne capisce nulla, uomini e donne, anziani e bambini. Negli anni Ottanta e Novanta il Totocalcio distribuisce fino a mille miliardi di lire ogni stagione. L’anno dei record è il 1993: la vincita più alta in assoluto è quella del 7 novembre, concorso n. 13, quando tre schedine con un 13 e cinque 12 &#8211; giocate a Crema, Patti Marina (Messina) e in un autogrill sull’autostrada Napoli-Salerno &#8211; regalano ai loro possessori 5.549.756.245 lire; pochi mesi più tardi si ha il montepremi più ricco: il 5 dicembre ai giocatori vengono distribuiti la bellezza di 34.475.852.492 di lire.</p>
<p>E il declino, forse, comincia proprio da lì, da quei superpremi. Le cause sono tante: la moltiplicazione dei concorsi (sull’onda del successo nascono il Totogol e l’Intertoto), i montepremi astronomici del Superenalotto, la legalizzazione delle scommesse, i gratta e vinci, l’immensità del tavolo da gioco di internet. Il 24 agosto 2003 è la “domenica nera” del Totocalcio, il premio più basso della sua storia: ai quasi cinquantacinquemila “14” (dal campionato 2003 il gioco è infatti passato da 13 a 14 partite) due euro di premio ciascuno. Certo, era una domenica molto particolare, c’era stato lo sciopero del calcio, i risultati decisi a tavolino. Eppure quel risultato è suonato come la campana dell’ultimo. E oggi gli adolescenti, anche quelli più patiti di pallone, sanno a malapena cosa sia quell’antonomasia che affiora nel linguaggio degli adulti «Ma che, hai vinto al Totocalcio?».</p>
<p>(Scritto per Focus Storia, settembre 2010)</p>
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		<title>Scandalo a 45 giri</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 13:15:27 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/07/images.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-1102" title="images" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/07/images.jpeg" alt="" width="130" height="130" /></a>Il 29 maggio del 1969 è una data storica per la canzone: viene pubblicato <em>Je t&#8217;aime… moi non plus</em>, brano scritto da Serge Gainsbourg e cantato assieme alla sua compagna Jane Birkin. Da quel giorno &#8211; spiazzando la cultura degli struggimenti da cuore infranto e il senso cattolico del peccato &#8211; il coito, non più alluso o metaforizzato, fa il suo esordio discografico; prima di allora la musica non ha mai parlato esplicitamente di sesso. Ma non solo: anche la donna, finalmente, reclama la sua parte di piacere. La canzone ha suscitato parecchio scandalo &#8211; e altrettanto successo &#8211; grazie ai gemiti della Birkin, a commento del testo abbastanza esplicito che alterna parole d’amore e descrizione di corpi nudi nel bel mezzo di un rapporto: solo in Italia vengono venduti 37 milioni di 45 giri, che sarebbero stati molti di più se il disco non fosse stato sequestrato appena tre mesi dopo la sua uscita. La musica è malinconica e romantica, con un sinuoso, avvolgente e orecchiabilissimo riff d’organo che lascia a mano a mano il campo alle due voci: che all’inizio cantano e recitano affettuosità e dichiarazioni di amore, ma poi prendono sopravvento gemiti, sospiri ritmati fino all’orgasmo finale, con lui che intima con voce calda e roca «<em>Viens…</em>». Fu probabilmente questo a turbare il sonno dei censori. Ma nelle feste casalinghe dei sedicenni di allora, finiva sempre per saltare fuori il 45 giri proibito, magari sottratto alla discoteca d’un fratello maggiore e messo sul giradischi. <span id="more-1100"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/07/jane-birkin-20070529-2629381.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1103" title="jane-birkin-20070529-262938" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/07/jane-birkin-20070529-2629381-204x300.jpg" alt="" width="204" height="300" /></a>La leggenda vuole che il disco sarebbe la fedele registrazione di Serge e Jane mentre &#8220;lo fanno&#8221; davvero. In effetti l’estremo realismo degli interpreti autorizza questo pensiero, che però la Birkin ha sempre smentito: «In sala d’incisione, per tutta la durata della canzone, Serge mi faceva segno per indicarmi i punti in cui dovevo sospirare più forte o più piano. Era preoccupato soprattutto dal fatto che io fossi o meno capace di prendere le note più alte».  Da sottolineare il fatto che la Birkin è stata una sorta di “seconda scelta”. <em>Je t’aime</em>, infatti, è stata scritta da Gainsbourg qualche anno prima, nel 1967, per Brigitte Bardot, con cui aveva un’altalenante relazione. Era il lato B del 45 giri con il brano <em>Bonnie &amp; Clyde</em>. La Bardot le incise, entusiasta, entrambe; ma poi pensò che forse non era il caso di pubblicare anche la seconda perché all&#8217;epoca era sposata con l&#8217;uomo d&#8217;affari tedesco Gunter Sachs. La canzone, quindi, rimase inedita fino all’incontro con la Birkin avvenuto due anni dopo. La Bardot, comunque, si riprese la canzone incidendola da sola nel 1986, quando però &#8211; di quel brano &#8211; non faceva scandalo quasi nulla.</p>
