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	<title>Retrovisore &#124; un sito di Luca Pollini &#187; Anni Novanta</title>
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		<title>Totocalcio, nascita e morte del sogno consumista</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 15:41:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/Totocalcio1951.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1155" title="Totocalcio1951" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/Totocalcio1951-211x300.jpg" alt="" width="211" height="300" /></a>È stata la compagna della domenica preferita dagli italiani: raramente baciata o accarezzata, quasi sempre strapazzata, insultata o fatta a pezzi. Ma tant’è, la settimana dopo si voleva ancora passare la domenica in sua compagnia. La schedina del Totocalcio ha accompagnato l’Italia e gli italiani alla rinascita, a sogni milionari: un azzardo innocuo che negli anni Cinquanta infiamma un popolo distrutto dalla guerra ma pronto a scommettere. Così, in pochi anni, la crescita del montepremi cresce rapidamente, quasi come l’industria, il reddito medio e le strade. Il Totocalcio diventa una sorta di emblema del miracolo economico di un Paese ferito a pronto a rialzarsi. È il 1946, l’anno del referendum “monarchia-repubblica”. L’Italia si lecca le ferite di una lunga guerra: circolano pochissime automobili, la maggior parte viaggia in treno, stipati in carrozze di terza classe, e non sono pochi quelli che non sanno se, a fine giornata, riescono a cenare. Senza quella povertà non si capirebbe l’imminente trionfo del nuovo gioco popolare creato da un giornalista, Massimo Della Pergola, aiutato da due suoi colleghi, Fabio Jegher e Geo Molo, inventano “la schedina Sisal”, concorso a premi legato al campionato di calcio che, tra mille difficoltà logistiche, si apprestava a ricominciare con la serie A divisa in due gironi, uno al Nord, l’altro al Sud. <span id="more-1152"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/4950totocalcio.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1156" title="4950totocalcio" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/4950totocalcio-261x300.jpg" alt="" width="261" height="300" /></a>Della Pergola, triestino, dieci anni prima viene licenziato in tronco dal <em>Popolo di Trieste</em> perché di origine ebrea. Rientrato dalla Svizzera, dove si è rifugiato, dopo la Liberazione arriva a Milano. Fonda assieme ai colleghi Jegher e Molo la Sisal, società con un capitale sociale di 300 mila lire, s’inventa la schedina e il concorso a premi (in denaro) legato al campionato di calcio: l’obiettivo è indovinare se in ciascuna delle dodici partite della serie A vincerà la squadra di casa (1), quella ospite (2) oppure sarà pareggio (X). Scrive anche lo slogan con il quale pubblicizza il concorso: «Tentate la fortuna al prezzo di un vermouth»: trenta lire, infatti, è la puntata minima per giocare una colonna. La prima schedina è legata alle partite del 5 maggio 1946: nei bar ne vengono distribuite 5 milioni, quelle giocate sono 34.423 (per sbarazzarsi di quella montagna di carta alla Sisal decidono di distribuire quelle inutilizzate ai barbieri che le usano per pulire i rasoi), l’incasso non arriva a 2 milioni di lire e il montepremi non è di quelli che cambiano la vita: 463.146 lire, che va tutto a Emilio Biasetti, impiegato di Milano, l’unico che indovina la colonna vincente. Ma la febbre del gioco, è risaputo, ha una sua forza autonoma: così, di domenica in domenica, il montepremi cresce. I primi milionari arrivano già all&#8217;ottavo concorso: un disoccupato di Genova e una casalinga di Bologna intascano 1.696.000 lire a testa. Ma il primo a cambiar vita per davvero è Pietro Aleotti, da Treviso che nella primavera del 1947 vince 64 milioni: non si è nemmeno accorto di aver fatto 12, però ha messo il suo nome nella casella dietro la schedina dove, nello spazio professione, ha scritto “artigiano del legno” perché costruisce bare.</p>
<p>In due stagioni la Sisal triplica gli incassi, conquista l’attenzione degli italiani e anche quella dello Stato. All’inizio, prima di andare dal notaio e creare la sua società, Della Pergola cerca di vendere la sua idea al Coni che, però, non ha mai creduto che quella semplice colonna a quadretti dove scrivere 1 X 2 possa produrre soldi da investire nella ricostruzione degli impianti sportivi bombardati. Ora però le cose sono cambiate, le schedine della Sisal sono diventate famose quanto il gioco del Lotto, nei bar la domenica non si parla che di quello e, soprattutto, il montepremi è notevole e fa gola allo Stato: e così, con un decreto, nel 1948 il presidente Luigi Einaudi nazionalizza la schedina, che da questo momento cresce di un pronostico – per vincere bisogna fare tredici – e si chiama semplicemente Totocalcio. Il Coni, da questo momento in poi, incassa un terzo delle giocate, un terzo lo prende l’erario, quello che resta va ai vincitori e, per pagare la trasferta olimpica di Londra, il costo della colonna sale a 50 lire. La prima schedina del Totocalcio “statale” è del 19 settembre 1948. Dalla stagione 1951-52 viene introdotta la doppia colonna che porta la giocata minima a 100 lire; sempre lo stesso anno un provvedimento legislativo contribuisce alla maggiore diffusione del gioco: la legge sull’Imposta Unica (22 dicembre 1951, n.1379) stabilisce che i premi vinti siano al netto delle ritenute. E Della Pergola? Protesta, chiede l’indennizzo e intenta causa allo Stato, al ministero dello Sport, al Coni… Avvocati, carte bollate, udienze, giudici, avanti e indietro per anni dalle stanze dei tribunali: una causa infinita che non porta a niente. E così, nel 1954, si convince che vincere una causa contro lo Stato è un’impresa improba e, dopo aver gestito, sempre attraverso la Sisal, il Totip, concorso-pronostico sulle corse dei cavalli sempre con formula con 1 X 2, nel 1954 torna a tempo pieno al giornalismo. È assunto dalla <em>Gazzetta dello Sport</em>, allora diretta da Bruno Roghi, con la qualifica di caporedattore responsabile del calcio.</p>
