Quarant’anni fa lo schermo si colora

monoscopio_raiChe Ugo La Malfa, esponente di punta del Partito repubblicano italiano tra gli anni Sessanta e Settanta, fosse un politico “grigio” era un luogo comune. Certo, in quegli anni ministri, sottosegretari, senatori o semplici parlamentari da un punto di vista d’immagine e dialettica, erano lontano anni luce dai politici di oggi. Ma La Malfa, forse, era più grigio degli altri. Il perché è presto detto: fu uno dei più forti e strenui oppositori all’introduzione della tv a colori, o meglio alla diffusione di trasmissioni a colori in tutto il Paese. Una modernità che in Italia arriva in grandissimo ritardo rispetto non solo agli Stati Uniti (la Cbs si era già mossa nel 1951) ma al resto d’Europa: la Francia nel 1961 definisce il sistema Se-Cam (Sequentiel Couleur à Memoire), due anni più tardi la Germania mette a punto il Pal (Phase Alternation by Line, Righe ad alternanza di fase) e nel 1967 servizi tv a colori vengono lanciati in Gran Bretagna, Olanda e Belgio. Tornando alle cose di casa nostra, a un certo punto nel 1970 sembra che la questione si sblocchi in breve tempo. In quell’anno la Rai inizia le prove tecniche la mattina trasmettendo una serie di immagini colorate con sottofondo di musica classica, come fosse l’Intervallo. E invece no, si blocca di nuovo tutto, perché il colore in tv trova un fiero avversario nel senatore Ugo La Malfa. Il leader repubblicano in un’interrogazione parlamentare solleva il timore di una possibile spinta verso un consumismo esasperato e l’inflazione e, con l’imminente crisi petrolifera, non ce lo potevamo certo permettere. Una nuova occasione sembra arrivare con le Olimpiadi di Monaco nel 1972, trasmesse a giorni alterni con il sistema Pal e il Se-Cam. Due anni dopo il Comitato interministeriale per la programmazione economica sceglie il Pal e, con la benedizione del governo – e buona pace di La Malfa – la Rai inizia le Prove tecniche di trasmissione: alcuni minuti di video a strisce colorate, con un sibilo costante come sottofondo, poi ancora una sequenza di immagini, sempre su note classiche, soprattutto Rossini e Chopin, chissà perché.

la-malfaNel 1976 il governo s’accorge che non si può più aspettare: il motivo è l’agguerrita concorrenza delle tv private che la rai si trova a dover fronteggiare all’improvviso. La piccole emittenti crescono in modo esponenziale in tutta la Penisola e, oltre ad avere inventato i messaggi promozionali nel bel mezzo dei programmi iniziando così a sottrarre pubblicità, trasmettono a colori attirando sempre più telespettatori, se non altro per la novità. La Tv di Stato, quindi, comincia a introdurre gli spot pubblicitari mandando in pensione lo storico Carosello ed è costretta ad accelerare i tempi dell’introduzione del colore sugli schermi tv che giace sulle scrivanie ministeriali da troppo tempo. E il 17 luglio 1976, in occasione della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Montreal in Canada, la Rai inizia le trasmissioni sperimentali a colori. Alla fine il formato scelto è quello tedesco, il Pal, usato dalla stragrande maggioranza dei paesi europei in contrapposizione al francese Secam, adottato oltre che dalla Francia dai paesi africani dell’area mediterranea e dei paesi del blocco sovietico. A vent’anni da “Lascia o raddoppia?” e dai primi Festival di Sanremo, si rivedono i capannelli di persone davanti ai negozi di elettrodomestici, incantati dai modernissimi schermi a colori che trasmettono le gare olimpiche. Dopo le Olimpiadi è la volta de I Quaderni neri del Tg2, che grazie a un’apposita autorizzazione ministeriale è confezionato con un mix di riprese a colori in studio e filmati d’archivio in bianco e nero: è, come annunciano le “signorine buonasera”, il primo programma «parzialmente a colori». Finalmente a dicembre il ministro delle Poste e Telecomunicazioni Vittorino Colombo annuncia ufficialmente la nascita della tv a colori in Italia. Data stabilita: martedì 1 febbraio. Il taglio del nastro è celebrato da Corrado nella sigla d’apertura di Domenica In e da quel momento la nostra televisione incomincia a svecchiare la sua immagine e sempre le zelanti annunciatrici spiegano che «…la Rai è stata autorizzata a trasmettere il programma anche a colori…» ; una frase ambigura che stuzzica – e non di poco – l’invidia di chi ancora non è dotato di un televisore idoneo.

Le gloriose sigle di inizio e fine trasmissioni si colorano d’azzurro, come il Segnale Orario delle ore 20, e le cartoline dell’Intervallo ricevono note di colore. A guadagnarne parecchio è soprattutto lo sport: le maglie dei calciatori diventano finalmente viola, rossonere, nerazzurre, ma anche le altre discipline, come gli sport motoristici o il ciclismo, acquistano un rinnovato appeal. Nel 1977, parallelamente alla tv a colori, nelle case degli italiani si diffonde il telecomando, già in commercio da due anni: venduto in dotazione con i nuovi apparecchi, offre ai telespettatori la magica sensazione di poter scegliere la propria tv.

Della Tv in bianco e nero resta il ricordo di una certa ingenuità, ma anche di tanta serietà professionale, caratteristiche che il delicato color pastello dei primordi della televisione a colori, ricco di distensive sfumature grigio-azzurre o di soffusi beige e crema, rende ancora più care se facciamo un qualsiasi paragone con la moderna televisione, perfetta nel suo aspetto esteriore, nei sui colori perfetti e nelle sue immagini nitide, ma troppo spesso in mano a dilettanti, dove ormai impera uno stile urlato e oltre ogni regola del galateo e del vivere civile.

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