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	<title>Retrovisore &#124; un sito di Luca Pollini &#187; Anni Quaranta</title>
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		<title>Guerre, lotte e disimpegno tra canzoni e canzonette (1a parte)</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Sep 2011 14:05:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«…tenteremo, assistiti dal Verbo che ci ispira dal cielo, di giovare alla lingua della gente illetterata…» queste parole sono tratte dalla prima canzone italiana. Risale al Trecento, s’intitola De vulgari eloquentia e l’ha scritta Dante Alighieri. A chiamarla “canzone”, infatti, è lo stesso Dante, che definisce il suo scritto «Un’opera compiuta di chi propone parole [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/lescano.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1366" title="lescano" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/lescano-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>«…<em>tenteremo, assistiti dal Verbo che ci ispira dal cielo, di giovare alla lingua della gente illetterata…»</em> queste parole sono tratte dalla prima canzone italiana. Risale al Trecento, s’intitola <em>De vulgari eloquentia</em> e l’ha scritta <strong>Dante Alighieri</strong>. A chiamarla “canzone”, infatti, è lo stesso Dante, che definisce il suo scritto «Un’opera compiuta di chi propone parole in armonia tra loro in vista di una modulazione musicale». Da allora la canzone diventa il genere musicale più caratteristico del nostro Paese attraverso il quale è possibile ripercorrere tutta la storia degli ultimi centocinquanta anni: le guerre e la dittatura, la ricostruzione e il boom economico, le lotte politiche e quelle giovanili, gli anni di Piombo e quelli dell’evasione. Una sorta di specchio che riflette i cambiamenti del costume e della nostra società.<span id="more-1365"></span>A partire dal Cinquecento, quando in Italia il termine canzone appare in opposizione al sonetto, i testi narravano situazioni rustiche e burlesche. Nel Seicento queste caratteristiche si sono evolute: le composizioni, più brevi, per far più presa sul popolo venivano cantate in dialetto e in poche decine di strofe si narravano, anche con passaggi satirici, battaglie cruente e amori, trovati o perduti. Così fino ai primi dell’Ottocento quando, accanto al repertorio romantico, cominciarono a scriversi i primi canti patriottici e politici che accompagnarono il periodo del Risorgimento; canzoni che, sul piano culturale e politico, contribuiranno alla crescita di una coscienza nazionale. Ad esempio Il <em>Canto degli italiani</em>, meglio noto come <em>Fratelli d’Italia</em>, composto da <strong>Goffredo Mameli</strong> e <strong>Michele No</strong>varo nel 1847 dove si manifesta l’entusiasmo per le imprese patriottiche dei primi dell’Ottocento; o <em>La bandiera tricolore</em>, scritto da <strong>Luigi Mercantini</strong> dopo la decisione del re Carlo Alberto di assumere come bandiera del regno il tricolore delle Cinque giornate di Milano. Alla seconda guerra d’indipendenza è invece legata <em>La bella Gigogin</em>, pubblicata nel 1858 da <strong>Paolo Giorza</strong>, che musicò un mosaico di strofe di vecchi canti e canzoni popolari di varie parti d’Italia, dove tra le strofe si sprona il re Vittorio Emanuele II a «Daghela avanti un passo (fare un passo avanti)» nell’unificazione italiana. Ma la patria non è l’unico tema: in questo periodo Filippo Turati scrisse l’<em>Inno dei lavoratori </em>dove, in maniera diretta, si parla si sfruttamento «La risaia e la miniera/ci han fiaccati ad ogni stento/ come i bruti d’un armento/ siam sfruttati dai signor». Intanto nelle si tenevano piccoli concerti, cosiddetti da “salotto”, dove i cantanti interpretavano arie da opere e romanze. Le liriche di quest’ultime erano affidate a poeti e, in contrasto con le canzoni patriottiche o di protesta, erano tutte poesie d’amore con donne, belle e perfette, protagoniste, ma dove l’idea di bellezza era legata all’interiorità dell’animo più che al corpo, quest’ultimo rappresentato solo dalla compitezza dei gesti e delle movenze.</p>
<p>La prima guerra mondiale scatenò grande suggestione sulla fantasia degli autori, basti pensare alla <em>Leggenda del Piave</em>, scritta da <strong>Ermete Giovanni Gaeta</strong> con lo pseudonimo di E. A. Mario, che contribuì non poco a ridare morale alle truppe italiane, al punto che il generale Armando Diaz inviò un telegramma all’autore nel quale sosteneva che aveva giovato alla riscossa nazionale più di quanto avesse potuto fare lui stesso: «La vostra canzone al fronte è più di un generale». Nel Dopoguerra questo brano aiutò a dimenticare le atrocità del conflitto, le sofferenze e i lutti. Al contrario di canzoni come <em>O Gorizia tu sei maledetta</em>, tra i più famosi canti di protesta contro la guerra, scritta l’indomani della Battaglia di Gorizia (9 agosto 1916) che costò la vita a oltre cinquantamila soldati italiani. Dicono che, durante la guerra, chi la cantava poteva essere accusato di disfattismo e condannato: sotto accusa era la strofa «traditori signori ufficiali/che la guerra l’avete voluta/scannatori di carne venduta/e rovina della gioventù».</p>