<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/00f3e32f2.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-1161" title="00f3e32f" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/09/00f3e32f2.gif" alt="" width="240" height="200" /></a>Negli anni Cinquanta i milionari della domenica diventano un fenomeno di costume, tanto che se ne occupano i rotocalchi: vengono realizzati servizi su gente comune che, grazie alla schedina, diventa famosa perché il Totocalcio gli ha cambiato la vita. Tra questi c’è Giovanni Mannu, minatore sardo, che ha realizzato un tredici da 77 milioni, ripreso mentre entra nel palazzo degli uffici del Totocalcio di Roma con le braccia al cielo come se stesse tagliando un traguardo. Diventa famoso anche il ferroviere Giovanni Cappello che, davanti alla cinepresa, fa frusciare i pacchi di banconote da 10 mila lire formato “lenzuolo”. Copertina anche per la signora Giovanna Taro, prima donna “milionaria”, che grazie ad aver previsto la sconfitta dell’Inter a Catania, contro il parere del figlio e del marito, incassa 60 milioni dell’unico tredici di quella domenica. A superare il tetto della vincita a nove cifre è una coppia di amici, Luigi Piacenza e Renzo Pinferri di Prato, che il 25 ottobre 1953 incassano 104 milioni. Anche loro, come Mannu, Cappello e la signora Taro, vengono travolti dall&#8217;improvvisa ricchezza e soffocati dall’abbraccio di amici e parenti. Un affetto improvviso e non sempre sincero, e per questo motivo, oltre che per sfuggire all’esattore delle tasse, i vincitori cominciano a diventare anonimi e aggirano l&#8217;obbligo di pagamento nominale della vincita affidando la riscossione ad avvocati, notai e banche. I sogni da realizzare? Sono uguali per tutti: una nuova cucina, l’automobile, la licenza del negozio e l’aiutino ai parenti. La beneficenza non è ancora di moda. Nel 1977 si supera il muro del miliardo di lire: al concorso numero 19, il 31 dicembre, l’unico tredici si porta a casa un miliardo e 185 mila lire. Il fortunato tredicista, però, finisce male: lascia il lavoro da impiegato e prova a inventarsi imprenditore. Fallisce pochi anni dopo travolto dai debiti, è abbandonato dalla moglie e muore travolto da un treno. La schedina diventa ben presto uno degli emblemi del sogno consumista. Ogni domenica, infatti, tutti possono cambiare la vita; la ricchezza del montepremi si moltiplica di anno in anno, attirando sempre nuovi giocatori, anche chi di calcio non ne capisce nulla, uomini e donne, anziani e bambini. Negli anni Ottanta e Novanta il Totocalcio distribuisce fino a mille miliardi di lire ogni stagione. L’anno dei record è il 1993: la vincita più alta in assoluto è quella del 7 novembre, concorso n. 13, quando tre schedine con un 13 e cinque 12 &#8211; giocate a Crema, Patti Marina (Messina) e in un autogrill sull’autostrada Napoli-Salerno &#8211; regalano ai loro possessori 5.549.756.245 lire; pochi mesi più tardi si ha il montepremi più ricco: il 5 dicembre ai giocatori vengono distribuiti la bellezza di 34.475.852.492 di lire.</p>
<p>E il declino, forse, comincia proprio da lì, da quei superpremi. Le cause sono tante: la moltiplicazione dei concorsi (sull’onda del successo nascono il Totogol e l’Intertoto), i montepremi astronomici del Superenalotto, la legalizzazione delle scommesse, i gratta e vinci, l’immensità del tavolo da gioco di internet. Il 24 agosto 2003 è la “domenica nera” del Totocalcio, il premio più basso della sua storia: ai quasi cinquantacinquemila “14” (dal campionato 2003 il gioco è infatti passato da 13 a 14 partite) due euro di premio ciascuno. Certo, era una domenica molto particolare, c’era stato lo sciopero del calcio, i risultati decisi a tavolino. Eppure quel risultato è suonato come la campana dell’ultimo. E oggi gli adolescenti, anche quelli più patiti di pallone, sanno a malapena cosa sia quell’antonomasia che affiora nel linguaggio degli adulti «Ma che, hai vinto al Totocalcio?».</p>
<p>(Scritto per Focus Storia, settembre 2010)</p>
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		<title>Sanremo, da sessant&#8217;anni specchio d&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 15:08:19 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/50-Nilla-Pizzi.gif"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-998" title="50 Nilla Pizzi" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/50-Nilla-Pizzi-150x150.gif" alt="" width="150" height="150" /></a>Sanremo è il “grande evento” necessario e prestigioso, che riassume le trasformazioni del nostro Paese, le sue inerzie, le sue sedimentazioni culturali, sociali e politiche. In Italia la musica leggera è un bene di consumo popolare che, come pochi altri, riflette l’immagine che una società vuol dare di sé. E per questo motivo che il Festival si è trasformato rapidamente nello &#8221; specchio dell&#8217;Italia&#8221;. Ogni anno dal suo palcoscenico si capisce lo stato del Paese, sotto tutti i punti di vista: sociale, politico, economico. Le coordinate le offrono le canzoni, i presentatori, le vallette, gli ospiti, l’arredamento, i vestiti. Tutto.<span id="more-997"></span></p>