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		<title>Arriva il Moplen e l&#8217;Italia si colora</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 07:34:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Un’invenzione da nome difficile, polipropilene, diventa simbolo di un’Italia in movimento: sospesa tra la povertà del passato e la voglia di futuro. È l’11 marzo del 1954 quando Giulio Natta, futuro premio Nobel per la chimica (nel 1963) scrive sulla sua agenda: «Fatto il polipropilene». Il nuovo prodotto, che in seguito sarebbe stato chiamato Moplen, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/07/528.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1096" title="528" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/07/528-300x246.jpg" alt="" width="300" height="246" /></a>Un’invenzione da nome difficile, <em>polipropilene</em>, diventa simbolo di un’Italia in movimento: sospesa tra la povertà del passato e la voglia di futuro. È l’11 marzo del 1954 quando Giulio Natta, futuro premio Nobel per la chimica (nel 1963) scrive sulla sua agenda: «Fatto il polipropilene». Il nuovo prodotto, che in seguito sarebbe stato chiamato Moplen, serve a fare di tutto: stoviglie, componenti per le auto, bacinelle per l’acquaio, giocattoli, divertente, tanto che a fare da testimoniale è stato scelto un comico: Gino Bramieri. E, soprattutto, colora la vita degli italiani in quelli che sono stati chiamati, grazie appunto a questa invenzione, gli “anni di plastica”. Anni importanti, in cui cominciano le trasmissioni televisive, si modificano anche ruoli tradizionalmente immutabili, come il lavoro delle donne, nasceva il weekend e, per la prima e unica volta (se si esclude l’Olivetti) grazie al Moplen l’Italia è all’avanguardia mondiale in una tecnologia innovativa. <span id="more-1095"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/07/moplen.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1097" title="moplen" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/07/moplen.jpg" alt="" width="190" height="188" /></a>La scoperta è possibile grazie ai finanziamenti della Montecatini guidata da Piero Giustiniani, manager appassionato di ricerca, che capisce al volo come quella nuova materia avrebbe sostituito in centinaia di applicazioni legno, vetro, acciaio, bachelite. E così, con un tempismo incredibile, pochi anni dopo la scoperta a Ferrara è inaugurato il primo impianto per la produzione di polipropilene che l’anno successivo, nel 1958, produce le prime 10 mila tonnellate. Il Moplen si è affermato in tutto il mondo con una serie di prodotti che hanno cambiato la nostra vita quotidiana e ancora oggi, a distanza di oltre cinquant’anni dalla sua nascita, continua a essere protagonista: visto che le tonnellate prodotte quest’anno sono la bellezza di 61 milioni. Chi è morta invece è la Montecatini, diventata via via Montedison e Hi-Mont, a causa delle peripezie vissute della chimica italiana, che aveva buoni prodotti, ottima tecnologia ma troppi manager inadeguati capaci solo di delapidare un grande patrimonio industriale. Oggi il marchio Moplen è di proprietà della Basell che ha ereditato tutti gli stabilimenti Montecatini, anche quello dove di Ferrara dove Natta lavorava e dove è nato il “nipote” del polipropilene: si chiama Cataloy, ed è la plastica del futuro perché più flessibile e resistente dello stesso Moplen.</p>
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		<title>Cento candeline per l&#8217;Alfa</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 19:33:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/06/alfa1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1092" title="alfa1" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/06/alfa1-300x218.jpg" alt="" width="300" height="218" /></a>È il 24 giugno del 1910 quando nasce L’Alfa (Anonima Lombarda Fabbrica Automobili): la sede è a Milano e a guidarla sono un gruppo di imprenditori che rilevano la filiale italiana della francese Darracq. La prima vettura che esce dallo stabilimento al Portello, in zona Fiera, è la 24 HP: il motore, di 4084 cm3 di 42 CV, permette di superare i 100 chilometri l&#8217;ora, velocità notevole per l&#8217;epoca. La sportività, d’altra parte, è una caratteristica che accompagnerà, per cento anni, quasi tutti i modelli della casa del biscione. Pochi anni più tardi, con lo scoppio della guerra, l’azienda versa in gravi difficoltà economiche: a salvarla è l’ingegnere Nicola Romeo, che unisce il proprio nome al marchio. E la prima auto con lo stemma “Alfa Romeo” è del 1930: si chiama Torpedo che un giovane pilota, Enzo Ferrari (sì, proprio lui) porta al secondo posto alla Targa Florio.  Le corse sono state sempre una grande vetrina per l’Alfa  Romeo, tanto che negli anni Cinquanta, per lanciare la 1900 Sprint viene coniato lo slogan “la macchina da famiglia che vince le corse”.</p>
