Orfani dei Giochi

2011_06_6_11_11_50Giochi senza Frontiere è una tra le trasmissioni televisive non solo più riuscite ma sicuramente più amate dal pubblico televisivo. Nelle serate estive ha incollato davanti al piccolo schermo almeno un paio di generazioni di bambini, giovani e genitori. Questa sorta di olimpiadi di paese, era amata anche perché quando cominciava la nuova serie – è andata in onda almeno trent’anni, annunciata sempre con quella sigla inconfondibile, un’allegra marcetta – significava che la scuola era finita, che l’estate era cominciata e che mancava poco alla partenza per le vacanze. Un altro segno inconfondibile era il fatidico via dato dagli arbitri: «Attention…, trois, deux, un…Fiiit». E poi, cosa avremmo dato per partecipare almeno una volta? E l’invidia nel vedere i concorrenti che si divertivano un mondo tra scivoli insaponati, tuffi in piscina, scontri e battaglie a colpi di armi di gomma piuma, che si cimentavano in gare bizzarre, molte delle quali eseguite in acqua e spesso dentro la schiuma, vestiti da bruchi, coccinelle, draghi o topoloni. Si sventolavano bandiere, si presentava il jolly per raddoppiare i punti, si restava fermi un giro per sostenere la prova del «fil rouge». [Continua a leggere →]

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L’ultimo nato

CoverHippieBassa

Sogni, musica e speranze degli hippie, movimento che, ancora oggi, riesce ad affascinare e segnare il nostro immaginario. I Figli dei fiori, a metà degli anni Sessanta, riescono a liberarsi dai pregiudizi, a fuggire dal consumismo, si affermano nel campo artistico e lottano per un mondo senza barriere razziali e discriminazioni di sesso. Un’ideologia basata soprattutto sull’amore, inteso come modo di porsi di fronte alle cose, alle persone, alla vita e che ha sedotto giovani e intellettuali, rockstar e gente comune.
Tra storie, leggende e aneddoti, questo libro racconta i quattro anni del movimento hippie, dal 1965 al 1969.

AMORE E RIVOLTA A TEMPO DI ROCK
Prezzo: 12 euro
220 pagine

 

 

 

 

 

 

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Così Travolta ha sconfitto il Sessantotto

La-febbre-del-sabato-seraCi sono film che passano alla storia non tanto perché hanno vinto decine di premi Oscar o hanno sbancato il botteghino, ma perché ritraggono un’epoca o l’hanno segnata in modo indelebile. Ecco, questo è il caso de La febbre del sabato sera, un titolo che si è persino svincolato dal film per diventare “definizione” universalmente applicabile. Con Febbre del sabato sera, infatti, non si designa solo l’era delle discoteche con il glamour dei suoi locali, ma anche una moda e uno stile di vita che, da allora, stiamo parlando della fine degli anni Settanta, ha conosciuto numerosi revival. Il film, con la sua trama, i suoi personaggi e la sua musica incide in maniera determinante sul cambiamento dei costumi dell’universo giovanile, sul loro modo di parlare, di vestirsi, di stare insieme, sulle uscite serali, sulla musica. Ed è proprio la musica, socialmente parlando, a trarne i maggiori benefici: dopo l’uscita del film negli Stati Uniti la discomusic non è più considerata solo roba per neri e omosessuali, ma anche i bianchi e il ceto medio scoprono il divertimento di ballare.

Il 13 marzo del 1978, quando il film viene distribuito nelle nostre sale, l’Italia è stremata dagli Anni di piombo; un momento storico che tocca il suo picco proprio tre giorni dopo, quando Aldo Moro viene rapito da un commando delle Brigate Rosse in un agguato a Roma, e la sua scorta uccisa. È un periodo di violenza e opposti estremismi, dove nelle metropoli è in corso una sorta di “guerra civile” che dal 1968 ha fatto 2.400 morti. Ora gli italiani hanno voglia di cambiare, di uscire dal tunnel dell’impegno e delle ideologie a tutti i costi. E a chiedere a gran voce il cambiamento sembra proprio essere la generazione degli “impegnati”, quella cresciuta nella violenza di piazza, che è sopravvissuta ai colpi di spranghe e ai buchi di eroina. [Continua a leggere →]

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Cinquant’anni da complice

Eva-Kant_socialmeta_imageBionda, occhi verdi, bellissima: ha cinquant’anni ma è ancora di moda, con i capelli pettinati nell’immancabile chignon, il viso lungo, il fisico da modella con poco seno fasciato in un completo pantaloni nero, con ai piedi un paio di semplici ballerine.  Lei è Lady Eva Kant, vedova di Lord Anthony Kant, ambasciatore del Sudafrica morto in circostanze misteriose e sospette, sbranato da una pantera, ufficialmente nel corso di una battuta di caccia. Ma non sono in pochi quelli che sostengono che a spingerlo nelle fauci della belva sia stata proprio la moglie Eva. Il suo esordio è datato 1963 nell’avventura «L’arresto di Diabolik» dove è lei a salvare lui. All’epoca le donne nei fumetti sono tutte “sciaquette”, lei invece è diversa sia da tutte le eroine che l’hanno preceduta sia da tutte quelle che tenteranno, invano, di imitarne il fascino. Eva dimostra immediatamente una freddezza e una determinazione pari a quella di Diabolik, salvandolo in extremis dalla ghigliottina. Poi, scampato il pericolo e al sicuro in uno dei numerosi rifugi, lei dichiara, quasi vantandosene, di essere una donna pericolosa, con trascorsi di avventuriera e spia industriale. [Continua a leggere →]