<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/50-Modugno.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-999" title="50 Modugno" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/50-Modugno-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><strong>Anni Cinquanta &#8211; GLI INIZI <span style="font-weight: normal;">Nei primi anni Cinquanta, quando il Paese sta ancora cercando di rialzarsi dalla Guerra, la canzone italiana vive uno dei suoi momenti difficili: la maggioranza della popolazione, che ancora parla solo dialetto, non comprende a fondo i significati dei testi delle canzoni e, dall’estero, arrivano i ritmi latino-americani, balli come la rumba e la samba invadono le balere e fanno concorrenza ai nostri balli lisci. Durante l’estate del 1950, in una Sanremo ancora mal ridotta dalla guerra, s’incontrano Pier Bussetti, gestore del Casinò, e Giulio Razzi, maestro dell’Orchestra della Rai. I due hanno la passione per la canzone italiana e decidono di organizzare, subito dopo le feste natalizie, un festival dove presentare canzoni inedite. E così, il 29 gennaio 1951, si svolge la prima edizione del Festival di Sanremo. A presentarlo è Nunzio Filogamo, che saluta il pubblico radiofonico (la radio trasmette in diretta la manifestazione, la tv ancora non c’è) con una frase che diventa proverbiale: «Cari amici vicini e lontani, buonasera». Questa edizione la vince Nilla Pizzi con <em>Grazie dei fior</em>. Il disco vende oltre 36.000 copie, la gente fischietta le canzoni proposte, i cantanti diventano famosi. Il Festival ha riscontrato un successo sopra alle più rosee previsioni e così l’anno dopo si replica: vince ancora Nilla Pizzi con <em>Vola colomba</em> (che diventa la Regina del Festival), che si trasforma in canzone simbolo tra gli emigranti che vanno a cercare fortuna oltre oceano. Si registra già il primo “scandalo”: il testo della canzone <em>Papaveri e papere</em> è considerato offensivo verso la classe politica, considerata “troppo alta e intoccabile” dalla gente comune, i paperi. Se Nilla Pizzi è la Regina, Claudio Villa, vincitore a 29 anni, è il Reuccio, ma il vero personaggio simbolo del decennio è Domenico Modugno che si aggiudica due edizioni consecutive con brani che diventano pietre miliari della storia della nostra canzone: <em>Nel blu dipinto di blu</em> (passata alla storia come <em>Volare</em>) salutata con ovazione e sventolio di fazzoletti dalla platea, e <em>Piove</em> (famosa come <em>Ciao ciao bambina…</em>). Modugno sul palco spalanca le braccia e invita tutti a “volare”: la gente lo segue e l’Italia della canzone cambia; soprattutto perché sono cominciate le trasmissioni televisive (1954) e il Festival, oltre che ascoltare, ora si di può anche guardare. Comincia così la lenta trasformazione dei cantanti in divi.</span></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/60-Tenco-copia.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1002" title="60 Tenco copia" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/60-Tenco-copia-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Anni Sessanta &#8211; IL BOOM <span style="font-weight: normal;">Il boom della canzone italiana coincide con quello economico. E Sanremo è il maggior artefice. Sul suo palcoscenico passano tutti i big, perché se vuoi avere successo, il Festival diventa una tappa obbligata: sia per i cantanti sia per i presentatori (debuttano Mike Bongiorno e Pippo Baudo), perché la kermesse canora è diventata uno dei principali avvenimenti televisivi dell’anno. Da registrare la vittoria di Tony Dallara con <em>Romantica</em>, il crollo nervoso del superfavorito Domenico Modugno (non si presenta sul palco la serata finale) e il debutto di cantanti del calibro di Mina, Lucio Dalla, Adriano Celentano (che sta facendo il servizio militare a Torino e, per poter presenziare, gli viene concessa una licenza: la sua interpretazione di <em>24.000 baci</em> fa scandalo perché, cantando, dà le spalle al pubblico), Ornella Vanoni. Mina, è la cantante più amata, sta mietendo successi ma a Sanremo non è più invitata a partecipare perché aspetta il figlio da un uomo col quale non è sposata. Come contraltare arriva Gigliola Cinquetti che a 16 anni, nel 1964, vince con <em>Non ho l’età</em>, inno dell’innocenza; seguita, l’anno successivo da una specie di “Elvis de noantri”, Bobby Solo. Sanremo, s’è detto, lo specchio d’Italia: e allora ecco che sul palco salgono esponenti beat (Caterina Caselli) capelloni (Equipe 84, Rokes), cantautori (Lucio Dalla, Gino Paoli, Lucio Battisti) e contestatori (Antoine, Giganti), ma a vincere sono sempre le “solite” canzoni dalle rime «cuore/amore»: Domenico Modugno, Iva Zanicchi, Claudio Villa, Gigliola Cinquetti; musica che – osannata dal pubblico e da parte della critica – fa compiere a Luigi Tenco un gesto estremo. Nel 1967 il suo brano <em>Ciao amore, ciao</em> non è ammesso alla finale, si classifica al dodicesimo posto nel voto popolare. Il cantante torna in albergo, l’Hotel Savoy, si chiude nella sua stanza, la 219, e scrive un biglietto: «Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt&#8217;altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda <em>Io tu e le rose</em> in finale e a una commissione che seleziona <em>La rivoluzione</em>. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi » e si spara un colpo di pistola alla tempia.</span></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/70-Anna-Oxa.jpeg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1003" title="70 Anna Oxa" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/70-Anna-Oxa-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Anni Settanta &#8211; IL DECLINO <span style="font-weight: normal;">Gli anni di piombo, la controcultura, la contestazione giovanile si fa sentire anche al Festival che, per quasi tutto il decennio, non riesce più a suscitare l’interesse del pubblico, dei media e viene snobbato persino dalla tv. I Settanta sono gli anni del boom dei cantautori (De Gregori, Venditti, Vecchioni, Finardi, Bennato) che se ne guardano bene di avvicinarsi – nemmeno per sbaglio – alla kermesse sanremese. Il decennio si apre con la vittoria di Celentano che, in coppia con la moglie Claudia Mori, presenta una canzone in tema a quegli anni di protesta,<em> Chi non lavora non fa l’amore</em>. Quello del 1971, vinto a sorpresa da Nada (debuttante l’anno precedente a soli 15 anni) con <em>Il cuore è uno zingaro</em>, è l’ultimo dei Festival