<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/grammofono1vp2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1370" title="grammofono1vp2" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/grammofono1vp2-206x300.jpg" alt="" width="206" height="300" /></a>Negli anni Venti, grazie alla diffusione della radio e del grammofono, si cominciò ad ascoltare canzoni straniere e lo stesso cinema sonoro contribuì a favorire la conoscenza di nuovi stili musicali. Questo fino all’avvento del fascismo quando il duce, che condusse una politica di tipo nazionalistico anche in campo musicale, ostacolò il più possibile la diffusione delle canzoni straniere. Negli anni Trenta, con la crescita della cultura fascista, le canzoni dovevano trasmettere l’idea di un’Italia senza problemi, dove si viveva senza preoccupazioni, paure e incertezze per il futuro. I temi prevalenti, oltre all’amore, sono la campagna, la città di Roma e la guerra coloniale. Le canzoni coloniali irridevano sempre il popolo sottomesso e il suo sovrano, enfatizzavano la bellezza delle zone conquistate, inneggiavano al nazionalismo («Faccetta nera, sarai romana/la tua bandiera sarà sol quella italiana! ») e mostravano l’esercito italiano non come invasore ma come benemeriti soccorritori di «chi giammai conobbe libertà». Queste canzoni fecero subito presa sui giovani dei quartieri periferici delle grandi città o dei piccoli centri agricoli, perché in tutte le canzoni dell’epoca fascista è sempre presente un’esplicita contrapposizione tra la campagna e la città: la prima equivale all’alba, alla salute fisica, mentale e morale; la città alla lussuria, alla delusione, alla perdizione, alle insidie della notte. A incoraggiare gli autori verso tali argomenti è lo stesso il ministero della Cultura Popolare. Era noto, infatti, il sentimento di favore che Mussolini provava nei confronti del mondo agricolo, cui fa da contraltare l’avversione per la città, fonte di corruzione morale e di crescita culturale, potenzialmente pericolosa per il regime: «Se vuoi goder la vita, torna al tuo paesello/che è assai più bello della città» (<em>Se vuoi goder la vita</em>, 1940).</p>
<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/Gorni_Kramer_nel_1959.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1371" title="Gorni_Kramer_nel_1959" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/Gorni_Kramer_nel_1959-300x240.jpg" alt="" width="300" height="240" /></a>Due canzoni molto popolari, e apparentemente innocue, ebbero qualche problema con la censura fascista entrando nell&#8217;elenco di “canzoni della fronda”: <em>Crapa pelada</em>, scritta da <strong>Gorni Kramer</strong> (nella foto), e <em>Maramao perché sei morto</em>. Nella prima, a parte la ritmica in odore di jazz, genere messo all’indice dal regime perché «negroide e americaneggiante», la calvizie dello sbeffeggiato protagonista pareva proprio alludere alla “crapa pelata” di Benito Mussolini e la vicenda di spartizioni di tortelli e frittata era letta come una metafora della spartizione di territori coloniali da parte delle potenze europee, lasciando le briciole all’Italia. Il caso di <em>Maramao perché sei morto</em>, pubblicata poche settimane dopo la morte di <strong>Costanzo Ciano</strong>, livornese, presidente della Camera dei Fasci e padre del ministro degli esteri e genero di Mussolini Gian Galeazzo, scoppiò quando a Livorno si trovarono scritti i versi della canzone sulla base della lapide a lui dedicata. (<em>1-continua</em>)</p>
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		<title>Il Rex e l&#8217;orgoglio del Nastro Azzurro</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Jul 2011 14:46:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/07/300px-Rex.