<p><span id="more-1091"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/06/alfa_11.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1093" title="alfa_11" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/06/alfa_11-300x167.jpg" alt="" width="300" height="167" /></a>Nel 1966 è la volta della Spider Duetto diventata famosa anche negli Stati Uniti con il film <em>Il Laureato</em> (proprio negli Usa, fino ai primi anni Novanta, è commercializzata una versione speciale chiamata &#8220;Graduate&#8221;: &#8220;Laureato&#8221;, appunto). Agli inizi degli anni Settanta l&#8217;Azienda si scontra con nuovi problemi esterni: crisi energetica, proteste del Sessantotto, inflazione a due cifre fanno diminuire le vendite. L’ Alfa Romeo presenta comunque nuovi modelli: l’Alfetta, berlina vendutissima, e l’Alfasud, prima trazione anteriore dell’azienda, costruita in provincia di Avellino. Il decennio successivo, nonostante alcuni modelli di successo come la 164 e la 33; e clamorosi flop (l’Arna, nata da una joint venture con la Nissan, una delle auto più brutte mai costruite) l’Alfa Romeo è sull’orlo del fallimento e viene acquistata dalla Fiat. Per gli “alfisti” purosangue è la fine di un mito. I primi modelli del Biscione made in Torino sono le 155, 145, 156; 147 che hanno alterne fortune. Cento anni dopo, Alfa Romeo è ancora un simbolo di sportività e eccellenza tecnica. L’affascinante Brera, l’intrigante MiTo e la nuova Giulietta dimostrano che la creatività del marchio è più viva che mai.</p>
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		<title>Quell&#8217;estate a seno nudo</title>
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		<pubDate>Mon, 17 May 2010 08:33:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/05/TL641001.JPG.jpeg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1077" title="TL641001.JPG" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/05/TL641001.JPG-155x300.jpg" alt="" width="155" height="300" /></a>In spiaggia, la prima pancia nuda di una donna appare nel 1940: il costume si chiama <em>Self Ra</em>: è un pantaloncino accompagnato da un super-reggiseno che &#8220;tira su&#8221; e copre le forme con “poco scandalo”. Negli anni Cinquanta scompare l’effetto pantaloncino: si abbassa la mutandina e il reggiseno si scolla di più. Nel 1960 è Raquel Welch a fare scalpore: la mutandina si riduce ancora di più (ai fianchi solo una stringa) e i due seni sono coperti da semplici coppe, unite anche loro da una stringa. Manca poco al gran salto. Il Paese che ha scoperto per la prima volta il seno femminile è forse il più puritano di tutti. È il 3 giugno del 1965 quando una bionda modella americana diciannovenne, Toni Lee Shelley,  si presenta su una spiaggia del Michigan vicino a Chicago, indossando sotto l’accappatoio un costume nero ascellare privo del reggiseno, sostenuto da due bretelline filiformi: il costume è opera dello stilista californiano Rudi Gernreich. Quando esce dall’acqua  trova non solo una frotta di fotografi, ma anche due agenti (nella foto dell&#8217;arresto) che l’accusano per  atti osceni in luogo pubblico. Da sottolineare il fatto che le foto del modello di costume dello stilista Gernreich, vennero rifiutate pochi giorni prima dal settimanale <em>Life</em>: «Il nostro è un giornale per famiglie, mica pornografico!» disse il direttore dell’epoca. Poi è la volta di Jane Fonda che nel 1966 ostenta un topless disinvolto in un bagno in piscina nella sua villa, e da allora tutto è cambiato.<span id="more-1076"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/05/cron_6567392_21390.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1079" title="cron_6567392_21390" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/05/cron_6567392_21390.jpg" alt="" width="200" height="208" /></a>Nei negozi americani topless non vanno molto, c&#8217;è ancora molta timidezza da parte delle donne. Le vendite vanno molto meglio in Europa: a Londra lo vendono in due grandi magazzini a Oxford Street, a Parigi è arrivato sui banconi di Printemps. Ed è proprio in Francia che – nel 1967 – viene sdoganato ufficialmente: grazie a Brigitte Bardot, che sulla spiaggia di Saint Tropez dell’Hotel Byblos, viene immortalata a seno nudo. L’immagine viene pubblicata su tutti i giornali d’Europa, nessuno storce il naso.</p>
