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	<title>Retrovisore &#124; un sito di Luca Pollini &#187; Anni Ottanta</title>
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		<title>Deejay, in 30 anni dalla musica alle parole</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 14:21:56 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2012/01/logo-deejay.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1435" title="logo-deejay" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2012/01/logo-deejay-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Dopo essere passato dai microfoni di Radio Milano International e Studio 105, nel 1982 Claudio Cecchetto decide di fondare una radio tutta sua («l’unico modo che avevo per fare una radio come volevo io – dice – era esserne proprietario»): acquista Radio Music 100 da Enrico Rovelli che ribattezza Radio Deejay e chiama al suo fianco gli amici Gerry Scotti, Jovanotti, Amadeus, Nicola Savino, Fiorello, Marco Baldini. Il primo febbraio cominciano le trasmissioni e il primo conduttore ad andare in onda è Gerry Scotti. Due anni più tardi arriva anche Linus. Rispetto alle altre grandi radio Deejay parte con sette anni di ritardo, ma il gap è subito colmato grazie alla ricerca di un pubblico selezionato (intorno ai 24 anni) e a una rigida linea editoriale dettata da Cecchetto, quella che prevede interventi parlati di pochi secondi ogni quattro brani trasmessi, lo slogan è «in poche parole, tanta musica». Un anno dopo avviene il primo soprasso a scapito di Radio 105, l’emittente privata più ascoltata, il successo è dovuto anche a operazioni d’immagine e promozionali efficaci, a un’intensa attività di promozione discografica, alla creazione di personaggi, e all’organizzazione di eventi. Alla fine degli anni Ottanta Radio Deejay trasmette su tutto il territorio nazionale tanto che, da allora, il claim che accompagna la radio è “one station one nation”. <span id="more-1434"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2012/01/happy_birthday_radio_deejay.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1436" title="happy_birthday_radio_deejay" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2012/01/happy_birthday_radio_deejay-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Decisivo, per ottenere il primato, il lancio nel 1984 di Deejay Television, programma di videoclip in onda tutti i giorni su Italia 1 grazie al quale la radio riesce a diffondere su tutto il territorio nazionale il suo marchio e a far conoscere i suoi conduttori. Nel 1994 Cecchetto se ne va e Linus diventa il direttore e nel 1997 l’emittente viene acquistata dal Gruppo L’Espresso. Da allora Radio Deejay modifica a più riprese il proprio format musicale ma soprattutto cambia progressivamente strategia fino a trasformare radicalmente l’identità dell’emittente, con un intrattenimento parlato, gestito da personaggi di grande richiamo, spesso lanciati dalla radio stessa e sostenuti da una buona visibilità televisiva. E Deejay oggi è sempre più “talk radio”, radio di parole, controcorrente rispetto al mercato che vede la maggior parte delle radio trasformarsi in una semplice colonna sonora della giornata. Martedì 31 gennaio, dalle 21 al Forum di Assago (Milano) Radio Deejay festeggia il suo trentesimo compleanno con una serata-evento, alla quale sono invitati tutti i suoi ascoltatori, animata da tanti personaggi che hanno costruito la sua celebrità.</p>
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		<title>La cabina degli innamorati</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 14:40:32 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2012/01/03_352-288.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1423" title="03_352-288" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2012/01/03_352-288-300x245.jpg" alt="" width="300" height="245" /></a>Un parallelepipedo di acciaio e vetri (molto sporchi), da un lato due porte tipo saloon regolate da una molla sempre troppo dura, per terra un tappeto di mozziconi di sigarette, l’aria stantia. In questo ambiente più di una generazione di innamorati – con le tasche gonfie di gettoni o monete &#8211; ha passato ore a parlare e sognare con i rispettivi fidanzati. La descrizione è della cabina del telefono, oggetto ormai desueto e quasi letterario, ideato dalla società Stipel sessant’anni fa per rendere più comodo l’uso dei telefoni pubblici che sino ad allora erano piazzati nei bar, nelle edicole e nei luoghi chiusi appositamente attrezzati. La prima cabina è installata il 10 febbraio 1952 a Milano, nella centralissima piazza San Babila, pochi mesi dopo spuntano in tutte le grandi città ed entrano, di diritto, a far parte del paesaggio urbano. Oggi, che il telefonino è diventato un bene di tutti, la Telecom vorrebbe smantellarle tutte (sul territorio sono poco meno di centomila) perché, cifre alla mano, dice che oltre il settanta per cento delle cabine viene utilizzato per fare al massimo due telefonate al giorno e che per mantenerle funzionanti – spesso sono oggetto di atti di vandalismi – costa parecchio, anche se già sul finire degli anni Ottanta cominciano a lasciare il posto a quella