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1330" title="300px-Rex" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/07/300px-Rex.jpg" alt="" width="300" height="143" /></a>A Genova, il primo agosto del 1931 &#8211; con 48 ore di ritardo per il cattivo tempo &#8211; davanti a oltre centomila persone la regina Elena, accompagnata dal marito re Vittorio Emanuele III,  battezza il Rex,  la più grande nave da crociera battente bandiera italiana, fino al varo della Costa Classica avvenuto nel 1991. Caratterizzato dai tipici fumaioli bassi a strisce rosse e verdi, come consuetudine della marina italiana negli anni Trenta, il Rex quando tocca l&#8217;acqua è  il terzo transatlantico al mondo per stazza, lungo 268,20 metri e largo 29,50 metri, con un&#8217;altezza di 37 metri; il motore eroga 136 mila cavalli tramite quattro gruppi di turbine che azionano quattro eliche di circa 5 metri di diametro. Per completare i lavori, tra questi gli splendidi arredi, occorre poco più di un anno. Finalmente, il 27 settembre del 1932  il Rex salpa da Genova, destinazione New York, per il suo viaggio inaugurale con a bordo 1872 passeggeri entusiasti, perché la nave è magnifica e sembra padrona del mare. <span id="more-1329"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/07/Rex-fumante.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1331" title="Rex fumante" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/07/Rex-fumante-300x136.jpg" alt="" width="300" height="136" /></a>Ma, appena al largo di Gibilterra, in sala macchine qualcosa non funziona per il verso giusto e il capitano decide di cambiare la rotta e  fermarsi e raggiungere il porto. Tra i passeggeri cominciano i mugugni e in molti decidono di scendere dalla nave e imbarcarsi sull&#8217;Europa, un transatlantico che sarebbe partito il giorno dopo, sempre con destinazione New York. Però, quando l&#8217;Europa ormeggia sulla banchina di New York  il Rex è arrivato da un paio di giorni, dimostrando di essere una nave velocissima. La conferma arriva un anno dopo, nell&#8217;agosto del 1933, quando in 4 giorni, 13 ore e 58 minuti attraversa l&#8217;Atlantico a una velocità di crociera di 28,92 nodi strappando il Nastro Azzurro, che premia il record di attraversata dell&#8217;oceano, al transatlantico tedesco Bremen. A seguito dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, dal 9 settembre 1939 il Rex  è requisito dalla marina e, sebbene vi fossero progetti per trasformarlo in una portaerei,  viene  impiegato solo come nave ospedale per il trasporto di feriti dal nord Africa all&#8217;Italia. L&#8217;8 settembre 1944 il Rex, ancorato nelle vicinanze di Trieste viene avvistato dai ricognitori della Royal Air Force e  bombardato con 123 razzi. La nave bruciò per quattro giorni prima di affondare.</p>
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		<title>Due pezzi di storia</title>
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		<pubDate>Thu, 19 May 2011 06:28:06 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/05/ursula-andress-22.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1323" title="James Bond contre Docteur No" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/05/ursula-andress-22-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a>Ha più di sessant’anni, ma non li dimostra affatto. Anzi, è più in forma che mai, riempie le vetrine ed è sempre sotto i riflettori. Il costume dello scandalo, che deve il suo nome ad un atollo, quello di Bikini tristemente famoso grazie agli americani che nel 1946 l’avevano scelto per compiere del test atomici, è stato “inventato” non da uno stilista, ma da un ingegnere francese, Louis Réard, disegnatore di automobili. Réard, dopo il lavoro in ufficio, aiutava la madre, sarta che confezionava biancheria intima. Ed ecco che, un bel giorno, ha pensato di “trasformare” mutande e reggiseno in un costume da bagno. Il bikini, negli anni Quaranta, era però considerato troppo osé, tanto che Réard per parecchio tempo non riuscì a trovare una modella disposta a indossarlo; e così gli venne un’altra idea geniale: farlo indossare da una spogliarellista che lo esibì, per la prima volta, nella famosa piscina Deligny, nel cuore di Parigi. I fotografi accorsi scattarono migliaia di foto che, in un batti baleno, fecero il giro del mondo, sollevando curiosità e le accuse della Chiesa. In Italia, e in altri paesi cattolici, il costume venne messo al bando: a sdoganarlo e farlo entrare nel mercato di massa ci pensarono, agli inizio degli anni Sessanta, Brigitte Bardot, che lo esibì nel film “E Dio creò la donna” e sulle spiagge di Saint Tropez., e Ursula Andress in 007 Licenza di uccidere.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Totocalcio, nascita e morte del sogno consumista</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 15:41:42 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/Totocalcio1951.