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	<title>Commenti a: Torino ritorna tra le grandi</title>
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		<title>Di: snaporaz</title>
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		<dc:creator>snaporaz</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jun 2009 13:26:46 +0000</pubDate>
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		<description>Benedetto Croce afferma: “Non possiamo non dirci cristiani”. Nell’Italia pallonara, più correttamente si dovrebbe dire: “Non possiamo non dirci torinisti”. I granata, infatti, rappresentano per il calcio la metafora dell’italianità melodrammatica. Perché se è vero che si devono ancora fare gli italiani (D’Azeglio), e che essere italiani è un mestiere difficile (Flaiano), è ancor più vero che nel Paese del “chi ha avuto ha avuto, scurdammoce ’o passato” (Fiorelli-Valente), il Grande Toro racchiude tutti questi luoghi comuni, alterandoli e spingendoli verso la tragedia. Dove la trovate una squadra che vince lo scudetto ma poi gli viene revocato perché nel derby uno juventino, a cui era stato promesso un premio a perdere, in realtà si impegna al massimo e la partita finisce in parità? Solo in casa Toro. Tanto che per vincere, i granata sono sempre costretti a qualcosa di eccezionale, allo straordinario, all’iperbole, al magnifico: Libonatti, Baloncieri e Rossetti segnano, l’anno successivo allo scudetto revocato (1928), rispettivamente 35, 31 e 23 gol, 89 reti in tre!
È sempre così: in un Paese che non riesce a essere normale, devi essere mirabolante per emergere. Il Grande Torino, quello dei cinque scudetti consecutivi, batte tutti i record per dimostrare di essere la squadra migliore del mondo, altrimenti verrebbe stritolato dalla mediocrità al potere: Juve, Inter e Milan, che hanno più denari e anche qualcosina d’altro… E quell’avventura non può che terminare in modo tragico, per la dantesca legge del contrappasso: Superga, perché nel mito ci si entra per tutto il bello del gioco e tutto il lato demoniaco della vita. Pochi lo dicono, ma quell’aereo sarebbe dovuto atterrare a Linate. I torinisti non vollero, per motivi non proprio ortodossi… Il Torino è Ettore contro lo juventino Achille, i suoi giocatori sono i poveri ma belli, i briganti contro il re, la rivincita del povero contro la fortuna infinita del più forte. Queste cose le paghi duramente; i casi sono due nell’eterno Paese dei campanelli: o ti accontenti di arrivare secondo senza infastidire troppo, oppure, per ogni trionfo è prevista la vendetta della malasorte. Perché la regola italiana è che un poveraccio può sì vincere la lotteria, purché dopo torni nei ranghi. Mentre al potente è concesso di vincere più volte, spesso, quasi sempre e chi è piccolo s’inchini. Quest’ultima regola il Torino non l’ha mai digerita, pagandone le conseguenze. L’ultimo titolo è quello di Radice, ma i torinisti veri lo avevano già capito nel dolore estivo, prima che iniziasse il campionato: un loro mito, il capitano di tanti anni, Giorgio Ferrini, a soli 37 anni muore di aneurisma. Pagato il dazio con la sorte, ora si può vincere. Radice aveva portato novità tattiche e di pensiero al calcio italiano: anch’egli pagherà. Tre anni dopo, in autostrada con un altro ex granata, Paolo Barison, ha un terribile incidente automobilistico. Barison muore, lui no, ma il calcio deciderà di sbarazzarsene piano piano, con mano leggera e ugualmente ipocrita. E oggi? Oggi anche i romanisti, che hanno condannato il Toro alla retrocessione, non possono non dirsi torinisti. E con loro chi vorrebbe l’Italia un Paese normale, dove vince il più bravo e, se si perde, c’è subito un’altra possibilità, alla pari con gli avversari.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Benedetto Croce afferma: “Non possiamo non dirci cristiani”. Nell’Italia pallonara, più correttamente si dovrebbe dire: “Non possiamo non dirci torinisti”. I granata, infatti, rappresentano per il calcio la metafora dell’italianità melodrammatica. Perché se è vero che si devono ancora fare gli italiani (D’Azeglio), e che essere italiani è un mestiere difficile (Flaiano), è ancor più vero che nel Paese del “chi ha avuto ha avuto, scurdammoce ’o passato” (Fiorelli-Valente), il Grande Toro racchiude tutti questi luoghi comuni, alterandoli e spingendoli verso la tragedia. Dove la trovate una squadra che vince lo scudetto ma poi gli viene revocato perché nel derby uno juventino, a cui era stato promesso un premio a perdere, in realtà si impegna al massimo e la partita finisce in parità? Solo in casa Toro. Tanto che per vincere, i granata sono sempre costretti a qualcosa di eccezionale, allo straordinario, all’iperbole, al magnifico: Libonatti, Baloncieri e Rossetti segnano, l’anno successivo allo scudetto revocato (1928), rispettivamente 35, 31 e 23 gol, 89 reti in tre!<br />
È sempre così: in un Paese che non riesce a essere normale, devi essere mirabolante per emergere. Il Grande Torino, quello dei cinque scudetti consecutivi, batte tutti i record per dimostrare di essere la squadra migliore del mondo, altrimenti verrebbe stritolato dalla mediocrità al potere: Juve, Inter e Milan, che hanno più denari e anche qualcosina d’altro… E quell’avventura non può che terminare in modo tragico, per la dantesca legge del contrappasso: Superga, perché nel mito ci si entra per tutto il bello del gioco e tutto il lato demoniaco della vita. Pochi lo dicono, ma quell’aereo sarebbe dovuto atterrare a Linate. I torinisti non vollero, per motivi non proprio ortodossi… Il Torino è Ettore contro lo juventino Achille, i suoi giocatori sono i poveri ma belli, i briganti contro il re, la rivincita del povero contro la fortuna infinita del più forte. Queste cose le paghi duramente; i casi sono due nell’eterno Paese dei campanelli: o ti accontenti di arrivare secondo senza infastidire troppo, oppure, per ogni trionfo è prevista la vendetta della malasorte. Perché la regola italiana è che un poveraccio può sì vincere la lotteria, purché dopo torni nei ranghi. Mentre al potente è concesso di vincere più volte, spesso, quasi sempre e chi è piccolo s’inchini. Quest’ultima regola il Torino non l’ha mai digerita, pagandone le conseguenze. L’ultimo titolo è quello di Radice, ma i torinisti veri lo avevano già capito nel dolore estivo, prima che iniziasse il campionato: un loro mito, il capitano di tanti anni, Giorgio Ferrini, a soli 37 anni muore di aneurisma. Pagato il dazio con la sorte, ora si può vincere. Radice aveva portato novità tattiche e di pensiero al calcio italiano: anch’egli pagherà. Tre anni dopo, in autostrada con un altro ex granata, Paolo Barison, ha un terribile incidente automobilistico. Barison muore, lui no, ma il calcio deciderà di sbarazzarsene piano piano, con mano leggera e ugualmente ipocrita. E oggi? Oggi anche i romanisti, che hanno condannato il Toro alla retrocessione, non possono non dirsi torinisti. E con loro chi vorrebbe l’Italia un Paese normale, dove vince il più bravo e, se si perde, c’è subito un’altra possibilità, alla pari con gli avversari.</p>
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