<p>Da allora, forse proprio grazie a BB, a esibire il seno nudo non sono solo le modelle o le ragazze da calendario. Il seno nudo, infatti, diventa &#8220;alla portata di tutti&#8221;, indipendentemente dalla classe sociale, dall’avvenenza e dall’età. I sociologi lo indicano come una sorta di affermazione di indipendenza e di libertà da parte delle donne. C’è il seno nudo degli hippie, quello di rock di Woodstock, quelli nobili di Jaqueline Onassis Kennedy esibito su un’isola greca o di Carolina di Monaco, e quello puramente femminista – dopo che le militanti bruciano i reggiseni davanti all’Hotel dove si svolge il concorso per Miss America. Ed è proprio di una miss il primo topless italiano: a esibirlo è Annie Papa che, nel 1976, è cacciata dal concorso perché sorpresa a seno nudo in spiaggia. E sempre nell’epoca pre-silicone i benpensanti si scatenano, i pretori si esercitano in una censura virtuosa, i sindaci fanno gli straordinari: fioccano arresti, multe, pubbliche ordinanze. Nell’82 a Pantelleria il Sindaco vieta il nudismo e depreca le donne che, si legge nell&#8217;ordinanza, poco politically-corret «il più delle volte espongono al sole seni che invece sono stomachevoli escrescenze carnose flaccide e bislunghe».</p>
<p>Poi, con il passare degli anni, il costume si adegua al comune senso del pudore. Fino ad oggi che – non è detto – che se si è più coperte non siano anche più volgari.</p>
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		<title>Sanremo, da sessant&#8217;anni specchio d&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 15:08:19 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/50-Nilla-Pizzi.gif"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-998" title="50 Nilla Pizzi" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/50-Nilla-Pizzi-150x150.gif" alt="" width="150" height="150" /></a>Sanremo è il “grande evento” necessario e prestigioso, che riassume le trasformazioni del nostro Paese, le sue inerzie, le sue sedimentazioni culturali, sociali e politiche. In Italia la musica leggera è un bene di consumo popolare che, come pochi altri, riflette l’immagine che una società vuol dare di sé. E per questo motivo che il Festival si è trasformato rapidamente nello &#8221; specchio dell&#8217;Italia&#8221;. Ogni anno dal suo palcoscenico si capisce lo stato del Paese, sotto tutti i punti di vista: sociale, politico, economico. Le coordinate le offrono le canzoni, i presentatori, le vallette, gli ospiti, l’arredamento, i vestiti. Tutto.<span id="more-997"></span></p>
<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/50-Modugno.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-999" title="50 Modugno" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/50-Modugno-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><strong>Anni Cinquanta &#8211; GLI INIZI <span style="font-weight: normal;">Nei primi anni Cinquanta, quando il Paese sta ancora cercando di rialzarsi dalla Guerra, la canzone italiana vive uno dei suoi momenti difficili: la maggioranza della popolazione, che ancora parla solo dialetto, non comprende a fondo i significati dei testi delle canzoni e, dall’estero, arrivano i ritmi latino-americani, balli come la rumba e la samba invadono le balere e fanno concorrenza ai nostri balli lisci. Durante l’estate del 1950, in una Sanremo ancora mal ridotta dalla guerra, s’incontrano Pier Bussetti, gestore del Casinò, e Giulio Razzi, maestro dell’Orchestra della Rai. I due hanno la passione per la canzone italiana e decidono di organizzare, subito dopo le feste natalizie, un festival dove presentare canzoni inedite. E così, il 29 gennaio 1951, si svolge la prima edizione del Festival di Sanremo. A presentarlo è Nunzio Filogamo, che saluta il pubblico radiofonico (la radio trasmette in diretta la manifestazione, la tv ancora non c’è) con una frase che diventa proverbiale: «Cari amici vicini e lontani, buonasera». Questa edizione la vince Nilla Pizzi con <em>Grazie dei fior</em>. Il disco vende oltre 36.000 copie, la gente fischietta le canzoni proposte, i cantanti diventano famosi. Il Festival ha riscontrato un successo sopra alle più rosee previsioni e così l’anno dopo si replica: vince ancora Nilla Pizzi con <em>Vola colomba</em> (che diventa la Regina del Festival), che si trasforma in canzone simbolo tra gli emigranti che vanno a cercare fortuna oltre oceano. Si registra già il primo “scandalo”: il testo della canzone <em>Papaveri e papere</em> è considerato offensivo verso la classe politica, considerata “troppo alta e intoccabile” dalla gente comune, i paperi. Se Nilla Pizzi è la Regina, Claudio Villa, vincitore a 29 anni, è il Reuccio, ma il vero personaggio simbolo del decennio è Domenico Modugno che si aggiudica due edizioni consecutive con brani che diventano pietre miliari della storia della nostra canzone: <em>Nel blu dipinto di blu</em> (passata alla storia come <em>Volare</em>) salutata con ovazione e sventolio di fazzoletti dalla platea, e <em>Piove</em> (famosa come <em>Ciao ciao bambina…</em>). Modugno sul palco spalanca le braccia e invita tutti a “volare”: la gente lo segue e l’Italia della canzone cambia; soprattutto perché sono cominciate le trasmissioni televisive (1954) e il Festival, oltre che ascoltare, ora si di può anche guardare. Comincia così la lenta trasformazione dei cantanti in divi.