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1155" title="Totocalcio1951" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/Totocalcio1951-211x300.jpg" alt="" width="211" height="300" /></a>È stata la compagna della domenica preferita dagli italiani: raramente baciata o accarezzata, quasi sempre strapazzata, insultata o fatta a pezzi. Ma tant’è, la settimana dopo si voleva ancora passare la domenica in sua compagnia. La schedina del Totocalcio ha accompagnato l’Italia e gli italiani alla rinascita, a sogni milionari: un azzardo innocuo che negli anni Cinquanta infiamma un popolo distrutto dalla guerra ma pronto a scommettere. Così, in pochi anni, la crescita del montepremi cresce rapidamente, quasi come l’industria, il reddito medio e le strade. Il Totocalcio diventa una sorta di emblema del miracolo economico di un Paese ferito a pronto a rialzarsi. È il 1946, l’anno del referendum “monarchia-repubblica”. L’Italia si lecca le ferite di una lunga guerra: circolano pochissime automobili, la maggior parte viaggia in treno, stipati in carrozze di terza classe, e non sono pochi quelli che non sanno se, a fine giornata, riescono a cenare. Senza quella povertà non si capirebbe l’imminente trionfo del nuovo gioco popolare creato da un giornalista, Massimo Della Pergola, aiutato da due suoi colleghi, Fabio Jegher e Geo Molo, inventano “la schedina Sisal”, concorso a premi legato al campionato di calcio che, tra mille difficoltà logistiche, si apprestava a ricominciare con la serie A divisa in due gironi, uno al Nord, l’altro al Sud. <span id="more-1152"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/4950totocalcio.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1156" title="4950totocalcio" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/4950totocalcio-261x300.jpg" alt="" width="261" height="300" /></a>Della Pergola, triestino, dieci anni prima viene licenziato in tronco dal <em>Popolo di Trieste</em> perché di origine ebrea. Rientrato dalla Svizzera, dove si è rifugiato, dopo la Liberazione arriva a Milano. Fonda assieme ai colleghi Jegher e Molo la Sisal, società con un capitale sociale di 300 mila lire, s’inventa la schedina e il concorso a premi (in denaro) legato al campionato di calcio: l’obiettivo è indovinare se in ciascuna delle dodici partite della serie A vincerà la squadra di casa (1), quella ospite (2) oppure sarà pareggio (X). Scrive anche lo slogan con il quale pubblicizza il concorso: «Tentate la fortuna al prezzo di un vermouth»: trenta lire, infatti, è la puntata minima per giocare una colonna. La prima schedina è legata alle partite del 5 maggio 1946: nei bar ne vengono distribuite 5 milioni, quelle giocate sono 34.423 (per sbarazzarsi di quella montagna di carta alla Sisal decidono di distribuire quelle inutilizzate ai barbieri che le usano per pulire i rasoi), l’incasso non arriva a 2 milioni di lire e il montepremi non è di quelli che cambiano la vita: 463.146 lire, che va tutto a Emilio Biasetti, impiegato di Milano, l’unico che indovina la colonna vincente. Ma la febbre del gioco, è risaputo, ha una sua forza autonoma: così, di domenica in domenica, il montepremi cresce. I primi milionari arrivano già all&#8217;ottavo concorso: un disoccupato di Genova e una casalinga di Bologna intascano 1.696.000 lire a testa. Ma il primo a cambiar vita per davvero è Pietro Aleotti, da Treviso che nella primavera del 1947 vince 64 milioni: non si è nemmeno accorto di aver fatto 12, però ha messo il suo nome nella casella dietro la schedina dove, nello spazio professione, ha scritto “artigiano del legno” perché costruisce bare.</p>
<p>In due stagioni la Sisal triplica gli incassi, conquista l’attenzione degli italiani e anche quella dello Stato. All’inizio, prima di andare dal notaio e creare la sua società, Della Pergola cerca di vendere la sua idea al Coni che, però, non ha mai creduto che quella semplice colonna a quadretti dove scrivere 1 X 2 possa produrre soldi da investire nella ricostruzione degli impianti sportivi bombardati. Ora però le cose sono cambiate, le schedine della Sisal sono diventate famose quanto il gioco del Lotto, nei bar la domenica non si parla che di quello e, soprattutto, il montepremi è notevole e fa gola allo Stato: e così, con un decreto, nel 1948 il presidente Luigi Einaudi nazionalizza la schedina, che da questo momento cresce di un pronostico – per vincere bisogna fare tredici – e si chiama semplicemente Totocalcio. Il Coni, da questo momento in poi, incassa un terzo delle giocate, un terzo lo prende l’erario, quello che resta va ai vincitori e, per pagare la trasferta olimpica di Londra, il costo della colonna sale a 50 lire. La prima schedina del Totocalcio “statale” è del 19 settembre 1948. Dalla stagione 1951-52 viene introdotta la doppia colonna che porta la giocata minima a 100 lire; sempre lo stesso anno un provvedimento legislativo contribuisce alla maggiore diffusione del gioco: la legge sull’Imposta Unica (22 dicembre 1951, n.1379) stabilisce che i premi vinti siano al netto delle ritenute. E Della Pergola? Protesta, chiede l’indennizzo e intenta causa allo Stato, al ministero dello Sport, al Coni… Avvocati, carte bollate, udienze, giudici, avanti e indietro per anni dalle stanze dei tribunali: una causa infinita che non porta a niente. E così, nel 1954, si convince che vincere una causa contro lo Stato è un’impresa improba e, dopo aver gestito, sempre attraverso la Sisal, il Totip, concorso-pronostico sulle corse dei cavalli sempre con formula con 1 X 2, nel 1954 torna a tempo pieno al giornalismo. È assunto dalla <em>Gazzetta dello Sport</em>, allora diretta da Bruno Roghi, con la qualifica di caporedattore responsabile del calcio.</p>