sorta di chiostri aperti che sono in funzione ancora oggi. <span id="more-1422"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2012/01/gettone.gif"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1424" title="gettone" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2012/01/gettone-150x150.gif" alt="" width="150" height="150" /></a>Le cabine sono però tutelate come il panda per il Wwf dal garante per le telecomunicazioni che obbliga l’azienda a mantenerle efficienti negli ospedali, scuole, Asl, caserme e rifugi in montagna. Il momento di gloria la cabina l’ha avuto negli anni Settanta, nel 1971 in Italia se ne contano 2.500, alla fine del decennio 33 mila. Vengono installate sulle strade e nelle piazze di maggiore traffico, negli angoli delle vie, a ridosso di un lampione. E la gente faceva la coda, con le tasche strapiene di gettoni, un disco di bronzo di 24 millimetri di diametro ideato sempre dalla Stipel che sino al 1979 vale 50 lire, 100 all’alba del 1984 e 200 lire sino al pensionamento forzato con l’arrivo delle tessere prepagate e delle carte magnetiche e all’addio definitivo nel dicembre del 2001, perché l’euro non lo prende neppure in considerazione. Anche per le cabine telefoniche il sipario non tarderà a calare: entro il 2015, salvo casi eccezionali, è prevista la totale rimozione. E resteranno solo un ricordo per gli innamorati del secolo scorso.</p>
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		<title>Pirelli, mito da appendere e collezionare</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Dec 2011 15:23:44 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/Pirelli2012.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1420" title="Pirelli2012" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/Pirelli2012-300x208.jpg" alt="" width="300" height="208" /></a>Può un semplice calendario rappresentare un fenomeno culturale e di costume che segna la vita del Paese? Sì, se il calendario in questione è quello della Pirelli, “The Cal”, come viene chiamato in tutto il mondo. Dal 1964, anno in cui è stato pubblicato per la prima volta, il calendario si è lentamente trasformato in un oggetto di culto, dovuto anche al fatto che è stampato in edizione limitata (poco più di ventimila copie) e non viene venduto, ma  ma regalato, direttamente dall’azienda, a un pubblico selezionato di clienti e Vip. Quello del 2012 è il primo realizzato da un fotografo italiano, Mario Sorrenti. Protagoniste della trentanovesima edizione dodici top model, tra queste Kate Moss, Milla Jovovich e la nostra Margareth Madè. Da oltre quarant’anni <em>The Cal</em> è una testimonianza storica dell’evoluzione del gusto, della moda e del costume della società contemporanea perché, sin dalla prima edizione, non è mai stato un calendario qualsiasi, ma un prodotto particolare, caratterizzato da immagini di fascino, nudi artistici, simboli estetici e icone femminili entrate a far parte dell’immaginario collettivo. Inoltre, lavorare per il calendario Pirelli, sia per le modelle sia per i fotografi, diventa un segno di distinzione. Sfogliando i mesi delle trentotto edizioni sin qui realizzate, ci s’imbatte in splendide immagini e altrettante splendide donne, gli unici ingredienti che hanno reso The Cal esclusivo e inimitabile, trasformandolo da semplice iniziativa pubblicitaria a status symbol, a icona della bellezza, uno specchio dei tempi che ha avuto sempre la capacità di intuire – con un anno d’anticipo – la tendenza dell’anno successivo. <span id="more-1413"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/1969-0061.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1415" title="1969-0061" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/1969-0061-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><strong>ANNI SESSANTA/L’esordio </strong>Il primo calendario, quello del 1963, è affidato a Terence Donovan, fotografo londinese, l’idea è semplicemente quella di pubblicizzare i prodotti Pirelli. Donovan sceglie dodici donne, una per ciascun Paese dove vengono esportati i prodotti. L’anno dopo tocca a Robert Freeman, fotoreporter inglese che non ha mai fotografato posati, che decide di immortalare sulle spiagge di Maiorca due ragazze semplici, magre, poco truccate, in netto contrasto con lo stereotipo femminile dell’epoca, la maggiorata. Per l’edizione 1965, epoca in cui si comincia a respirare una certa libertà di costume, le foto si scattano nel Principato di Monaco e questa volta il paesaggio passa in secondo piano. L’obiettivo di Brian Duffy, infatti, si sofferma soprattutto su uno short di jeans sbottonato sull’ombelico o su un primo piano di un sedere. Da autentico testimone del tempo il calendario del  1969 è ambientato in California, terra quanto mai di moda in questo periodo. Harry Peccinotti, il fotografo incaricato, non vuole modelle perché è convinto che le spiagge californiane siano piene di belle ragazze, bionde e abbronzate che inquadra soprattutto nei particolari, seni, sederi, labbra su una bottiglietta di Coca Cola, lingua che lecca un ghiacciolo.</p>