di un certo spessore, ed è anche quello che registra il maggior numero di telespettatori: 26 milioni e 300 mila. L’Italia sta vivendo un momento delicato: si spara per le strade, scoppiano bombe, la violenza sta dilagando e le canzoni di Sanremo, sempre zeppe di rime «cuore/amore», sono decisamente fuori tema. Nonostante venga cambiata la sede, dal Casinò ci si trasferisce all’Ariston il tempo sembra si sia fermato: i vincitori sono sempre i soliti noti, Iva Zanicchi, Nicola Di Bari, Peppino Di Capri. Il fondo viene toccato nel 1975 quando alla gara partecipano solo debuttanti: vince la venticinquenne Gilda, al secolo Rosangela Scalabrino, nata a Masserano in provincia di Vercelli. Gilda prova a partecipare l’anno prima – con la stessa canzone, La ragazza del Sud – ma viene eliminata alle selezioni; ci riprova nel 1975 e non solo passala selezione, ma vince. Le vendite dei dischi del Festival andarono malissimo: in tutto furono vendute solo 45.000 copie. L’anno dopo si fa una rapida retromarcia e si torna all’antico, ma inutilmente: il Festival ha perso lo smalto di un tempo. Solo verso la fine del decennio, sul palcoscenico si nota qualcosa di interessante: Anna Oxa, Rino Gaetano.</span></strong></p>
<p><strong>Anni Ottanta &#8211; LA RINASCITA <span style="font-weight: normal;">L’Italia esce stremata dagli anni Settanta, decennio “di piombo”, e comincia gli Ottanta con la voglia di cambiare passo.  Sono gli anni “della Milano da bere”, dell’edonismo esasperato e del disimpegno, della “leggerezza”, in contrapposizione alla “pesantezza” dei Settanta: largo, quindi, all’evasione e al non-sense; porte chiuse, invece, all’impegno e alle ideologie. Anche Sanremo esce dal buio: il ritorno dei big della canzone, ospiti stranieri di grosso calibro fanno sì che la manifestazione torni a imporsi come evento importante seguito dal grande pubblico. A parte il gioco di squadra della Baby Record, piccola ma aggressiva casa discografica che investe decine di milioni di lire in schedine Totip pur di far prevalere i suoi cantanti (e ci riesce con Ricchi e Poveri, Al Bano e Romina Power e Toto Cutugno), sul palco torna a prevalere la qualità. Vincono Alice, Eros Ramazzotti, il trio – un po’ ruffiano a dir la verità -  Morandi-Ruggeri-Tozzi, la coppia  &#8211; ruffiani anche loro ma bravissimi &#8211; Anna Oxa-Fausto Leali; e si fanno notare – sia per la canzone sia per l’interpretazione &#8211; Fiorella Mannoia, Vasco Rossi, Zucchero, Mia Martini, gli Stadio, Raf, Jovanotti, Rossana Casale, Ron. Ma non basta: tutti gli anni al Festival fanno tappa i big internazionali del momento: sul palco nell’Ariston hanno cantato Duran Duran, David Bowie, Phil Collins, Sade, Spandau Ballet, Queen, Art Garfunkel, Ray Charles &amp; Dee Dee Bridgewater… solo per citarne alcuni. Dopo il Festival si vendono camionate di dischi e le date per i cantanti sono assicurate per tutta l’estate: Sanremo, oltre a se stesso, rilancia l’intera industria dello spettacolo.</span></strong></p>
<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/90-Baudo.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1004" title="90 Baudo" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/90-Baudo-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a> <strong>Anni Novanta &#8211; LA TRASFORMAZIONE <span style="font-weight: normal;">Con gli anni Novanta il Festival si affida alla tv che, lentamente, comincia a trasformarlo in evento televisivo. E così i presentatori, le vallette, gli “ospiti” del mondo dello spettacolo (e non solo) prendono il sopravvento e tolgono sempre più spazio alla musica. Alcune edizioni vengono “appaltate” da big che partecipano per rilanciare una carriera (è il caso dei Pooh, Riccardo Cocciante, Luca Barbarossa, Ron); altre sono vinte “meritatamente” (Anna Oxa, Giorgia); altre da vere e proprie meteore: è il caso di Aleandro Baldi, Annalisa Minetti e Jalisse, che – appena spente le luci del Festival, tornano nell’anonimato più assoluto. Ma ormai a Sanremo, oltre che la musica, si “vende” e si promuove di tutto: il re dei “venditori” è Pippo Baudo, che ha condotto il festival cinque volte in dieci anni e che nel 1995 salva un uomo che minaccia di suicidarsi gettandosi dalla balconata del teatro perché disoccupato, il tutto – ovviamente – accade in diretta tv e non sono pochi i dubbi riguardanti l&#8217;autenticità del fatto, sempre riconosciuta dal conduttore. Ma che la strada imboccata dall’organizzazione del Festival  – ormai totalmente in mano alla Rai &#8211; è senza ritorno lo si capisce dall’ultimo presentatore del decennio: Fabio Fazio, che al suo fianco chiama Laetitia Casta e il premio Nobel Renato Dulbecco (!) e, come ospite, ha chiamato Mikhail Gorbaciov e il fratello di Clinton che ha suonato in sax. Che c’entra tutto questo con Sanremo? Niente, ma fa ascolti, tanto che la manifestazione è “spalmata” su cinque serate, tutte trasmesse in diretta da Raiuno. E la musica? Si adegua.</span></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/00-Elisa.