Un capolavoro che non invecchierà mai

f31f4f40-846b-11e4-9505-5b6ccac858a5_Frankenstein-JuniorSe la parodia è un’arte, allora il capofila del genere è sicuramente Frankenstein Junior. Ispirata a Frankenstein, romanzo di Mary Shelley (1818), e all’omonimo film di James Whale del 1931, la pellicola diretta Mel Brooks e scritta insieme a Gene Wilder, dissemina gag, citazioni e prese in giro memorabili per tutti i suoi 106 minuti di durata, senza (quasi) perdere colpi e soprattutto con un gusto invidiabile, sconosciuto alle parodie odierne. Tutto è perfetto, regia, attori, atmosfere. Un esempio di come la comicità possa diventare anche poesia. E capita ancora oggi, a distanza di quarant’anni dalla sua uscita, scanalando distrattamente alla sera in tv imbatterci su un suo fotogramma. Un film che abbiamo già visto almeno venti volte, ma ci fermiamo a rivederlo per la ventunesima. E ancora ridiamo, nemmeno fosse la prima volta, anche se ormai potremmo recitarlo tanto lo conosciamo a memoria. Ma tant’è, resta irresistibile. Siamo di fronte a uno dei capolavori assoluti, e la conferma l’abbiamo quando si sente che le battute (che in questo film sono innumerevoli, tanto da non poterle contare) sono ancora presenti e ben radicate nel linguaggio comune, come se Frankestein Jr. fosse uscito solo pochi mesi fa. A chi non capita ancora oggi, nel tentativo di spiegare per l’ennesima volta qualcosa a qualcuno, citare la frase «Rimetta-a-posto-la-candela»; oppure quando si vuole indicare qualcosa davanti a un paesaggio «La lupu ululà, lì castello ululì»; e ancora «Un enorme Schwanzstück»; «Frau Blücher!» a seguire un nitrito di cavalli terrorizzati; «Tafetà caro» «Tafetà tesorino» «No il vestito, è di tafetà. Si sgualcisce»; «Gobba? Quale gobba?»; «Sì-può-fareeeee»; «Saedadavo? Dategli un sedadavo?» e così via, per almeno altre cinquanta scene cult.

franke_jr_jpg_940x0_q85Un cast di cialtroni Forse il segreto della sua immortalità sta nel fatto che, da un punto di vista squisitamente linguistico, Frankenstein Junior è un crogiuolo di omaggi e citazioni, riproposte in chiave divertita prima che divertente. Sì, perché se il pubblico si è divertito al cinema, a ridere di più sono stati gli attori e il regista nel girarlo. Mel Brooks, infatti, ha sempre sostenuto che il cast è un concentrato di cialtroni. L’idea di girare una parodia di Frankenstein è di Gene Wilder. I due ne avevano parlato sul set di Mezzogiorno e mezzo di fuoco dopo aver visto l’originale Frankenstein di James Whale, tratto dal racconto di Mary Shelley. È Wilder che, durante una pausa delle riprese, riflette su l’imbarazzo avrebbe potuto provare un eventuale nipote del dott. Frankenstein davanti alle folli teorie del nonno. Brooks, che è uno che ha un senso dell’humor fuori dal comune e sa cogliere al volo i lati comici della vita, non l’ha lasciato nemmeno finire e gli ha detto: «Sai che questa potrebbe essere la trama per un film?». E subito dopo: «Dai, lavoriamoci». Da quel giorno passano solo tre mesi e il soggetto del film, scritto a quattro mani, è pronto: Wilder e Brooks, però, non si sono limitati a parodiare solo “l’originale”, ma sono andati alla radice adattando il racconto di Shelley e inserendo poi i “sequel” come La moglie di Frankenstein di James Whale e Il figlio di Frankenstein di Rowland V. Lee. Il testo è pronto, gli attori pure (Marty Feldman è stato scoperto durante un programma tv da Wilder, a colpirlo – ovviamente – i suoi occhi) ma mancano i soldi per produrlo.

cover1300Bocciato dalla Columbia I due cominciano a bussare a tutte le major di Hollywood, finalmente la Columbia Pictures si dice disposta a crederci e a investire 2 milioni di dollari. Dopo le strette di mano e i saluti di rito, Brooks si rivolge ai dirigenti della casa di produzione e, distrattamente, dice: «Ah, dimenticavo: il film sarà girato in bianco e nero». Risposta: «Cosa? Ma non se ne parla nemmeno: il bianco e nero è vecchio, oggi tutto si gira a colori» e hanno stracciato il contratto. Fortunatamente una copia era arrivata anche sul tavolo della 20th Century Fox che decide di rischiare. E gli è andata benone: costato meno di 3 milioni di dollari ne incassa più di 87, è tradotto in quasi tutte le lingue e ottiene – una rarità per un film comico – 3 nomination agli Oscar e due ai Golden Globe. Il bianco e nero – secondo la critica – è stata una delle idee vincenti del film perché l’ha reso quanto mai più “vicino” all’originale. Così come la scelta di girarlo nello stesso castello dove Whale ha realizzato il “primo” Frankenstein nel 1931 e anche le scenografie del laboratorio sono le medesime, quelle ideate da Kenneth Strickfaden; mentre la parrucca che indossa Elizabeth alla fine del film, quella alta con le ciocche bianche, che è stata utilizzata ne La moglie di Frankenstein. Uscito negli Stati Uniti il 15 dicembre del 1974, in Italia il film arriva verso la fine di agosto del 1975 ed è bollato come una semplice commediola. Il doppiaggio, che vede impegnato anche Oreste Lionello, è perfetto e la traduzione ha salvato tutte le battute: alcuni giochi di parole intraducibili in italiano si riesce comunque ad adattarli e addirittura uno di questi – il famoso «Lupo ululà, castello ululì» – è quasi migliore in italiano che in inglese. Frankenstein Junior resterà nella storia perché è uno di quei film pressoché perfetti, un manuale di comicità che va studiato dal primo all’ultimo fotogramma, una di quelle opere che capita una sola volta nella vita di dare alla luce. E proprio lo stesso Mel Brooks se n’è accorto, perché quel successo, malgrado gli sforzi successivi, non lo raggiunse più.

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