<p><strong><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/1970-012.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1416" title="1970-012" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/1970-012-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>ANNI SETTANTA/Il primo nudo, poi la crisi </strong>La nudità è ormai inflazionata, sulle spiagge cominciano a vedersi i primi monokini e tutti si aspettano, nei calendari che aprono il decennio, un trionfo di seni nudi. Ma François Giacobetti, fotografo per il 1970 e il 1971, va in controtendenza: per lui la nudità e l’emancipazione femminile sono temi inflazionati, e sulle spiagge esotiche delle Bahamas e della Jamaica le modelle indossano costumi da bagno e i rari nudi sono soffusi da luci al tramonto e studiati controluce. Nel 1972 il calendario è a un bivio: alla Pirelli si accorgono che devono cambiare qualcosa altrimenti c’è il rischio che il calendario, con le sue foto di nudo artistico, venga trattato alla stregua di una pubblicazione pornografia, genere che sta invadendo la carta stampata. Per allontanare qualsiasi dubbio si chiama la fotografa Sarah Moon, che ritrae una donna sicura, femminile e niente affatto provocatrice. Nonostante questo, è lei &#8211; una donna &#8211; che infrange la direttiva aziendale, ormai troppo anacronistica negli anni Settanta, del divieto del nudo: il mese di maggio, infatti, è rappresentato da un primo piano di un seno completamente nudo. La crisi petrolifera è alle porte, la Pirelli naviga in cattive acque e non ha intenzione di investire troppo per sostenere la realizzazione del calendario. E il prodotto rispecchia fedelmente l’atmosfera del momento. 1973: Realizzato a Londra, per contenere i costi, le modelle non sono più ritratte in pose morbide e abbandonate, ma sono rigide, tese, in pose innaturali, vestite con tute di latex. La stampa lo boccia e lo definisce perverso. Così, l’anno successivo, si ritorna in spiaggia, alle Seychelles. Il risultato sono scatti con sorrisi, pelli abbronzate, nudi, pose morbide e ammiccanti: immagini fuori luogo per il momento che il mondo sta attraversando. La guerra del Kippur e l’irrisolta crisi mediorentale scatenano la crisi petrolifera e l’Europa si impone l’austerity: si riduce l’illuminazione stradale, si chiudono anticipatamente cinema e locali notturni, si vendono meno automobili e, di conseguenza, meno pneumatici. Per la Pirelli è crisi e, tra i costi che taglia, c’è la produzione del calendario. Una chiusura che non passa inosservata, tanto che il <em>Sun</em> titola: “Hanno licenziato le pin-up”.</p>
<p><strong><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/calendar1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1417" title="calendar1" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/calendar1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>ANNI OTTANTA/La rinascita </strong>«Anni bui, i Settanta, anche perché orfani del Calendario Pirelli» ha detto recentemente un sociologo. Il buio è durato fino al 1984 quando la Pirelli, nonostante stia ancora leccandosi le ferite della crisi petrolifera e del burrascoso divorzio con l’inglese Dunlop, vuole di rilanciare la sua immagine e decide di farlo attraverso il calendario. Gli anni Ottanta sono ricchi e suggeriscono una nuova immagine. Così si torna alle Bahamas e il leit motiv dei dodici mesi, assieme alle top model, ai luoghi esotici e alle suggestioni erotiche, è l’impronta del battistrada che viene riprodotta sulla sabbia, sui corpi, sugli oggetti. L’idea si è rivelata vincente, tanto che si decide di replicarla anche gli anni successivi: dodici mesi di nudi totali intrecciati ai pneumatici. Da segnalare quello del 1987, dove l’elemento caratterizzante del calendario è, oltre l’impronta del pneumatico, l’abbinamento di gioielli d’oro con la pelle scura delle modelle e che vede l’esordio di una giovanissima Naomi Campbell; e quello del 1988, dove si rompe la tradizione del “solo donne” con un corpo maschile, mimetizzato da una tuta aderente che stilizza il disegno del battistrada. E proprio quest’ultimo si segnala come uno dei calendari più casti.</p>
<p><strong><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/L’arte-di-denuncia-in-formato-“The-Cal”.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1418" title="LA LOREN INCANTA PLATEA A PRESENTAZIONE CALENDARIO PIRELLI" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/L’arte-di-denuncia-in-formato-“The-Cal”-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>ANNI NOVANTA/Nel segno delle top model </strong>La donna è cambiata ancora e quella del nuovo decennio è sempre più forte e sicura del suo nuovo ruolo nel mondo del lavoro. Sono gli anni del boom delle palestre, della cura del proprio corpo, delle donne manager e The Cal ritrae una donna sportiva (1990); eroica e intelligente (1991); volutamente provocatrice e sensuale (1993). L’edizione del 1994, che celebra il trentesimo anniversario, è intitolata <em>In Praise Of Woman</em> e curata dal fotografo Herb Ritts, che ha appena firmato i video di Madonna e Michael Jackson. Il suo intento è quello di rappresentare una donna fresca, intima, poco incline a seguire le mode del momento: e lo fa alle Bahamas immortalando Cindy Crawford, Helena Christensen, Karen