</span></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/60-Tenco-copia.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1002" title="60 Tenco copia" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/60-Tenco-copia-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Anni Sessanta &#8211; IL BOOM <span style="font-weight: normal;">Il boom della canzone italiana coincide con quello economico. E Sanremo è il maggior artefice. Sul suo palcoscenico passano tutti i big, perché se vuoi avere successo, il Festival diventa una tappa obbligata: sia per i cantanti sia per i presentatori (debuttano Mike Bongiorno e Pippo Baudo), perché la kermesse canora è diventata uno dei principali avvenimenti televisivi dell’anno. Da registrare la vittoria di Tony Dallara con <em>Romantica</em>, il crollo nervoso del superfavorito Domenico Modugno (non si presenta sul palco la serata finale) e il debutto di cantanti del calibro di Mina, Lucio Dalla, Adriano Celentano (che sta facendo il servizio militare a Torino e, per poter presenziare, gli viene concessa una licenza: la sua interpretazione di <em>24.000 baci</em> fa scandalo perché, cantando, dà le spalle al pubblico), Ornella Vanoni. Mina, è la cantante più amata, sta mietendo successi ma a Sanremo non è più invitata a partecipare perché aspetta il figlio da un uomo col quale non è sposata. Come contraltare arriva Gigliola Cinquetti che a 16 anni, nel 1964, vince con <em>Non ho l’età</em>, inno dell’innocenza; seguita, l’anno successivo da una specie di “Elvis de noantri”, Bobby Solo. Sanremo, s’è detto, lo specchio d’Italia: e allora ecco che sul palco salgono esponenti beat (Caterina Caselli) capelloni (Equipe 84, Rokes), cantautori (Lucio Dalla, Gino Paoli, Lucio Battisti) e contestatori (Antoine, Giganti), ma a vincere sono sempre le “solite” canzoni dalle rime «cuore/amore»: Domenico Modugno, Iva Zanicchi, Claudio Villa, Gigliola Cinquetti; musica che – osannata dal pubblico e da parte della critica – fa compiere a Luigi Tenco un gesto estremo. Nel 1967 il suo brano <em>Ciao amore, ciao</em> non è ammesso alla finale, si classifica al dodicesimo posto nel voto popolare. Il cantante torna in albergo, l’Hotel Savoy, si chiude nella sua stanza, la 219, e scrive un biglietto: «Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt&#8217;altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda <em>Io tu e le rose</em> in finale e a una commissione che seleziona <em>La rivoluzione</em>. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi » e si spara un colpo di pistola alla tempia.</span></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/70-Anna-Oxa.jpeg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1003" title="70 Anna Oxa" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/70-Anna-Oxa-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Anni Settanta &#8211; IL DECLINO <span style="font-weight: normal;">Gli anni di piombo, la controcultura, la contestazione giovanile si fa sentire anche al Festival che, per quasi tutto il decennio, non riesce più a suscitare l’interesse del pubblico, dei media e viene snobbato persino dalla tv. I Settanta sono gli anni del boom dei cantautori (De Gregori, Venditti, Vecchioni, Finardi, Bennato) che se ne guardano bene di avvicinarsi – nemmeno per sbaglio – alla kermesse sanremese. Il decennio si apre con la vittoria di Celentano che, in coppia con la moglie Claudia Mori, presenta una canzone in tema a quegli anni di protesta,<em> Chi non lavora non fa l’amore</em>. Quello del 1971, vinto a sorpresa da Nada (debuttante l’anno precedente a soli 15 anni) con <em>Il cuore è uno zingaro</em>, è l’ultimo dei Festival di un certo spessore, ed è anche quello che registra il maggior numero di telespettatori: 26 milioni e 300 mila. L’Italia sta vivendo un momento delicato: si spara per le strade, scoppiano bombe, la violenza sta dilagando e le canzoni di Sanremo, sempre zeppe di rime «cuore/amore», sono decisamente fuori tema. Nonostante venga cambiata la sede, dal Casinò ci si trasferisce all’Ariston il tempo sembra si sia fermato: i vincitori sono sempre i soliti noti, Iva Zanicchi, Nicola Di Bari, Peppino Di Capri. Il fondo viene toccato nel 1975 quando alla gara partecipano solo debuttanti: vince la venticinquenne Gilda, al secolo Rosangela Scalabrino, nata a Masserano in provincia di Vercelli. Gilda prova a partecipare l’anno prima – con la stessa canzone, La ragazza del Sud – ma viene eliminata alle selezioni; ci riprova nel 1975 e non solo passala selezione, ma vince. Le vendite dei dischi del Festival andarono malissimo: in tutto furono vendute solo 45.000 copie. L’anno dopo si fa una rapida retromarcia e si torna all’antico, ma inutilmente: il Festival ha perso lo smalto di un tempo. Solo verso la fine del decennio, sul palcoscenico si nota qualcosa di interessante: Anna Oxa, Rino Gaetano.</span></strong></p>