<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/00f3e32f2.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-1161" title="00f3e32f" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/00f3e32f2.gif" alt="" width="240" height="200" /></a>Negli anni Cinquanta i milionari della domenica diventano un fenomeno di costume, tanto che se ne occupano i rotocalchi: vengono realizzati servizi su gente comune che, grazie alla schedina, diventa famosa perché il Totocalcio gli ha cambiato la vita. Tra questi c’è Giovanni Mannu, minatore sardo, che ha realizzato un tredici da 77 milioni, ripreso mentre entra nel palazzo degli uffici del Totocalcio di Roma con le braccia al cielo come se stesse tagliando un traguardo. Diventa famoso anche il ferroviere Giovanni Cappello che, davanti alla cinepresa, fa frusciare i pacchi di banconote da 10 mila lire formato “lenzuolo”. Copertina anche per la signora Giovanna Taro, prima donna “milionaria”, che grazie ad aver previsto la sconfitta dell’Inter a Catania, contro il parere del figlio e del marito, incassa 60 milioni dell’unico tredici di quella domenica. A superare il tetto della vincita a nove cifre è una coppia di amici, Luigi Piacenza e Renzo Pinferri di Prato, che il 25 ottobre 1953 incassano 104 milioni. Anche loro, come Mannu, Cappello e la signora Taro, vengono travolti dall&#8217;improvvisa ricchezza e soffocati dall’abbraccio di amici e parenti. Un affetto improvviso e non sempre sincero, e per questo motivo, oltre che per sfuggire all’esattore delle tasse, i vincitori cominciano a diventare anonimi e aggirano l&#8217;obbligo di pagamento nominale della vincita affidando la riscossione ad avvocati, notai e banche. I sogni da realizzare? Sono uguali per tutti: una nuova cucina, l’automobile, la licenza del negozio e l’aiutino ai parenti. La beneficenza non è ancora di moda. Nel 1977 si supera il muro del miliardo di lire: al concorso numero 19, il 31 dicembre, l’unico tredici si porta a casa un miliardo e 185 mila lire. Il fortunato tredicista, però, finisce male: lascia il lavoro da impiegato e prova a inventarsi imprenditore. Fallisce pochi anni dopo travolto dai debiti, è abbandonato dalla moglie e muore travolto da un treno. La schedina diventa ben presto uno degli emblemi del sogno consumista. Ogni domenica, infatti, tutti possono cambiare la vita; la ricchezza del montepremi si moltiplica di anno in anno, attirando sempre nuovi giocatori, anche chi di calcio non ne capisce nulla, uomini e donne, anziani e bambini. Negli anni Ottanta e Novanta il Totocalcio distribuisce fino a mille miliardi di lire ogni stagione. L’anno dei record è il 1993: la vincita più alta in assoluto è quella del 7 novembre, concorso n. 13, quando tre schedine con un 13 e cinque 12 &#8211; giocate a Crema, Patti Marina (Messina) e in un autogrill sull’autostrada Napoli-Salerno &#8211; regalano ai loro possessori 5.549.756.245 lire; pochi mesi più tardi si ha il montepremi più ricco: il 5 dicembre ai giocatori vengono distribuiti la bellezza di 34.475.852.492 di lire.</p>
<p>E il declino, forse, comincia proprio da lì, da quei superpremi. Le cause sono tante: la moltiplicazione dei concorsi (sull’onda del successo nascono il Totogol e l’Intertoto), i montepremi astronomici del Superenalotto, la legalizzazione delle scommesse, i gratta e vinci, l’immensità del tavolo da gioco di internet. Il 24 agosto 2003 è la “domenica nera” del Totocalcio, il premio più basso della sua storia: ai quasi cinquantacinquemila “14” (dal campionato 2003 il gioco è infatti passato da 13 a 14 partite) due euro di premio ciascuno. Certo, era una domenica molto particolare, c’era stato lo sciopero del calcio, i risultati decisi a tavolino. Eppure quel risultato è suonato come la campana dell’ultimo. E oggi gli adolescenti, anche quelli più patiti di pallone, sanno a malapena cosa sia quell’antonomasia che affiora nel linguaggio degli adulti «Ma che, hai vinto al Totocalcio?».</p>
<p>(Scritto per Focus Storia, settembre 2010)</p>
