Un cavallo pazzo nell'Arena di Milano

fiasconaNon è un italiano purosangue (è nato in Sudafrica a Città del Capo) e nemmeno un corridore puro (ha comiciato la carriera giocando a rugby): eppure Marcello Fiasconaro è stato soprannominato Cavallo Pazzo, per il suo modo di correre istintivo, con poca tecnica e tanto cuore. Nato in Sudafrica da genitori italiani, a vent’anni si trasferisce in Italia. Appena arrivato a Roma scopre che il rugby in Italia non è uno popolare quanto a Città del Capo e, tanto per praticare uno sport, la scelta cade sull’atletica. Pochi mesi di allenamenti e diventa primatista italiano sui 400 m e 800 m. Un anno dopo, nel 1972, stabilisce il primato mondiale indoor dei 400 con 46”1. Poi, fallisce la sua grande occasione: un infortunio al tendine di Achille gli impedisce di partecipare alle Olimpiadi di Monaco. Passato agli 800 m, il 27 giugno del 1973 batte il record mondiale sulla pista dell’Arena di Milano, correndo contro i più forti specialisti e disputando una gara memorabile, in testa dal primo all’ultimo metro, su una delle piste più penalizzanti del mondo. Nonostante la sua carriera sia sempre stata ostacolata da infortuni, March (come lo chiamano i compagni di nazionale) conquista 5 titoli italiani e batte 8 record nazionali. Dopo un ennesimo infortunio decide di appendere la scarpette al chiodo. Rientra in Sudafrica e torna al primo amore, il rugby. Il tempo di 1’43”7, di quella magica notte milanese, è ancora oggi record italiano da battere, il più duraturo della nostra atletica leggera

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1 commento

  1. snaporaz:

    Dal cavallo pazzo al “caballo” e basta. Due anni dopo March, arriva Alberto Juantorena, che gli toglie il record e che avrà una carriera strepitosa, al contrario del nostro. Fiasconaro è un altro degli esempi di come l’Italia non abbia curato lo sport in qugli anni (e anche dopo…). Strappato al rugby e al Sudafrica, italianizzato in fretta (come Mulligan nel tennis) Fiasconaro si dimostrò subito più che pazzo un cavallo vincente. Da spremere, quindi, senza far crescere una scuola attorno al campione (quello sì che sarebbe stato costoso) e senza pensare alla continuità della specie… dei cavalli. Per fortuna, poche stagioni dopo, sarebbero arrivati altri due “isolati”, Pietro Mennea e Sara Simeoni. Come lo sci (valanga azzurra), come il tennis (Panatta e i suoi panattini), anche l’atletica sembrava vivere una stagione d’oro, con ragazzi e ragazze alla ricerca di campi d’allenamento per emulare i campioni. Poi, esaurita la vena d’oro, tutti a casa, seduti davanti alla tv. Per lo sport praticato, c’è sempre tempo, domani, chissà. E lui, il cavallo pazzo? Corri, uomo, corri. E rovinati i tendini per la patria, che te ne sarà grata. O no? No. Gli infortuni si moltiplicano e di Fiasconaro resta il ricordo. Parte e torna in Sudafrica. A noi resta il vecchio record che, essendo vivo anche in epoca di internet, dimostra quanto poco si sia costruito su un campione.

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