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1005" title="00 Elisa" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/02/00-Elisa-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Anni Zero  &#8211; TRASMISSIONE TV <span style="font-weight: normal;">Cambia il decennio, e persino il secolo: ma non la rotta del Festival, che resta sempre più imprigionato dalla televisione e, soprattutto, dai suoi ascolti. La manifestazione si è trasformata da gara canora a trasmissione televisiva e la musica è ormai solo un contorno: l’ascolto è fondamentale, non quello della canzone. Fazio porta al termine il suo “biennio” con fatica e portandosi dietro un mare di critiche. I vertici della Rai capiscono di essere andati troppo in là con la “sperimentazione” e tornano sui loro passi, chiamando a condurre Raffaella Carrà e l’inossidabile Pippo Baudo. Ma gli ascolto non crescono. Allora si tenta la carta di Simona Ventura (nel 2004 fresca dal successo de “L’isola dei famosi”); Paolo Bonolis, il nuovo signore dello share; Giorgio Panariello, reduce da ascolti altissimi dal sabato sera: i cachet, per presentatori, vallette e ospiti, crescono a dismisura, e la musica è sempre più relegata in un angolo. Ed è un peccato, perché – a volte &#8211; si comincia a sentire qualcosa di buono come Avion Travel (che – addirittura – riescono a vincere); Elisa (vincitrice pure lei), Samuele Bersani, Sergio Cammariere, i Negrita, Cristiano De Andrè, Daniele Silvestri. I cantanti devono però farsi spazio tra il ciclista Mario Cipollini e la figlia di Gandhi, l’attore Will Smith e il pugile Mike Tyson, tutti personaggi ingaggiati in nome dello share, che – soprattutto per la serata finale, tocca picchi da record, sfiorando il 70 per cento! Vincono gli ascolti &#8211; o meglio, vincevano, perché le ultime edizioni hanno registrato un calo vistoso &#8211; ma sconfitta è sicuramente la musica: dischi non se ne vendono più, e non è solo per colpa della rete, ma perché troppo spesso le canzoni presentate non davvero brutte (chi si ricorda il ritornello di <em>La forza mia</em>, l’ultima canzone vincitrice cantata da Marco Carta?) e i big della musica italiana hanno ripreso a disertare il Festival.</span></strong></p>
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		<title>Musica tra svolte e trasformismi/3</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 21:03:22 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-965" title="ALBERTO CAMERINI" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2010/01/ALBERTO-CAMERINI-150x150.jpg" alt="ALBERTO CAMERINI" width="150" height="150" />Alberto Camerini</strong> Brasiliano d’origine, dopo aver collaborato nei dischi di Eugenio Finardi e Claudio Rocchi (ha un’abilità a suonare la chitarra fuori dalla norma) nel 1976 incide, per l’etichetta Cramps di Gianni Sassi, <em>Cenerentola e il pane quotidiano</em>. Nel 1978 esce <em>Comici cosmetici</em>, il suo lavoro migliore caratterizzato da ironia e creatività che riescono a fondersi nella politica e nell’impegno. All’inizio degli anni Ottanta Camerini lascia la Cramps, firma per la CBS e si affida alle cure “elettroniche” di Roberto Colombo che crea il personaggio dell’arlecchino robotico. Nei lavori successivi le ballate sudamericane degli inizi lasciano il posto a ritmi ska e reggae elettronici: scala le classifiche con <em>Serenella</em>, <em>Skatenati</em>, <em>Sintonizzati con me</em>, <em>Rock’n’roll robot</em>, e si aggiudica Dischi d’oro. <span id="more-964"></span>Nell’84 si presenta a Sanremo con una canzone, <em>La bottega del caffè</em>, che non convince e il pubblico inizia a voltargli le spalle. Camerini si isola dal mercato discografico per tornare nel 1995 con <em>Dove l’arcobaleno arriva</em>, dove ritorna alla musica brasiliana, alle armonie tropicali.</p>
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		<title>De Benedetti, pioniere della nuova Italia</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jul 2009 13:19:54 +0000</pubDate>
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<p class="MsoNormal"><img class="alignleft size-full wp-image-717" title="big_debenedetticarlo" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/07/big_debenedetticarlo.jpg" alt="big_debenedetticarlo" width="217" height="296" />Carlo De Benedetti nel 1976 ha la fama di essere un manager dinamico e pieno di talento, tanto che l’ex compagno di scuola Umberto Agnelli e suo fratello Gianni lo chiamano con loro alla Fiat. Appena messo piede in Corso Marconi è subito soprannominato “la Tigre”, per la ferocia con cui tratta i vecchi dirigenti. Lo stesso Avvocato più di una volta cerca di placarlo. Una mattina, incontrandolo in corridoio, gli dice: «Ingegnere, non le manca nulla: è giovane, bello, ha soldi. Perché non pensa un po’ anche a divertirsi?» Ma lui è fatto così e capisce che lì non è aria. E, dopo appena 100 giorni, se ne va dalla Fiat sbattendo la porta. Fonda la <strong>Cir</strong> (Compagnie Industriali Riunite), trasformando una piccola conceria in una delle più importanti holding private italiane e, poco dopo, la Cofide (Compagnia Finanziaria De Benedetti). Nel 1978 si assicura una partecipazione importante alla Olivetti ed è nominato amministratore delegato portandola in attivo in poco tempo e, forte di questa esperienza, comincia ad acquistare altre aziende in difficoltà. <span id="more-715"></span><img class="alignleft size-full wp-image-718" title="olivetti_m24_1" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/07/olivetti_m24_1.jpg" alt="olivetti_m24_1" width="350" height="402" />Nel 1983 conclude un accordo con l’americana AT&amp;T, in base al quale il gigante americano delle telecomunicazioni diventa azionista primario della Olivetti, un’alleanza strategica per gli anni a venire. Due anni dopo, quando i prezzi delle azioni italiane cominciano a salire, capisce meglio di ogni altro il significato della nuova fase del mercato azionario italiano e, soprattutto, è in grado di tradurre questo mutamento a suo profitto, tanto che – “usando” il mercato – riesce a mettere in cassa oltre 3.000 miliardi di lire; il tutto senza mai varcare la porta di Mediobanca per chiedere aiuti appoggi o suggerimenti. La Cir, ormai, conta più di 10 mila dipendenti. Decide che è il momento di togliersi qualche sassolino dalle scarpe e ributtarlo al mittente, la famiglia Agnelli. Nel gennaio del 1985 Mediobanca sta per definire la vendita della <strong>Buitoni</strong> e della sua controllata Perugina al gruppo alimentare francese Bsn, che – nel disegno di Cuccia – sarebbe poi diventata un’azienda partner del Gruppo Fiat. Mancano poche ore alla firma del contratto quando De Benedetti, attraverso un suo emissario, fa pervenire ai Buitoni un’offerta più alta, assicurandosi