Alexander e Kate Moss. Il calendario ottiene un successo clamoroso. Un successo che si cerca di bissare l’anno successivo chiamando a scattare uno dei grandi nomi della fotografia, Richard Avedon. Il tema sono “Le stagioni” e Avedon, all’età di 71 anni, lascia momentaneamente l’astratto e ritorna alle immagini più realistiche. Da segnalare il ritorno di Naomi Campbell, molto cambiata rispetto all’esordio del 1972. Top model anche per quello del 1996, quando Peter Lindbergh, per l’edizione intitolata <em>Timeless Views</em> e prodotta in bianco e nero (prima volta in assoluto nella storia del calendario) vuole davanti all’obiettivo Nastassia Kinski, Eva Herzigova, Carrè Otis ritratte non come modelle ma come donne comuni con la loro bellezza spontanea e personale. Nel 1998 si celebrano i 125 di attività della Pirelli e il calendario, che compie 25 anni, si presenta con una novità rivoluzionaria: per la prima volta vengono presentate anche immagini di uomini, ritratti di personaggi famosi (sportivi, attori, cantanti) affiancati da top model.</p>
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		<title>Sessant&#8217;anni di storia nei clic dell&#8217;Ansa</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2011 11:30:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ “Il lavoro più duro non è stato l&#8217;allestimento, ma la scelta delle immagini. Erano tantissime” confessa un collega che ha partecipato all&#8217;organizzazione della mostra. E non si può che dargli ragione: dal 1945, anno in cui Giuseppe Liverani, Primo Parrini e Amerigo Terenzi fondano l&#8217;agenzia Ansa (sulle ceneri dell&#8217;Agenzia Stefani, ormai marchiata dal fascismo) le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/11/041.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1402" title="L'ATTRICE ITALIANA SOPHIA LOREN AL TERZO RALLY DEL CINEMA" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/11/041-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a> “Il lavoro più duro non è stato l&#8217;allestimento, ma la scelta delle immagini. Erano tantissime” confessa un collega che ha partecipato all&#8217;organizzazione della mostra. E non si può che dargli ragione: dal 1945, anno in cui Giuseppe Liverani, Primo Parrini e Amerigo Terenzi fondano l&#8217;agenzia Ansa (sulle ceneri dell&#8217;Agenzia Stefani, ormai marchiata dal fascismo) le foto in archivio sono oltre 4 milioni e mezzo. Un archivio che ogni giorno cresce di circa 200 nuove immagini, tante sono le foto che l&#8217;Ansa lancia in rete quotidianamente. E&#8217; facile perciò immaginare che lavoro immane dev&#8217;essere stato estrarre gli scatti per la mostra “Fotografiamoci: 60 anni di vita italiana nelle immagini dell&#8217;Ansa”, allestita al Vittoriano a Roma. La mostra, una sorta di libro di storia illustrato, racconta la vita italiana dal Dopoguerra ad oggi, grazie alle immagini che la più grande agenzia del Paese ha trasmesso alle redazioni, documentando il vorticoso cambiamento dell&#8217;Italia tra cronaca, politica, costume, spettacolo, sport.<span id="more-1397"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/11/062.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1404" title="PIAZZA LOGGIA: TUTTI ASSOLTI I CINQUE IMPUTATI" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/11/062-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>E la maggior parte delle fotografie, siano essi personaggi o singoli volti, manifestazioni di massa, tragedie o avvenimenti sportivi, rinnovano emozioni dimenticate, perché sono legate ad eventi che hanno segnato la storia del Paese, incisi nella memoria collettiva. E così tornano a riaffiorare i ricordi delle grandi tragedie (Vajont, Belice, Friuli), dei misteri irrisolti (Ustica, piazza Fontana), dei successi nazionali (i premi Nobel a Eugenio Montale e Dario Fo, e gli Oscar a De Sica e Benigni, le vittorie ai Mondiali di calcio di Bearzot e Lippi e quelle della Ferrari). E poi i periodi gioiosi della Dolce vita, del boom economico, delle prime sfilate d&#8217;alta moda e quelli più cupi del Sessantotto, degli Anni di piombo con il rapimento di Aldo Moro, e della mafia con gli assassini del generale Dalla Chiesa e dei giudici Falcone e Borsellino. Ci sono poi i ritratti dei personaggi che hanno segnato la storia, Alcide De Gasperi, i grandi Papi, l&#8217;avvocato Agnelli, Indro Montanelli. Le immagini vengono esposte in sette sezioni, una per ogni decennio, ciascuno introdotto da un&#8217;immagine femminile, simbolo di quegli anni, e da un testo a firma di un testimone dell&#8217;epoca. Gli anni &#8217;40 sono rappresentati da Anna Magnani e Giulio Andreotti; alla signora della tv Nicoletta Orsomando e Alberto Arbasino sono affidati i &#8217;50; Mina e Gianni Morandi è la coppia dei “favolosi” anni &#8217;60, la sezione dei &#8217;70 vede il volto di Nilde Jotti e l&#8217;introduzione di Ettore Scola; Rita Levi Montalcini e Giorgio Armani sono testimonial degli anni &#8217;80, gli anni &#8217;90 si aprono con la foto di Rosaria Costa, vedova ventiduenne di Vito Schifani, agente di scorta del giudice Borsellino, e uno scritto del giurista Gustavo Zagrebelsky. Si arriva così al nuovo millennio con la campionessa di nuoto Federica Pellegrini e l&#8217;ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. A<span style="font-family: Book Antiqua, serif;">nche il 2011, con la sua realtà in divenire, giorno per giorno, è dedicata un’apposita sezione aggiornata in tempo reale per tutta la durata dell’esposizione. </span>Come per il notiziario scritto, anche le fotografie rispecchiano lo “stile” Ansa: gli scatti, infatti, mostrano esclusivamente la realtà senza forzature e senza eccessi di spettacolarizzazione.</p>