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		<title>Cento candeline per l&#8217;Alfa</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 19:33:25 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/06/alfa1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1092" title="alfa1" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/06/alfa1-300x218.jpg" alt="" width="300" height="218" /></a>È il 24 giugno del 1910 quando nasce L’Alfa (Anonima Lombarda Fabbrica Automobili): la sede è a Milano e a guidarla sono un gruppo di imprenditori che rilevano la filiale italiana della francese Darracq. La prima vettura che esce dallo stabilimento al Portello, in zona Fiera, è la 24 HP: il motore, di 4084 cm3 di 42 CV, permette di superare i 100 chilometri l&#8217;ora, velocità notevole per l&#8217;epoca. La sportività, d’altra parte, è una caratteristica che accompagnerà, per cento anni, quasi tutti i modelli della casa del biscione. Pochi anni più tardi, con lo scoppio della guerra, l’azienda versa in gravi difficoltà economiche: a salvarla è l’ingegnere Nicola Romeo, che unisce il proprio nome al marchio. E la prima auto con lo stemma “Alfa Romeo” è del 1930: si chiama Torpedo che un giovane pilota, Enzo Ferrari (sì, proprio lui) porta al secondo posto alla Targa Florio.  Le corse sono state sempre una grande vetrina per l’Alfa  Romeo, tanto che negli anni Cinquanta, per lanciare la 1900 Sprint viene coniato lo slogan “la macchina da famiglia che vince le corse”.</p>
<p><span id="more-1091"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/06/alfa_11.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1093" title="alfa_11" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/06/alfa_11-300x167.jpg" alt="" width="300" height="167" /></a>Nel 1966 è la volta della Spider Duetto diventata famosa anche negli Stati Uniti con il film <em>Il Laureato</em> (proprio negli Usa, fino ai primi anni Novanta, è commercializzata una versione speciale chiamata &#8220;Graduate&#8221;: &#8220;Laureato&#8221;, appunto). Agli inizi degli anni Settanta l&#8217;Azienda si scontra con nuovi problemi esterni: crisi energetica, proteste del Sessantotto, inflazione a due cifre fanno diminuire le vendite. L’ Alfa Romeo presenta comunque nuovi modelli: l’Alfetta, berlina vendutissima, e l’Alfasud, prima trazione anteriore dell’azienda, costruita in provincia di Avellino. Il decennio successivo, nonostante alcuni modelli di successo come la 164 e la 33; e clamorosi flop (l’Arna, nata da una joint venture con la Nissan, una delle auto più brutte mai costruite) l’Alfa Romeo è sull’orlo del fallimento e viene acquistata dalla Fiat. Per gli “alfisti” purosangue è la fine di un mito. I primi modelli del Biscione made in Torino sono le 155, 145, 156; 147 che hanno alterne fortune. Cento anni dopo, Alfa Romeo è ancora un simbolo di sportività e eccellenza tecnica. L’affascinante Brera, l’intrigante MiTo e la nuova Giulietta dimostrano che la creatività del marchio è più viva che mai.</p>
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		<title>Quell&#8217;estate a seno nudo</title>
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		<pubDate>Mon, 17 May 2010 08:33:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/05/TL641001.JPG.jpeg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1077" title="TL641001.JPG" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/05/TL641001.JPG-155x300.jpg" alt="" width="155" height="300" /></a>In spiaggia, la prima pancia nuda di una donna appare nel 1940: il costume si chiama <em>Self Ra</em>: è un pantaloncino accompagnato da un super-reggiseno che &#8220;tira su&#8221; e copre le forme con “poco scandalo”. Negli anni Cinquanta scompare l’effetto pantaloncino: si abbassa la mutandina e il reggiseno si scolla di più. Nel 1960 è Raquel Welch a fare scalpore: la mutandina si riduce ancora di più (ai fianchi solo una stringa) e i due seni sono coperti da semplici coppe, unite anche loro da una stringa. Manca poco al gran salto. Il Paese che ha scoperto per la prima volta il seno femminile è forse il più puritano di tutti. È il 3 giugno del 1965 quando una bionda modella americana diciannovenne, Toni Lee Shelley,  si presenta su una spiaggia del Michigan vicino a Chicago, indossando sotto l’accappatoio un costume nero ascellare privo del reggiseno, sostenuto da due bretelline filiformi: il costume è opera dello stilista californiano Rudi Gernreich. Quando esce dall’acqua  trova non solo una frotta di fotografi, ma anche due agenti (nella foto dell&#8217;arresto) che l’accusano per  atti osceni in luogo pubblico. Da sottolineare il fatto che le foto del modello di costume dello stilista Gernreich, vennero rifiutate pochi giorni prima dal settimanale <em>Life</em>: «Il nostro è un giornale per famiglie, mica pornografico!» disse il direttore dell’epoca. Poi è la volta di Jane Fonda che nel 1966 ostenta un topless disinvolto in un bagno in piscina nella sua villa, e da allora tutto è cambiato.