<p><strong>Anni Ottanta &#8211; LA RINASCITA <span style="font-weight: normal;">L’Italia esce stremata dagli anni Settanta, decennio “di piombo”, e comincia gli Ottanta con la voglia di cambiare passo.  Sono gli anni “della Milano da bere”, dell’edonismo esasperato e del disimpegno, della “leggerezza”, in contrapposizione alla “pesantezza” dei Settanta: largo, quindi, all’evasione e al non-sense; porte chiuse, invece, all’impegno e alle ideologie. Anche Sanremo esce dal buio: il ritorno dei big della canzone, ospiti stranieri di grosso calibro fanno sì che la manifestazione torni a imporsi come evento importante seguito dal grande pubblico. A parte il gioco di squadra della Baby Record, piccola ma aggressiva casa discografica che investe decine di milioni di lire in schedine Totip pur di far prevalere i suoi cantanti (e ci riesce con Ricchi e Poveri, Al Bano e Romina Power e Toto Cutugno), sul palco torna a prevalere la qualità. Vincono Alice, Eros Ramazzotti, il trio – un po’ ruffiano a dir la verità -  Morandi-Ruggeri-Tozzi, la coppia  &#8211; ruffiani anche loro ma bravissimi &#8211; Anna Oxa-Fausto Leali; e si fanno notare – sia per la canzone sia per l’interpretazione &#8211; Fiorella Mannoia, Vasco Rossi, Zucchero, Mia Martini, gli Stadio, Raf, Jovanotti, Rossana Casale, Ron. Ma non basta: tutti gli anni al Festival fanno tappa i big internazionali del momento: sul palco nell’Ariston hanno cantato Duran Duran, David Bowie, Phil Collins, Sade, Spandau Ballet, Queen, Art Garfunkel, Ray Charles &amp; Dee Dee Bridgewater… solo per citarne alcuni. Dopo il Festival si vendono camionate di dischi e le date per i cantanti sono assicurate per tutta l’estate: Sanremo, oltre a se stesso, rilancia l’intera industria dello spettacolo.</span></strong></p>
<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/90-Baudo.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1004" title="90 Baudo" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/90-Baudo-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a> <strong>Anni Novanta &#8211; LA TRASFORMAZIONE <span style="font-weight: normal;">Con gli anni Novanta il Festival si affida alla tv che, lentamente, comincia a trasformarlo in evento televisivo. E così i presentatori, le vallette, gli “ospiti” del mondo dello spettacolo (e non solo) prendono il sopravvento e tolgono sempre più spazio alla musica. Alcune edizioni vengono “appaltate” da big che partecipano per rilanciare una carriera (è il caso dei Pooh, Riccardo Cocciante, Luca Barbarossa, Ron); altre sono vinte “meritatamente” (Anna Oxa, Giorgia); altre da vere e proprie meteore: è il caso di Aleandro Baldi, Annalisa Minetti e Jalisse, che – appena spente le luci del Festival, tornano nell’anonimato più assoluto. Ma ormai a Sanremo, oltre che la musica, si “vende” e si promuove di tutto: il re dei “venditori” è Pippo Baudo, che ha condotto il festival cinque volte in dieci anni e che nel 1995 salva un uomo che minaccia di suicidarsi gettandosi dalla balconata del teatro perché disoccupato, il tutto – ovviamente – accade in diretta tv e non sono pochi i dubbi riguardanti l&#8217;autenticità del fatto, sempre riconosciuta dal conduttore. Ma che la strada imboccata dall’organizzazione del Festival  – ormai totalmente in mano alla Rai &#8211; è senza ritorno lo si capisce dall’ultimo presentatore del decennio: Fabio Fazio, che al suo fianco chiama Laetitia Casta e il premio Nobel Renato Dulbecco (!) e, come ospite, ha chiamato Mikhail Gorbaciov e il fratello di Clinton che ha suonato in sax. Che c’entra tutto questo con Sanremo? Niente, ma fa ascolti, tanto che la manifestazione è “spalmata” su cinque serate, tutte trasmesse in diretta da Raiuno. E la musica? Si adegua.</span></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/00-Elisa.