<p>&#8216;Fotografandoci&#8217;, in programma al Vittoriano di Roma, rimarrà aperta fino all&#8217;11 dicembre. L&#8217;ingresso è gratuito.</p>
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		<title>De Gregori, il calcio e il &#8217;68</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Oct 2011 13:17:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/Francesco+De+Gregori+degregorima21.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1393" title="Francesco+De+Gregori+degregorima21" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/Francesco+De+Gregori+degregorima21-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Forse Francesco De Gregori l’aveva capito che gli anni Ottanta, il decennio che ha spazzato via tutte le ideologie sessantottine sostituendole con l’evasione a tutti i costi e il disimpegno, sarebbero stati “l’inizio della fine”. Non è un caso, quindi, che il suo primo disco pubblicato negli anni della Milano da bere lo intitola <em>Titanic</em>, come il gigantesco transatlantico affondato nel 1912 durante il suo viaggio inaugurale, una metafora sul prossimo naufragio del Paese.  L’album, uscito nel 1982, è uno dei più belli del cantautore romano (e non solo) grazie a 5-6 brani indimenticabili. Tra questi <em>La leva calcistica della classe ’68</em>, dove il calcio è visto come metafora della vita e della politica. Il brano trova la sua forza proprio nel farsi metafora dell’utopia di una generosa generazione che purtroppo non ha «vinto mai» e che si è vista costretta a «appendere le scarpe a qualche tipo di muro». Non è un caso che Nino, il ragazzo «dalle spalle strette», sia nato nel 1968, anno di contestazioni, illusioni, utopie, violenze, pochi successi e tante sconfitte. <span id="more-1392"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/0000305649_350-1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1394" title="0000305649_350-1" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/0000305649_350-1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>È la mesta conclusione di un tragitto ricco di passione, di una generazione che tutti pensano (e qui si torna alla metafora del titolo dell’intero album) sia naufragata e che lui, invece, salva. Perché, come recita il testo, si può anche sbagliare un calcio di rigore ma «non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore». De Gregori, infatti, ricorda che «un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia», tre ingredienti fondamentali di quegli anni “formidabili” (Mario Capanna dixit), la canzone sembra voglia trasmettere un’esortazione a non mollare, ad avere fiducia nella forza del sogno, nella convinzione, che è giusto «non aver paura di sbagliare un calcio di rigore». Nel 1989 il brano ha conosciuto una sorta di seconda giovinezza grazie a Gabriele Salvatores che l’ha inserita nella colonna sonora di <em>Marrakech Express</em> su sollecitazione, come ha dichiarato lo stesso regista,  di Diego Abatantuono: «A Diego piaceva molto, e ha caldeggiato l’inserimento nella colonna sonora: in effetti parla quasi della storia del film e calza a pennello». <em>Titanic</em> è una sorta di concept album dove si affrontano i problemi del disastro (morale, culturale, politico, economico) che incombe sull’Italia. Ed è proprio il transatlantico diventa una metafora dell&#8217;umanità che, divisa in classi, si dirige verso il disastro.</p>
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		<title>Guerre, lotte e disimpegno tra canzoni e canzonette (3a parte)</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Oct 2011 15:37:41 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/tiamo.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1386" title="tiamo" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/tiamo-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il fenomeno dei cantautori continuò a diffondersi coinvolgendo nuove generazioni di musicisti  negli anni Settanta, un decennio di contraddizioni per la canzone italiana. In piena rivoluzione femminista hanno un successo incredibile <em>Ti amo</em> di Umberto Tozzi (che canta «fammi abbracciare una donna che stira cantando») e <em>Tanta voglia di lei</em> dei Pooh, storia di un tradimento dove protagonista, pentitosi della scappatella, decide di tornare dalla sua amata « &#8230; mi dispiace di svegliarti, forse un uomo non sarò, ma a un tratto so che devo lasciarti, fra un minuto me ne andrò &#8230; », anche se, in parte, le donne furono “vendicate” da Claudia Mori che, in <em>Buonasera dottore</em>, fa la parte dell’amante in una telefonata al suo uomo che cerca di non destare sospetti in