<span id="more-1076"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/05/cron_6567392_21390.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1079" title="cron_6567392_21390" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/05/cron_6567392_21390.jpg" alt="" width="200" height="208" /></a>Nei negozi americani topless non vanno molto, c&#8217;è ancora molta timidezza da parte delle donne. Le vendite vanno molto meglio in Europa: a Londra lo vendono in due grandi magazzini a Oxford Street, a Parigi è arrivato sui banconi di Printemps. Ed è proprio in Francia che – nel 1967 – viene sdoganato ufficialmente: grazie a Brigitte Bardot, che sulla spiaggia di Saint Tropez dell’Hotel Byblos, viene immortalata a seno nudo. L’immagine viene pubblicata su tutti i giornali d’Europa, nessuno storce il naso.</p>
<p>Da allora, forse proprio grazie a BB, a esibire il seno nudo non sono solo le modelle o le ragazze da calendario. Il seno nudo, infatti, diventa &#8220;alla portata di tutti&#8221;, indipendentemente dalla classe sociale, dall’avvenenza e dall’età. I sociologi lo indicano come una sorta di affermazione di indipendenza e di libertà da parte delle donne. C’è il seno nudo degli hippie, quello di rock di Woodstock, quelli nobili di Jaqueline Onassis Kennedy esibito su un’isola greca o di Carolina di Monaco, e quello puramente femminista – dopo che le militanti bruciano i reggiseni davanti all’Hotel dove si svolge il concorso per Miss America. Ed è proprio di una miss il primo topless italiano: a esibirlo è Annie Papa che, nel 1976, è cacciata dal concorso perché sorpresa a seno nudo in spiaggia. E sempre nell’epoca pre-silicone i benpensanti si scatenano, i pretori si esercitano in una censura virtuosa, i sindaci fanno gli straordinari: fioccano arresti, multe, pubbliche ordinanze. Nell’82 a Pantelleria il Sindaco vieta il nudismo e depreca le donne che, si legge nell&#8217;ordinanza, poco politically-corret «il più delle volte espongono al sole seni che invece sono stomachevoli escrescenze carnose flaccide e bislunghe».</p>
<p>Poi, con il passare degli anni, il costume si adegua al comune senso del pudore. Fino ad oggi che – non è detto – che se si è più coperte non siano anche più volgari.</p>
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		<title>L&#039;ambasciatrice del design</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Oct 2008 08:51:09 +0000</pubDate>
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<p class="MsoNormal"><span><em></em><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/10/adriano_foto2.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-368" title="adriano_foto2" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/10/adriano_foto2-135x150.jpg" alt="" width="135" height="150" /></a>È stata la macchina per scrivere più venduta, utilizzata e amata d’Italia. Progettata nel 1950 da Giuseppe Beccio e disegnata Marcello Nizzoli per la Olivetti, la Lettera 22 diventa presto l’amica insostituibile per grandi e piccoli scrittori. Forma semplice e minimalista, spigoli arrotondati, meccanica robusta, leggera e compatta, facile da trasportare (la prima custodia era di cartone, poi sostituita con una più elegante, in similpelle con cerniera) è il prototipo della macchina per scrivere portatile. Concepita mentre il Paese è impegnato nella ricostruzione post-bellica, è adottata soprattutto dai giornalisti, che ne apprezzano la leggerezza e la possibilità di appoggiarla verticalmente sul tavolo, in modo da far spazio sulla scrivania. <span id="more-364"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/10/12lett01.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-370" title="12lett01" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/10/12lett01-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Inoltre, per la sua semplicità, viene adottata dalle scuole di dattilografia che, in questo decennio, aprono in continuazione. Verso la fine degli anni Cinquanta, è venduta assieme a disco a 33 giri che contiene un corso per dattilografia, con un testo per gli esercizi di dettatura preparato dallo scrittore Mario Soldati. Nel 1959 la consacrazione definitiva: la Lettera 22 è eletta, da una giuria composta da 100 designer internazionali, miglior prodotto industriale degli ultimi 100 anni: grazie a questo riconoscimento, pochi anni dopo, l’Olivetti decide di esportarla negli Stati Uniti, contribuendo non poco a far nascere il mito del design italiano e alle fortune dell’azienda di Ivrea. Oggi Torino e Milano ricordano Olivetti: era il 29 ottobre 1908 quando Camillo Olivetti, padre di Antonio, costituì a Ivrea la Ing. C. Olivetti , prima fabbrica nazionale di macchine per scrivere