il gruppo alimentare italiano. È un periodo d’oro per lui e per le sue aziende, è riconosciuto dall’élite del mondo finanziario internazionale e attirare a sé investitori preziosi. Diviene membro dell&#8217;European Advisory Committee del New York Stock Exchange, azionista di maggioranza della <strong>Sme</strong>, azienda proprietaria dei marchi Motta, Alemagna, Bertolli, supermercati Gs e Autogrill. L&#8217;investimento è di 497 miliardi di lire per il 64% delle azioni, operazione controversa e al centro di aspre polemiche visto che la capitalizzazione è pari a 1.300 miliardi di lire. Gli attacchi agli Agnelli proseguono: parla della Fiat e di Mediobanca come di un «sistema feudale» che favorisce la proprietà personale o familiare di società in contrasto con il concetto americano di azionariato pubblico. Anche il modo di gestire le aziende è completamente rivoluzionario: per De Benedetti operai e sindacati non sono i nemici; ascolta e tratta con tutti anche col Pci; per i manager introduce il sistema di incentivo legato agli utili, mai visto prima in Italia. Nel 1986 è convinto di essere alle soglie di una “rivoluzione sociale” nella finanza italiana perché milioni di italiani cominciano a seguire, per la prima volta, l’andamento del mercato azionario. Per lui il lavoratore è insieme un contribuente, un risparmiatore e un consumatore: «se riconosciamo questo &#8211; dichiara &#8211; l’anacronistica idea italiana di coscienza di classe può finire nella spazzatura». Ormai è il pioniere della “nuova Italia”, il profeta della rivitalizzazione della nostra economia, il suo viso riempie le copertine italiane ed estere. E poi, se per tutti Gianni Agnelli è l’Avvocato, lui diventa l’Ingegnere. Una consacrazione che lo spinge ancora a prendersi qualche rivincita. In un’intervista a un giornale statunitense, rispondendo a una domanda sul rispetto dell’economia verso Gianni Agnelli risponde: «Io sono un industriale tutto il giorno. Lui non so: certo non si può essere industriale e playboy, sono due cose che non stanno insieme». E a novembre, a Roma, in occasione dell’European Business Forum, davanti a una platea di banchieri e industriali di tutto il mondo (e davanti all’Avvocato) parla esplicitamente di “rottura positiva” nel capitalismo italiano: «si è disintegrato un sistema irrigidito attorno a pochi poli di natura familiare o pubblica, che in passato aveva monopolizzato la crescita del mercato capitale riducendone le potenzialità. Sono in atto nuove fusioni, caratterizzate da una maggiore presenza sul mercato e, di conseguenza, dalla creazione di un sistema più articolato e pluralistico». Parole forti, che non sono rimaste nelle orecchie degli Agnelli e di Cuccia. Intanto lo shopping continua e nel 1987 Cir assume un ruolo di rilievo nel gruppo Mondadori che, nel 1989, assume il controllo del gruppo Espresso e, quindi, anche del quotidiano <strong>La Repubblica</strong>. Olivetti, intanto, è il secondo produttore mondiale di personal computer e il titolo, in Borsa, raggiunge il suo massimo storico. All&#8217;Ingegnere, l’Italia comincia a andargli stretta, ambisce a un ruolo in Europa e nel gennaio 1988 tenta l’assalto alla Société Générale de Belgique, un gigantesco gruppo con base a Bruxelles da cui dipende circa un terzo dell’economia belga. Convinto di avere la vittoria in mano, De Benedetti il 14 aprile, in occasione dell’assemblea degli azionisti, si accorge di avere sbagliato i calcoli e di non riuscire a raggiungere la maggioranza: un errore che gli costa 1.000 miliardi di lire. Nel 1993, in piena bufera Tangentopoli, presenta al pool di Mani Pulite un memoriale in cui ammette il pagamento di 10 miliardi di lire in tangenti ai Partiti di governo e funzionale all&#8217;ottenimento di una commessa dalle Poste, consistente in telescriventi e computer. È iscritto nell’elenco degli indagati ma non viene mai a processato. </p>
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		<title>Trabant, resta il nome cambia la storia</title>
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		<pubDate>Wed, 13 May 2009 14:10:09 +0000</pubDate>
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<p class="MsoNormal"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-625" title="wall-trabant" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/05/wall-trabant-150x150.jpg" alt="wall-trabant" width="150" height="150" />C’era da aspettarselo. Dopo il “nuovo” Maggiolino, la “nuova”Mini, la “nuova” Cinquecento e l’annuncio che Citroen lancerà la “nuova” Ds, ecco che arriva la “nuova” Trabant, l’auto simbolo della Germania dell’Est comunista. Una follia? Forse no, visto che tutt’oggi in Germania è il secondo modello di auto più rubato dietro alla Porsche. Il fascino del brutto, d’altra parte, è sempre esistito.<span>  </span>La Trabant è stata un’auto unica: soprannominata “l’ammazzaforeste” grazie al mostruoso tasso d’inquinamento che sprigionava il suo vecchio motore a 2 tempi di 500 cm<sup>3</sup>, era disponibile solo in tre colori (crema, blu o verde pastello), non raggiungeva i 100 orari e aveva una carrozzeria plastica che conteneva fibre di cotone (non solo per risparmiare: all&#8217;epoca l&#8217;acciaio era merce rara).<span id="more-618"></span><img class="alignleft size-medium wp-image-627" title="vecchia-trabant-02" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/05/vecchia-trabant-02-300x190.jpg" alt="vecchia-trabant-02" width="300" height="190" />  Inizialmente la sua denominazione era quella di <em>AWZ </em>(Automobilwerk Zwickau):  il nome Trabant (che significa compagna di viaggio; così come il termine russo Sputnik, lanciato nello stesso anno in Unione Sovietica) viene utilizzato per la prima volta nel 1957. Nei piani industriali della Germania dell&#8217;Est doveva essere un motoveicolo, una sorta di Ape Car. Dopo tre milioni di esemplari pressoché identici (era lunica alternativa “privata” al trasporto pubblico nella Ddr), all’indomani della caduta del Muro di Berlino, il 30 aprile del 1991, la Trabant <span> </span>termina la produzione diventando subito così un oggetto di culto per collezionisti, basti pensare che esistono 160 club a lei dedicati. Non prima però di strabiliare il mondo superando brillantemente, alla fine degli anni Novanta, il famoso <em>test dell’Alce</em> (prova di stabilità condotta effettuando &#8211; con la vettura in movimento &#8211; una sterzata brusca come se si dovesse evitare un animale che attraversasse la strada improvvisamente) che auto ben più blasonate e tecnologicamente avanzate, come ad esempio <span> </span>la Mercedes Classe A, non riuscirono a passare. </p>