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1005" title="00 Elisa" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/00-Elisa-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Anni Zero  &#8211; TRASMISSIONE TV <span style="font-weight: normal;">Cambia il decennio, e persino il secolo: ma non la rotta del Festival, che resta sempre più imprigionato dalla televisione e, soprattutto, dai suoi ascolti. La manifestazione si è trasformata da gara canora a trasmissione televisiva e la musica è ormai solo un contorno: l’ascolto è fondamentale, non quello della canzone. Fazio porta al termine il suo “biennio” con fatica e portandosi dietro un mare di critiche. I vertici della Rai capiscono di essere andati troppo in là con la “sperimentazione” e tornano sui loro passi, chiamando a condurre Raffaella Carrà e l’inossidabile Pippo Baudo. Ma gli ascolto non crescono. Allora si tenta la carta di Simona Ventura (nel 2004 fresca dal successo de “L’isola dei famosi”); Paolo Bonolis, il nuovo signore dello share; Giorgio Panariello, reduce da ascolti altissimi dal sabato sera: i cachet, per presentatori, vallette e ospiti, crescono a dismisura, e la musica è sempre più relegata in un angolo. Ed è un peccato, perché – a volte &#8211; si comincia a sentire qualcosa di buono come Avion Travel (che – addirittura – riescono a vincere); Elisa (vincitrice pure lei), Samuele Bersani, Sergio Cammariere, i Negrita, Cristiano De Andrè, Daniele Silvestri. I cantanti devono però farsi spazio tra il ciclista Mario Cipollini e la figlia di Gandhi, l’attore Will Smith e il pugile Mike Tyson, tutti personaggi ingaggiati in nome dello share, che – soprattutto per la serata finale, tocca picchi da record, sfiorando il 70 per cento! Vincono gli ascolti &#8211; o meglio, vincevano, perché le ultime edizioni hanno registrato un calo vistoso &#8211; ma sconfitta è sicuramente la musica: dischi non se ne vendono più, e non è solo per colpa della rete, ma perché troppo spesso le canzoni presentate non davvero brutte (chi si ricorda il ritornello di <em>La forza mia</em>, l’ultima canzone vincitrice cantata da Marco Carta?) e i big della musica italiana hanno ripreso a disertare il Festival.</span></strong></p>
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		<title>Piper Revolution</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Feb 2010 07:07:06 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/Piper-insegna.jpeg"><img class="alignleft size-medium wp-image-992" title="Piper insegna" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/Piper-insegna-300x229.jpg" alt="" width="300" height="229" /></a>A metà dagli anni Sessanta, nelle grandi città italiane, si registra la prima svolta sociale e culturale del mondo giovanile: i ragazzi si fanno crescere i capelli, non portano più la cravatta, indossano i blue jeans, si ribellano agli atteggiamenti autoritari sia dei genitori sia degli insegnanti e, non sono pochi, scappano di casa, chi per seguire un proprio ideale chi, semplicemente, in cerca di avventure. In questo clima, a Roma, il 17 febbraio 1965, nasce il Piper Club, primo locale pensato e realizzato unicamente per i giovani grazie ad Alberico Crocetta, avvocato e imprenditore amico di Renzo Arbore, Giancarlo Bornigia, impresario. È un locale totalmente nuovo nella concezione dello spazio di sala da ballo: la pista centrale, illuminata da 350 luci, contiene oltre 100 persone (è la più grande d’Italia) ed è spezzata da pedane luminose; la scenografia è ideata dall&#8217;artista Claudio Cintoli, un’opera pop-art dal titolo <em>Il giardino di Ursula</em> composta da una sequenza di gigantografie – tra le quali due labbra sorridenti &#8211; e sculture realizzate con materiali di recupero; sui muri dietro al palco si alternano opere di Andy Wharol, Manzoni, Mimmo Rotella, Mario Schifano, Robert Rauschenberg.<span id="more-991"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/Piper-Concerto.jpeg"><img class="alignleft size-medium wp-image-993" title="Piper Concerto" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/Piper-Concerto-300x229.jpg" alt="" width="300" height="229" /></a> Ma la vera rivoluzione è che il Piper è il primo locale che offre la musica beat e rock da vivo in un momento in cui si può ballare soltanto davanti al juke box, visto che nei locali da ballo si suona soltanto il liscio. E il successo è immediato: il piccolo palcoscenico di via Tagliamento diventa tappa obbligatoria per i gruppi del momento. Qui sono cresciute Patty Pravo, la Ragazza del Piper (<a href="http://www.youtube.com/watch?v=wQ5EWtUZeqY">http://www.youtube.com/watch?v=wQ5EWtUZeqY</a>), e Caterina Caselli; i Giganti, i Camaleonti e gli inglesi Rokes, guidati da Shel Shapiro, e i Primitives di Mal hanno mosso in primi passi per la conquista del mercato discografico italiano. Ci sono poi i Ragazzi del Piper (cubisti ante litteram) tra i quali figurano Mita Medici, Mia Martini, Renato Zero, Loredana Bertè. In brevissimo tempo il Piper diventa sempre più un locale di tendenza: suonano gruppi del calibro dei Procol Harum, Who, Pink Floyd, Byrds e tra il pubblico si mischiano star come Sylvie Vartan, Renzo Arbore, Gianni Boncompagni e Raffaella Carrà, Alberto Bevilacqua, Franco Interlenghi e Antonella Lualdi, Mita Medici, Christian De Sica, Rudolph Nureyev. Ci si veste e si balla come si vuole, senza