che, dagli anni Trenta in poi, ogni due anni, riesce a immettere sul mercato un modello nuovo ogni due anni. Negli anni Quaranta le redini dell’azienda passano ad Adriano e arrivano le telescriventi, poi le calcolatrici, le attrezzature per l’ufficio. Il mercato continua ad espandersi fino ai primi anni Cinquanta, quando si registra una crisi di sovrapproduzione: il direttore generale e quello del personale chiedono a Olivetti di licenziare 500 dipendenti; lui lascia a casa i due dirigenti e assume altre centinaia di dipendenti per far crescere le vendite. Una fabbrica unica nel panorama italiano: a fine anni Cinquanta è la prima a far scendere le ore di lavoro da 48 a 45; a introdurre la settimana lavorativa di soli cinque giorni; ad aprire – all’interno della fabbrica – asili, colonie, biblioteche. La fabbrica, per Olivetti, dev’essere propulsore di cultura. Adriano muore nel 1960 quando in azienda lavoravano oltre 35 mila dipendenti. Gli eredi non riescono a continuare l’opera del padre e del nonno; in società enrano così la Fiat, l’Imi, Mediobanca. Valletta, uomo Fiat, sale al comando: «L’azienda non va, l’elettronica non rende». E cominciano i tagli. Nel 1978 arriva De Benedetti che la ristruttura, lancia nuovi prodotti, i Pc e la telefonia cellulare con Omnitel. Poi si sono chiusi i battenti, ma la responsabilità non è di nessuno: «È del mercato». Sì, ciao. Oggi di seri capitalisti come gli Olivetti, indipendenti e geniali, non ce n’è nemmeno l’ombra. </span></p>
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		<title>Il progresso nasce ai Pavesini</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Aug 2008 06:21:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’Autogrill nasce alla fine degli anni Quaranta, ed è il primo luogo di consumo specificatamente destinato agli automobilisti. Ad inventarlo è Mario Pavesi, l’industriale dei Pavesini, ma in quei punti di ristoro si specchia tutta l’Italia del boom economico: la rete autostradale, la motorizzazione di massa e i nuovi consumi. Nel febbraio 1957 va in [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal"><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/08/depliant-pavesi-2.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-174" title="depliant-pavesi-2" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/08/depliant-pavesi-2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>L’<strong>Autogrill</strong> nasce alla fine degli anni Quaranta, ed è il primo luogo di consumo specificatamente destinato agli automobilisti. Ad inventarlo è Mario Pavesi, l’industriale dei Pavesini, ma in quei punti di ristoro si specchia tutta l’Italia del boom economico: la rete autostradale, la motorizzazione di massa e i nuovi consumi. Nel febbraio 1957 va in onda per la prima volta <strong>Carosello</strong>, a luglio viene presentata la <strong>Fiat 500</strong>, un anno prima è stata posata la prima pietra dell’Autostrada del Sole: è il 1962 quando si inaugura il primo Autogrill Pavesi a ponte (battezzati poi da tutti i “Pavesini&#8221; come i biscotti) sulla Autostrada A4, la Milano-Novara, a cavallo di entrambe le corsie di marcia, in modo da poter servire chi viaggia nei due sensi di marcia. Una scommessa &#8211; a boom economico ancora da venire &#8211; che si rivelerà vincente. <span id="more-173"></span>Si deve agli architetti <a href="http://www.autogrillpavesi.eu/bianchetti.htm" target="_blank">Angelo Bianchetti</a>, Melchiorre Bega e Carlo Casati la progettazione e creazione di questi rivoluzionari “Autogrill a ponte” che si incontrano lungo le autostrade italiane: il primo lavorava per la Pavesi, il secondo per la Motta, mentre Casati coordinava il progetto per la Società Autostrade e ne studiava l&#8217;impatto paesaggistico. Su tutta la rete autostradale scatta la concorrenza tra compagnie petrolifere che si replica anche al bancone. Pavesi è alleata della Esso, la Motta crea i «mottagrill» con la Bp, l’Eni di Mattei sposa l’Agip e dà vita ai più spartani «autobar», per anni, comunque, gli automobilisti italiani li chiamano indistintamente i &#8220;pavesini&#8221;, proprio come i biscotti. Autogrill stampa un depliant dove una sorridentissima famiglia in spider – padre, madre, un solo figlio – saluta dal grande parcheggio mentre – dopo la sosta – riprende il viaggio verso le vacanze. Bisogna ricordare che in quegli anni d’estate i treni partivano stipati, soprattutto di emigranti che tornavano a casa. L’Autogrill è stato effettivamente il simbolo, il pioniere della società moderna, la rappresentazione del modello di progresso che ha attraversato e che stava vivendo l’Italia degli anni Sessanta: famiglia + auto + vacanza = ricchezza.</p>
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