Il tramonto di Nino

boxe1Nino Benvenuti, istriano, è uno dei più grandi campioni nella storia del pugilato italiano. Dopo aver vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma nel 1960, passa al professionismo e nel 1965, davanti a 40mila persone allo stadio di San Siro di Milano, sfida Sandro Mazzinghi per la corona mondiale dei welter: è un evento memorabile per la portata della sfida in quanto Mazzinghi e Benvenuti dividono in due l’Italia della boxe, come fecero Coppi e Bartali nel ciclismo. Benvenuti vince e nel 1967 passa di categoria e conquista il titolo mondiale dei medi battento l’americano Emil Griffith nel Madison Square Garden di New York: è il primo italiano campione del mondo pesi Medi. All’epoca non c’erano sigle come WBC, WBA, IBF e chi vinceva era il campione del Mondo e basta, riconosciuto in tutto il pianeta. Dopo avere difeso il titolo contro avversari minori e aver concesso la rivincita a Griffith, nel 1970 mette in palio la corona contro l’argentino Carlos Monzon, sconosciuto alla grande boxe, ma che è diventato campione sudamericano. L’incontro è previsto sulla distanza delle 15 riprese e Monzon, alla 12a, sfodera un jab destro in pieno volto che manda al tappeto Benvenuti e, nell’incredulità generale, diventa campione del Mondo. La rivincita si tiene a Montecarlo, l’8 maggio 1971. Monzon è troppo forte e costringe Benvenuti ad abbandonare il ring al terzo round con una costola rotta e la bocca sanguinante. Qui finisce la carriera di Benvenuti dopo di 90 incontri di cui 82 vinti, uno pari e 7 sconfitte. Carlos Monzon si ritira sette anni più tardi, mai battuto.

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1 commento

  1. snaporaz:

    La vicenda di Benvenuti e Monzon è una tipica storia d’Italietta. Nino era in parabola discendente, e qualche furbacchione pensò bene di lucrare ancora un po’ di denaro: un paio di incontri facili e poi l’istriano si sarebbe ritirato al culmine della gloria. Il prescelto fu uno sconosciuto indio che, nelle intenzioni dei furbastri, pagato a dovere, si sarebbe accontentato della notorietà di una sera. Ma quando alle operazioni di peso Nino vide Monzon, capì lo sbaglio. Anche la stampa mise le mani avanti: “Attento Nino, con questo qui non puoi sbagliare una mossa”. Sul ring, Monzon dominò e al nostro non rimase che l’ultima chance, quella di un attacco estremo, sperando di trovare il pugno del ko. Nino avanzò ma con un gesto di grande classe pugilistica Monzon lo colpì indietreggiando. Poi, con Benvenuti fermo e senza guardia, fece qualche passo avanti, con la faccia feroce, lo portò all’angolo e lo colpì con potenza massacrante. Il corpo di Nino si accartocciò su se stesso. Non contenti del fatale errore, i manager e gli organizzatori si fregarono le mani all’idea della rivincita. Nino, orgoglioso, non poté rifiutare. Il match durò troppo: tre riprese in cui l’indio, quasi indispettito da quella pantomima, colpì con violenza più volte l’italiano mandandolo a terra in più occasioni, fino a quando il manager di Nino, Amaduzzi, lanciò sul ring l’asciugamano della resa. Benvenuti protestò ma la realtà era che Monzon era più forte, più potente, più affamato di gloria, di soldi, di donne, di boxe.

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