un&#8217;epoca senza cellulari e sms. Erano gli anni di Piombo, dove Eugenio Finardi inneggiò alla <em>Musica ribelle</em> «che ti entra nelle ossa, che ti entra nella pelle»; gli Area  avvertivano che «il mio mitra è un contrabbasso che ti spara sulla faccia» (Gioia e rivoluzione); Fabrizio De Andrè ricordava che si poteva «morire per delle idee, ma di morte lenta»; per Gianfranco Manfredi la gioia era « nel prendersi la mano, nel tirare i sampietrini, nell’incendio di Milano, nelle spranghe sui fascisti nelle pietre sui gipponi» (Ma chi ha detto che non c’è) e, allo stesso tempo Claudio Baglioni stava «accoccolato ad ascoltare il mare» (E tu); Angelo Branduardi raccontava che «alla fiera dell’est un topolino mio padre comprò» e Riccardo Cocciante chiedeva a una donna «e adesso spogliati come sai fare tu» (Bella senz&#8217;anima). E, per la buona pace delle femministe, nel 1978 Viola Valentino dichiarò «Comprami, io sono in vendita, e non mi credere irraggiungibile».<span id="more-1385"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/righeira2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1387" title="righeira2" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/righeira2-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Dopo un decennio grigio, buio e violento, l’Italia canora compì una brusca inversione di rotta. Basta con testi politici e sociali; largo al non sense e al disimpegno: è lo specchio degli anni Ottanta, gli anni della Milano da Bere. I cantautori segnarono il passo a favore di brani ballabili, tormentoni che ebbero facile presa sul pubblico. Franco Battiato abbandonò la ricerca musicale e conquistò le hit parade con «Cuccuruccuccù Paloma»; Alberto Camerini, passò dalle canzoni politiche del Parco Lambro al <em>Rock’n’roll Robot</em> del Festivalbar travestito da Arlecchino; poi i Righeira di «Vamos alla playa oh oh-oh-oh-oh»; <em>Un’estate al mare</em> di Giuni Russo dove si vedevano da lontano «gli ombrelloni-oni-oni» e in discoteca, invece di Donna Summer, si ballava il <em>Gioca-Jouer</em> di Claudio Cecchetto e la demenziale <em>C’è da spostare una macchina</em> di Francesco Salvi. Insomma, il trionfo del non-sense e della leggerezza. Negli anni Novanta la canzone italiana tornò d’autore grazie Ligabue, Vasco Rossi, Zucchero, ma la novità fu rappresentata dagli 883, gruppo prodotto da Claudio Cecchetto, la cui forza è l&#8217;orecchiabilità e l&#8217;immediatezza. I brani raccontano di storie di provincia, semplici e genuine, un esempio su tutti è <em>Gli anni</em>: «Stessa storia, stesso posto, stesso bar, stessa gente che vien dentro consuma, poi va… … gli anni delle immense compagnie, gli anni in motorino sempre in due». Poi scoppiò il fenomeno Jovanotti che, dopo un inizio di carriera sull’onda del non sense, riuscì a recuperare diventando portavoce di disagi giovanili e non solo.</p>
<p>Oggi le tecnologie hanno cambiato radicalmente il modo di scrivere e di ascoltare musica, la nostra canzone si è impoverita delle sue qualità poetiche ed è sempre più omogenea con l’offerta internazionale, con il rischio di perdere per sempre i punti fermi della nostra tradizione canora. (<em>3 &#8211; fine</em>)</p>
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		<title>Il primo tormentone compie 30 anni</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jul 2011 20:03:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/07/giocajouer2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1335" title="giocajouer2" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/07/giocajouer2.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>È il 1981 quando Claudio Cecchetto incide il suo primo disco: è Gioca Jouer, che, grazie anche al fatto di essere la sigla del Festival di Sanremo, in poco tempo spopola e diventa uno dei 45 giro più venduti del decennio. Si balla ovunque e lo balla chiunque. Grazie anche a quel successo Cecchetto ottiene i mezzi finanziari che gli permettono di realizzare un sogno a lungo inseguito dopo l&#8217;esperienze radiofoniche  a Radio Milano International e a Studio 105, quella di una emittente tutta sua: e così, nemmeno un anno dopo, il 31 gennaio 1982, nasce Radio Deejay. È stato in assoluto il primo vero “tormentone” della musica italiana. Oggi Gioca Jouer ha compiuto trent’anni e continua a far ballare e divertire la gente: basta una festa un po’ rétro, un ballo di gruppo in un villaggio turistico, una compilation anni Ottanta… …ed ecco che Gioca Jouer arriva puntuale e tutti fanno un accenno al “salutare”, “dormire” o a “autostop” <!--StartFragment--><span style="color: #0000ff;"><span style="font-size: x-small;"><span style="font-family: Arial;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=zE1SeQeZoSA">http://www.youtube.com/watch?v=zE1SeQeZoSA</a></span></span></span></span> <!--EndFragment-->. Tutti ma proprio tutti: la canzone di Cecchetto, infatti, è conosciuta in Italia e nel mondo, tanto che il testo è stato tradotto in cinque lingue: in inglese è cantata da Chris Jones; in francese da Charles Marc Lager; in spagnolo da Juan Ramon Galindo; in tedesco da Cactus Firmus e in cinese da Fu Shuguang. Buon compleanno, Gioca Jouer, ormai siamo diventati bravi che lo facciamo anche solo con la musica.