<p class="MsoNormal"><img class="alignright size-medium wp-image-628" title="nuova-trabant03" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/05/nuova-trabant03-300x200.jpg" alt="nuova-trabant03" width="300" height="200" />La prossima Trabant, a parte il nome, non avrà praticamente nulla in comune con la vecchia: prodotta dalla BMW, sarà più lunga di un metro, realizzata con tecnologie moderne e costerà dai 20 mila ai 30 mila euro. Meno “auto del popolo”, quindi, e più fascino vintage.</p>
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		<title>Sessant&#039;anni in punta di dito</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Mar 2009 13:40:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-575" title="subbuteo-10-mod" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2009/03/subbuteo-10-mod-150x150.jpg" alt="subbuteo-10-mod" width="150" height="150" />Sessant’anni fa, in Inghilterra, di coperte militari ce n’erano tante, la guerra era appena finita e non si sapeva bene cosa fare. E così, a Peter Adolph, un soldato tifoso dei Queen Park Rangers, venne l’idea di trasformarla in un campo di calcio. Verde era verde, con un gessetto bianco tracciò le righe, i giocatori erano pezzetti di cartone incollati su un piedistallo di gomma e la palla era un galleggiante da pesca di sughero. E iniziò a giocare con ex commilitone. Pochi mesi dopo, con qualche piccola modifica, Adolph si presentò all’ufficio brevetti: chiese di registrare il suo gioco con il nome di Hobby, non glielo permisero perché troppo generico, e così scelse Subbuteo. <span id="more-574"></span>Uscito dall’ufficio si recò alla redazione di Comic Boy, giornale per ragazzi, e mise un annuncio per vedere di riuscire a vendere qualche scatola. La settimana dopo risposero in 4mila! Verso la fine degli anni Sessanta Adolph non riuscì più a stare dietro alle richieste e così vendette il brevetto alla Waddingtons: da quel momento cominciò a diffindersi la malattia del Subbuteo. La scelta delle squadre è vastissima, nel catalogo sono disponibili oltre 800 club di tutto il mondo; è il primo gioco con gli ‘optional’: si può abbellire il campo con tribune, pubblico, riflettori, spogliatoi, guardalinee, allenatori, panchine, ci sono vari tipi di palloni, di caciatori speciali per battere le punizioni o i corner, così come i portieri… È stato un crescendo di appassionati, nel mondo se ne contano 7 milioni, fino all’arrivo dei videogame negli anni Novanta. Il Subbuteo, però, ha continuato a vivere su internet grazie al quale si organizzano campionati, raduni e scambi di squadre e gadget, tranne la coperta verde.</p>
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		<title>GUEST</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Oct 2008 14:09:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Manuel Gandin, amico e collega, mi regala questo articolo dove &#8211; lucidamente e a freddo &#8211; analizza i fatti accaduti sugli spalti a Sofia durante la partita di calcio Bulgaria-Italia. E ricorda a noi, e a Gigi Riva, che più di una volta l&#8217;Italia si deve vergognare dei propri tifosi. La memoria corta di Rombo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Manuel Gandin, amico e collega, mi regala questo articolo dove &#8211; lucidamente e a freddo &#8211; analizza i fatti accaduti sugli spalti a Sofia durante la partita di calcio Bulgaria-Italia. E ricorda a noi, e a Gigi Riva, che più di una volta l&#8217;Italia si deve vergognare dei propri tifosi.</em></p>
<p><strong>La memoria corta di Rombo di Tuono</strong></p>
<p>di Manuel Gandin</p>
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<p class="MsoNormal"><span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/10/gigi_riva-268x201_6c28bd3171a991c88f87305c109b6ac52.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-331" title="gigi_riva-268x201_6c28bd3171a991c88f87305c109b6ac52" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/10/gigi_riva-268x201_6c28bd3171a991c88f87305c109b6ac52-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Gigi Riva dice che lui è nell’ambiente della Nazionale di calcio dal 1963 e che certe cose non le aveva mai viste, riferendosi ai tifosi fascisti che hanno seguito l’Italia in Bulgaria. Allora, precisiamo: i tifosi fascisti sono sempre esistiti. È che è cambiato il modo di intendere la partita di calcio in generale, e quella della Nazionale in particolare. Quando Riva segnava con la maglia azzurra numero undici, i tifosi non erano stati ancora istigati a una sorta di farsesco senso di italianità che fa ribrezzo (facce dipinte e urla belluine su improbabili elmi di Scipio) ma che porta dritti dritti fino a Sofia. Nessuno, ai tempi di Riva, si faceva problemi se i giocatori non cantavano l’inno, perché saggiamente si pensava che la cosa migliore fosse che quegli undici dessero tutto in campo, facendo ciò per cui erano lì: tirare calci al pallone e non canticchiare stonando.<span id="more-327"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/10/20050410_croci_celtiche_ap_400x262.