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Bentornata Primavera

1967-primavera-125Il 1968 è un anno particolare. È l’anno del maggio francese, della rivolta studentesca, della voglia di cambiare il mondo. Cambiano i tempi e cambiano le mode. E a girare sugli scooter sono più soltanto gli operai o i fattorini, ma i giovani che hanno voglia di esprimere, anche nella scelta dei mezzi di trasporto, la loro voglia di libertà e indipendenza. Per questi “nuovi” clienti la Piaggio lancia sul mercato nell’aprile di quell’anno la Vespa 125 Primavera, modello destinato a diventare una icona nella produzione degli scooter di Pontedera. È considerata tutt’oggi un esempio di eleganza estetica con le sue linee pulite e l’equilibrio fra peso e dimensioni, già dalla sua uscita piace. Piccola, maneggevole, facile anche da mettere sul cavalletto tanto che anche le ragazze la guidano tranquillamente. Ma è si tratta pur sempre di una Vespa, quindi non conosce la fatica, va sempre, consuma poco, ed è affidabilissima. E poi c’è quel nome evocativo di gite fuori porta e di serie monta la comoda “sella lunga a due posti”. E si può guidare a soli 16 anni, perché da poco il codice della strada consente a chi li ha compiuti di conseguire la patente A che limita la guida a motocicli di cilindrata non superiore appunto a 125 cc.. Cosa chiedere di più? [Continua a leggere →]

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I primi “anta” di Lupo Alberto

operaTranquillo, simpatico, con un forte senso dell’amicizia e della solidarietà; assolutamente mansueto, pacifico e pacifista, forse anche per questo destinato allo scontro e predestinato alla sconfitta. È Lupo Alberto, personaggio che Silver, nome d’arte di Guido Silvestri, ha creato nel dicembre del 1973 e che è stato pubblicato per la prima volta nel febbraio dell’anno successivo sul Corriere dei Ragazzi. Silver è il papà dei personaggi del fumetto ambientato nella fattoria dei McKenzie, dove i protagonisti sono esclusivamente gli animali: Lupo Alberto e la sua fidanzata, la gallina Marta; il cane da pastore Mosè; la talpa Enrico con la moglie Cesira, il maiale Alcide (il più colto di tutta la fattoria); Alfredo, il tacchino eclettico che scappa durante le feste di Natale, e molti altri. I signori McKenzie, presunti proprietari della fattoria, esistono da qualche parte ma non si sono mai visti perché Silver non l’ha ritenuto necessario. Non c’è bisogno di sapere chi sono o come sono fatti perché nelle avventure scritte da Silver sono gli animali a interpretare le debolezze umane. Un po’ come è accaduto per i Peanuts di Schulz dove le persone adulte non sono mai apparse nelle strisce, su Lupo Alberto sono gli esseri umani a essere considerati superflui. [Continua a leggere →]

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Azzurra, la barca che ci ha fatto amare la vela

azzurra_articoloLa vela, da sempre considerato sport solo per pochi appassionati, diventa popolare nel 1983 quando nelle acque di Newport, negli Stati Uniti, Azzurra partecipa all’America’s Cup. Fino ad allora la maggior parte degli italiani sapevano poco di vela e nessuno – che non fosse un uomo di mare – aveva mai sentito parlare di boma, spinnaker, randa e genoa. Ma Azzurra, barca dai colori del cielo, ci fa sognare come non mai e la gente, che l’anno prima ha provato la gioia di una vittoria ai Mondiali di calcio in Spagna, vive l’avventura di Newport con entusiasmo e un tifo quasi calcistico.

Il nostro primo approccio con la Coppa America risale al 1962 quando Gianni Agnelli chiede informazioni sul trofeo all’amico John Kennedy: «Lascia stare – gli dice il presidente Usa – non siete ancora pronti». E dopo un purgatorio durato quasi vent’anni lo stesso Avvocato con l’Aga Kahn e 17 imprese italiane finanziano la prima spedizione: budget due miliardi e mezzo di lire; progetto commissionato ad Andrea Vallicelli; reclutamento dell’equipaggio affidato a Cino Ricci e il timone consegnato alle mani salde di Mauro Pellaschier. C’è tutto, manca solo il nome. «La chiamiamo Azzurra» propone Luca di Montezemolo. E a Newport, tra lo stupore generale, la matricola Azzurra si comporta più che onorevolmente: su sette sfidanti si piazza terza ed è l’unica, durante le regate della Vuitton Cup, il torneo riservato agli sfidanti, che riesce a battere Australia II, barca che strapperà la Coppa agli americani che detenevano da 132 anni. [Continua a leggere →]

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