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Undici chili, eppure era portatile</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Mar 2011 22:38:11 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/03/osborne11.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1289" title="osborne11" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/03/osborne11-300x187.jpg" alt="" width="300" height="187" /></a>Una valigetta poco più voluminosa della classica 24 ore, ma comunque di dimensioni idonee al trasporto in aereo come bagaglio a mano, di plastica rigida e dal peso di circa 11 kg. Una volta aperte le serrature e si divide in due ecco la meraviglia: nella parte inferiore, con un layout orizzontale, c&#8217;è un monitor integrato, schiacciato tra due lettori floppy che ha una dimensione di soli 5 pollici ed è capace di visualizzare 52 colonne di testo; la parte superiore della valigetta &#8211; cioè il coperchio – dopo averla opportunamente ruotata si presenta come la tastiera. Un computer dentro una valigia. Si chiama Osborne 1 ed è il primo computer portatile della storia, sicuramente un po’ azzardato definirlo notebook, ma completo di porta parallela per la stampante, porta per il modem e un monitor opzionale: costa, nell’ottobre del 1981, mese in cui è stato commercializzato in Italia, 3 milioni e mezzo di lire (Iva esclusa). <span id="more-1288"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/03/osborne1-side.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1290" title="osborne1-side" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/03/osborne1-side-300x268.jpg" alt="" width="300" height="268" /></a>La macchina riscuote un immediato successo, non certamente per il costo (proibitivo per i più) quanto per la sua compattezza (sì, proprio per quella) e per i quattro programmi offerti in dotazione: un foglio elettronico, un editor di testo oltre ai linguaggi di programmazione MBasic di Microsoft e CBasic di Digital Research. A produrlo è Adam Osborne, fondatore dell&#8217;Osborne Computer Corporation, azienda la cui ascesa e declino sono diventati l’emblema del caos primordiale della Silicon Valley nei primi anni Ottanta. Malgrado alcuni difetti produttivi (sono richiamati di oltre 100 mila computer) l’azienda va a gonfie vele, tanto che a meno di un anno dal lancio si prevedono vendite per oltre 250 milioni di dollari. Pochi mesi dopo, però, arriva la concorrenza: <em>Kaypro II </em><em>che, </em>ad un prezzo più basso dell’Osborne 1, offre le stesse cose e un display da 9 pollici. Adam Osborne corre ai ripari e lancia l&#8217;Executive, più caro del Kaypro e col monitor ancora piccolo, soli 7 pollici. Osborne, fidandosi troppo della possibile fidelizzazione verso il suo brand,n crede di poter imporre alla clientela un prodotto inferiore a un prezzo superiore rispetto a quello della concorrenza, il Kypro II, appunto. Ma così non è stato: i magazzini sono ancora pieni di Osborne 1 e gli ordini dell’Executive che non decollano. All&#8217;OCC cominciano così i licenziamenti che precedono la bancarotta, dichiarata nel settembre del 1983 a fronte di una situazione finanziaria insostenibile: a poco più di due anni dalla nascita, l&#8217;OCC chiude i battenti, avendo alle spalle una crescita senza precedenti e un declino altrettanto fulmineo. La classica onda anomala della Silicon Valley.</p>
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		<title>Tele(cattive)novela</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Feb 2011 18:10:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Negli anni Ottanta, dal Brasile, assieme ai calciatori l’Italia importa anche le telenovela, un genere televisivo fino ad allora sconosciuto che ha caratterizzato la programmazione televisiva delle prima tv private per tutto il decennio. Vanno in onda tutti i giorni, alcune durano 300 puntate, cioè una stagione, altre non hanno una durata predeterminata e vanno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/02/VeronicaCastro11.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1280" title="VeronicaCastro[1]" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/02/VeronicaCastro11.jpg" alt="" width="213" height="217" /></a>Negli anni Ottanta, dal Brasile, assieme ai calciatori l’Italia importa anche le telenovela, un genere televisivo fino ad allora sconosciuto che ha caratterizzato la programmazione televisiva delle prima tv private per tutto il decennio. Vanno in onda tutti i giorni, alcune durano 300 puntate, cioè una stagione, altre non hanno una durata predeterminata e vanno avanti anche per molti anni, cessando le trasmissioni solo quando perdono parecchi telespettatori. Le trame ruotano tutte intorno a storie d’amore, spesso tragiche, e sono concepite per attirare in tempi brevi l’affezione dello spettatore. La prima telenovela trasmessa in Italia è <em>La schiava Isaur</em>a: è il 1982 e va in onda su Retequattro (ancora di proprietà della Mondadori) alle 14. Ottiene un successo clamoroso, tanto che i vertici dell’emittente decidono, nell’aprile dello stesso anno, di tentare a replicare e