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-332" title="20050410_croci_celtiche_ap_400x262" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/10/20050410_croci_celtiche_ap_400x262-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Ci siamo molto divertiti a passare, in soli quattro anni, dai pomodori lanciati al pullman della Nazionale di ritorno dall’Inghilterra, dopo la sconfitta con la Corea del Nord (1966) ai fischi a Fiumicino contro Valcareggi perché riuscì soltanto ad arrivare secondo dietro al formidabile Brasile di Pelé e Rivelino, Carlos Alberto e Gerson, Felix e Tostao, Jairzinho e Clodoaldo (1970). Riva ha già dimenticato? Eppure, allora, i giocatori ci rimasero molto male. Credevano di aver fatto cose belle, ma i tifosi non erano d’accordo. E Riva dovrebbe ricordare anche di Cagliari, la sua Cagliari, quando la Nazionale, nel 1971, siccome aveva perso in casa contro la Spagna per 2-1 – in un’amichevole, si badi bene – dovette scappare al fischio finale negli spogliatoi cercando di evitare il fitto lancio di arance del pubblico. Perché, si sa, perdere non è ammesso…</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Riva dice che non ricorda episodi come quelli bulgari ma dov’era quando negli stadi italiani gli arbitri venivano inseguiti e costretti a sospendere le partite? In un Roma-Inter degli anni Settanta, l’arbitro Michelotti, a pochi minuti dal termine assegnò un rigore che non c’era ai nerazzurri, per un presunto fallo su Mazzola. Boninsegna segnò il rigore nella porta che stava sotto la curva Sud (anche se allora non c’erano divisioni di settore tra tifosi romanisti e laziali). Dalla curva Nord scese in campo un folle che iniziò a correre meglio di Mennea e raggiunse Michelotti il quale, in tutta fretta, scappò negli spogliatoi e dichiarò chiusa la partita prima di essere pestato dal patriota in questione. Davvero ai suoi tempi non accadeva nulla di cui vergognarsi?</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Il nome Paparelli non gli dice nulla?</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Nel 1978 la Nazionale di Bearzot partì per i campionati mondiali in Argentina, dopo che nell’ultima amichevole a Roma, contro la Jugoslavia, lo 0–0 finale fu salutato in diretta tv dai fischi di tutti, nessuno escluso. Tutti tifosi per bene, quelli, vero? E se tanto ci dà tanto, perché non ricordare che una sportivissima tifosa tirò uno schiaffo proprio a Bearzot perché non aveva convocato in Nazionale Beccalossi? E gli striscioni fascisti, le bandiere naziste, il povero Aaron Winter fischiato nel suo stadio perché (doppia colpa) nero e col nome di derivazione ebraica? E i buuuu a chi è di colore? Davvero Riva non sa nulla di tutto questo?</span></p>
<p class="MsoNormal"><span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/10/00teppisti.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-333" title="00teppisti" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2008/10/00teppisti-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>E i fischi agli altri inni? Riva non se la ricorda l’Argentina finalista a Italia 90, con l’inno dei sudamericani fischiato a più non posso? E quelli più recenti alla Scozia? Il fascismo di adesso è figlio e fratello di quello di allora, di quello di sempre. Solo che negli anni Settanta a nessuna carica dello Stato passava per la testa né di sdoganare il postfascismo, né di tentare la rivisitazione della storia in chiave parafascistella, né di accettare certe compagnie in campagna elettorale per un pugno di voti in più, né di permettersi lo sfregio di non andare mai, neanche una volta, alle manifestazioni del 25 aprile. Quei tifosi che hanno mostrato tutta la loro beceraggine a Sofia, diciamolo chiaramente, sono gli stessi che andavano bene fino alla partita precedente, quando si esaltava chi urlacchiava l’inno con la faccia di un tricolore che in realtà non interessa assolutamente, se non per guadagnarsi una partita gratis o a sconti favorevoli. Ora ci si accorge che aver chiuso gli occhi per motivi di opportunismo politico ha creato una situazione più pericolosa.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Come quando Vittorio Emanuele III chiuse gli occhi con i fascisti che incendiavano le case del popolo ritrovandoseli poi per un ventennio a bivaccare in Parlamento e a condurci verso la tragedia, salvo arrestare in modo subdolo Mussolini e scappare da Roma alla chetichella, così oggi ci si scandalizza per i cretini da stadio, dimenticando che su quei cretini sono stati chiusi per anni troppi occhi. Anzi, a qualcuno hanno fatto molto comodo, i fascistelli da stadio, eccome.</span></p>
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		<title>La storia la cambiano i killer</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Sep 2008 08:48:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La storia italiana sarebbe stata sicuramente diversa se non avessero ammazzato Enrico Mattei                                                            27 ottobre 1962 Aldo Moro                 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La storia italiana sarebbe stata sicuramente diversa se non avessero ammazzato</p>
<p>Enrico Mattei                                                            27 ottobre 1962</p>
<p>Aldo Moro                                                                  9 maggio 1978</p>
<p>Albino Luciani, Papa Giovanni Paolo I                  28 settembre 1978</p>
<p>Roberto Calvi                                                            17 giugno 1982</p>
<p>Michele Sindona                                                        22 marzo 1986</p>
<p>Giovanni Falcone                                                     23 maggio 1992</p>
<p>Paolo Borsellino                                                          19 luglio 1992</p>
<p>Raul Gardini                                                                23 luglio 1993</p>
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