De Gregori, il calcio e il ’68

Forse Francesco De Gregori l’aveva capito che gli anni Ottanta, il decennio che ha spazzato via tutte le ideologie sessantottine sostituendole con l’evasione a tutti i costi e il disimpegno, sarebbero stati “l’inizio della fine”. Non è un caso, quindi, che il suo primo disco pubblicato negli anni della Milano da bere lo intitola Titanic, come il gigantesco transatlantico affondato nel 1912 durante il suo viaggio inaugurale, una metafora sul prossimo naufragio del Paese.  L’album, uscito nel 1982, è uno dei più belli del cantautore romano (e non solo) grazie a 5-6 brani indimenticabili. Tra questi La leva calcistica della classe ’68, dove il calcio è visto come metafora della vita e della politica. Il brano trova la sua forza proprio nel farsi metafora dell’utopia di una generosa generazione che purtroppo non ha «vinto mai» e che si è vista costretta a «appendere le scarpe a qualche tipo di muro». Non è un caso che Nino, il ragazzo «dalle spalle strette», sia nato nel 1968, anno di contestazioni, illusioni, utopie, violenze, pochi successi e tante sconfitte. È la mesta conclusione di un tragitto ricco di passione, di una generazione che tutti pensano (e qui si torna alla metafora del titolo dell’intero album) sia naufragata e che lui, invece, salva. Perché, come recita il testo, si può anche sbagliare un calcio di rigore ma «non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore». De Gregori, infatti, ricorda che «un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia», tre ingredienti fondamentali di quegli anni “formidabili” (Mario Capanna dixit), la canzone sembra voglia trasmettere un’esortazione a non mollare, ad avere fiducia nella forza del sogno, nella convinzione, che è giusto «non aver paura di sbagliare un calcio di rigore». Nel 1989 il brano ha conosciuto una sorta di seconda giovinezza grazie a Gabriele Salvatores che l’ha inserita nella colonna sonora di Marrakech Express su sollecitazione, come ha dichiarato lo stesso regista,  di Diego Abatantuono: «A Diego piaceva molto, e ha caldeggiato l’inserimento nella colonna sonora: in effetti parla quasi della storia del film e calza a pennello». Titanic è una sorta di concept album dove si affrontano i problemi del disastro (morale, culturale, politico, economico) che incombe sull’Italia. Ed è proprio il transatlantico diventa una metafora dell’umanità che, divisa in classi, si dirige verso il disastro.

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