propongono <em>Dancin’ Days</em>, con Sonia Braga, che in Brasile ha registrato 35 milioni di telespettatori, e anche da noi non è da meno. <span id="more-1274"></span>La scia di Retequattro la segue Rete A, con <em>Anche i ricchi piangono</em> (dove la star è Veronica Castro) e <em>Mariana, il diritto di nascere</em>, trasmesse con grande successo in prima serata (con replica pomeridiana) nel 1983 e nel 1984. L’anno dopo Rete A prova a produrne una italiana: è ingaggiata Veronica Castro per registrare <em>Felicità… dove sei</em>, che si tramuta in un mezzo flop. Dopo il passaggio dalla Mondadori alla Fininvest, Retequattro punta decisamente verso un target femminile: il palinsesto della mattina e del pomeriggio è infarcito da telenovela all’interno del programma <em>Buon pomeriggio</em>, condotto da Patrizia Rossetti, che tra un episodio e l’altro, rivela curiosità e intervista i protagonisti. Verso la fine degli anni Ottanta arrivano anche quelle argentine: la prima è <em>Azucena</em>, che ottiene un buon ascolto, poi è la volta di <em>Topazio</em> che fa registrare il 42% di share grazie soprattutto alla star Grecia Colmenares. Il fenomeno continua fino a metà degli anni Novanta, tra i titoli più seguiti: <em>Marilena</em> con Catherine Fulop, <em>Cuore Selvaggio</em> con Eduardo Palomo che registra picchi di oltre 4 milioni di spettatori, <em>La donna del mistero</em> con Luisa Kuliok e Jorge Martinez, che detiene ancora oggi il titolo di fiction più vista in assoluto della storia di Retequattro: 5.915.000 telespettatori (22.41%) per la puntata del 17 maggio 1991. Oggi Retequattro ha abbandonato la programmazione di telenovele al pomeriggio e in prima serata; sostituita, in ambito nazionale, da Sky Lady Channel che le trasmette 24 ore su 24.</p>
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		<title>Quando i sorcini abbandonarono il predicatore</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Jan 2011 17:23:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Anni Novanta]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/01/Ciao-Nì.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1251" title="Ciao-Nì" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/01/Ciao-Nì-178x300.jpg" alt="" width="178" height="300" /></a>Zerofobia</em>, <em>Zerolandia</em> e <em>EroZero</em>, sono stati per Renato Zero tre dischi che l’hanno consacrato al grande pubblico e gli hanno fatto conquistare le classifiche. Nel 1979 ha girato tutta Italia con il tour <em>Zerolandia</em>, spettacolo di oltre due ore montato sotto un vero tendone da circo, nel quale ha chiamato a raccolta tutti i suoi “sorcini”, deliziati poi col film <em>Ciao Nì</em>, una sorta di documentario sulla sua carriera fino a quel momento. E proprio da quel momento decide di cambiare rotta. Zero entra negli anni Ottanta abbandonando trucchi e cerone, i suoi testi diventano più maturi e riflessivi. La vena creativa non gli manca: in dieci anni pubblica la bellezza di undici album, di cui sei doppi. Nel 1980 esce <em>Icaro</em>, doppio dal vivo, e <em>Tregua</em> (doppio), da molti definito come il suo disco più politico, sia per i temi trattati sia per il titolo, che contiene, tra l’altro, il singolo <em>Amico</em>. L’anno dopo esce un altro doppio album, <em>Artide Antartide</em> (tutt’oggi considerato tra i più riusciti) seguito da <em>Via Tagliamento</em>, sempre doppio, un omaggio al Piper di Roma, locale dove Zero ha mosso i primi passi nel mondo dello spettacolo: il disco è promosso in televisione, grazie alle sigle <em>Soldi</em> e <em>Viva la Rai</em>, nel corso della trasmissione Fantastico. Da qui in poi comincia una parabola discendente: Zero sforna dischi a raffica ma, col passare del tempo, il pubblico si accorge che comincia a mancargli l’ispirazione. <span id="more-1250"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/01/cover_soggetti_smarriti.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1252" title="cover_soggetti_smarriti" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/01/cover_soggetti_smarriti.jpg" alt="" width="198" height="200" /></a>E infatti, nel 1984, esce la sua prima raccolta, <em>Identikit Zero</em>, seguita da <em>Leoni si Nasce</em>, disco poco riuscito. Il periodo buio si fa sempre più fitto: Zero scopre che la sua immagine non è più trasgressiva, che i sorcini non lo seguono più. E se ne accorge soprattutto in occasione del tour <em>Soggetti Smarriti</em>, nel 1986, quando i Palasport delle grandi città vengono sostituiti con teatri di provincia che, però, restano semi vuoti. La parabola artistica tocca il fondo nel 1987 con un nuovo doppio album, <em>Zero</em>, che in classifica non entra nemmeno nelle prime venti posizioni. Zero scompare dalle scene per due anni e si ripresenta alla fine del 1989 con <em>Voyeur</em>, album registrato a Londra che ottiene un discreto successo, grazie al quale – abbandonato definitivamente prediche e travestimenti &#8211; inizia una lenta rinascita che lo ha portato sino all’autocelebrazione, lo scorso anno, con sei megaconcerti a Roma in occasione del suo sessantesimo compleanno.</p>
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