inibizioni e limiti. Il Piper diventa un fenomeno di costume, tutti ne parlano e tutti ci vogliono andare almeno una volta: fuori Via Tagliamento la fila si forma sin dalle otto di sera, nonostante il locale apra alle 22. Tutto fila più o meno liscio fino al 1967, quando la polizia proibisce l’apertura al pomeriggio del locale a causa delle lamentele dei genitori, i cui figli trascurano lo studio per il ballo. Poco dopo ci si mette anche la chiesa, che denuncia i pericoli dello “shake”, il ballo più in voga del momento, perché i movimenti sono provocanti, soprattutto se svolto nell’insidia della penombra del locale.Il periodo d’oro termina verso la fine del decennio, ma il Piper sopravvive al tempo e alle mode. Dal beat al pop, dal jazz al rock: sul palco salgono Lucio Battisti accompagnato dalla Formula Tre, David Bowie, i Genesis, Duke Ellington e i Nirvana, James Taylor Quartet e Mario Biondi. E ancora oggi (www.piper.it) continua a sviluppare il suo progetto artistico.</p>
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		<title>Musica tra svolte e trasformismi/2</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Dec 2009 21:47:10 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-949" title="franco_battiato361" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/12/franco_battiato361-150x150.jpg" alt="franco_battiato361" width="150" height="150" />Franco Battiato</strong> – Studioso di musica classica elettronica, incide i primi dischi negli anni Settanta per la Bla Bla, etichetta sperimentale. <em>Fetus</em>, <em>Pollution</em>, <em>Sulle corde di Aries</em>, <em>Clic</em>, tutti lavori complessi di musica d’avanguardia. Nel 1977, con l’album <em>L’Egitto prima delle sabbie</em> vince il premio Stockhausen quel miglior composizione al pianoforte. Poi, coadiuvato dal maestro di violino Giusto Pio e dal manager discografico Angelo Carrara, decide di approdare alla forma canzone. <span id="more-948"></span><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-950" title="lavocedelpadronewt4" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/12/lavocedelpadronewt4-150x150.jpg" alt="lavocedelpadronewt4" width="150" height="150" />Firma un contratto con la Emi e, nel 1979, incide <em>L’era del cinghiale bianco</em>, primo passo verso la “canzonetta”: l’album contiene brani abbastanza orecchiabili (la batteria è spudoratamente “in 4” e il basso è martellante) con testi in equilibrio tra ironia e poesia. L’anno dopo pubblica <em>Patriots</em>, con testi sempre densi di citazioni e riferimenti colti dove non mancano però toni polemici e di denuncia. Ma è nel 1981 che esplode il fenomeno Battiato: esce <em>La Voce del Padrone </em>(titolo giocato sul doppio senso legato al vecchio nome della sua casa discografica) un album che vende oltre un milione di copie e che crea il mito di un autore unico sulla scena nazionale. Battiato, che si presenta con un aspetto ascetico, magro, folta chioma nera riccioluta raccolta in un codino, questo successo sembra aspettarselo e non lo turba. Le radio trasmettono in continuazione <em>Bandiera Bianca</em>, <em>Cuccuruccucù</em>, <em>Centro di gravità permanente</em>, nei concerti la gente canta in coro «a Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata, a Vivaldi l’uva passa che mi da più calorie» o «il morbo infuria/il pan ci manca/sul ponte sventola bandiera bianca» senza sapere che è una frase tratta da <em>L’Ultima ora di Venezia</em> del poeta rinascimentale Arnaldo Fusinato…. …ma a tutti va bene così.</p>
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		<title>12 dicembre &#039;69, iniziano gli Anni di Piombo</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Dec 2009 13:55:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-937" title="strage-di-piazza-fontana-19681" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/12/strage-di-piazza-fontana-19681-150x150.jpg" alt="strage-di-piazza-fontana-19681" width="150" height="150" />Il 12 dicembre 1969 un ordigno contenente sette chilogrammi di tritolo esplode alle 16,37, nella sede della <strong>Banca Nazionale dell’Agricoltura</strong>, in <strong>piazza Fontana,</strong> a Milano. Il bilancio delle vittime è di 16 morti e 87 feriti. Nei giorni successivi alla strage, solo a Milano, sono 84 le persone fermate tra anarchici, militanti di estrema sinistra e due appartenenti a formazioni di destra. Dal quel giorno l’Italia entra ufficialmente negli Anni di piombo, una fase storica che durerà per più di un decennio. Per la prima volta la gente muore non più per mano della mafia, di un rapinatore o della Polizia, ma per mano ‘ignota’. Il Sessantotto ha portato la gente in piazza, studenti e operai che manifestano per un ideale. Il ’69, ha portato le bombe.</p>
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