Bob Dylan l'aveva capito

bob_dylanI primi anni Sessanta, per gli Stati Uniti, sono gli anni del conflitto Vietnam che sta spazzando via un’intera generazione, della Guerra Fredda, la minaccia di un mondo ignoto al di là della Cortina di Ferro, del maccartismo, combattuto con la ricerca persecutoria del nemico comunista all’interno dell’Università e del mondo culturale. Sono anni in cui va in crisi il movimento sindacale mentre l’economia è in espansione: si affermano le corporations del “complesso militare-industriale”, si espandono a velocità impressionante le grandi aree legate al pieno impiego dei settori di popolazione che la Depressione post bellica aveva colpito e costretto ad emigrare. Per gli americani si sta aprendo la prospettiva di una stabilità economica e l’ingresso in quella middle-class in cui, sempre di più, si identifica il cittadino medio. Alcuni settori della popolazione, sino a ieri esclusi o vissuti nell’ombra, hanno accesso a nuovi spazi di espressione pubblica; il mercato culturale per diffondere i suoi messaggi utilizza nuovi nuovi canali: fumetti, manifesti, rock, dischi a 33 giri (poco diffusi prima) e paperback, i libri tascabili grazie ai quali molti giovani autori riescono ad affermarsi. È un momento chiave, ciò che scorreva sotterraneo diventa visibile, al mondo culturale hanno accesso strati sociali rimasti fino ad ora in ombra che danno vita a nuove forme di espressione nella produzione artistica, sia esse letteraria, visiva o musicale. Per dirla alla Bob Dylan: The times they are a-changing (I tempi stanno cambiando). Una cosa è certa: il confronto fra cultura alta e cultura di massa giunge allo scontro, con maggior contrasto rispetto a precedenti momenti storici. E in questo contesto che nascono gli hippie.

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