GUEST

Ricevo dal collega e amico Pino Casamassima questo articolo sull’attacco alle Twin Tower. Leggetelo, ne vale veramente  la pena.

L’OCCIDENTE AL TEMPO DELL’11 SETTEMBRE

di Pino Casamassima

Ormai, l’11 settembre è diventato argomento a sé: non c’è bisogno di spiegare. Basta dire “11 settembre” per intendere. Intendere cioè il più devastante attacco agli Stati Uniti sul proprio territorio. Ancora più scioccante di Pearl Harbor perché avvenuto in tempo di pace. Inatteso. E, soprattutto, inaudito. Chi poteva mai immaginare infatti che alcuni aerei avrebbero potuto, indisturbati e impunemente, portare la morte in più punti del paese intaccabile per antonomasia?

Una possibilità – quella del cattivo che viene da fuori – talmente remota da autorizzare poi anche le più ardite e maliziose delle ipotesi: cioè che gli attacchi dell’11 settembre fossero stati di fatto degli “auto-attacchi”. Che, detta senza vergogna, gli stessi Stati Uniti avessero orchestrato tutto. Perché? Oibò! Ma per poter giustificare la successiva e conseguente politica di aggressione in medio oriente, no? Dove c’è il petrolio. E se bisognava sacrificare qualche americano per far girare il motore della civiltà a stelle e strisce, lo si sacrificava senza tante storie: cosa potevano mai essere tremila morti a fronte del “bene” (presente e futuro) di un intero popolo?

 

Una suggestione deviante Ipotesi suggestiva quella dell’orchestrazione “interna”. Però la crediamo appunto solo tale: una suggestione potente ma nulla di più. Inoltre, deviante come suggestione perché pericolosamente “storicizzabile” a “futura memoria”. Utile per eventuali (non si sa mai…) e nuovi 11 settembre americani, insomma. Certo, qualcuno che se ne intende ci ha insegnato che «a pensare male si fa peccato, però spesso si indovina», ma è anche vero che, dai tempi del “pro domo sua” di Cicerone, la tentazione di trasformare la cronaca in storia (per un uso e un consumo personale), è una sirena dal canto è troppo umano per restare inaudito.   

Restando quindi ai “fatti”, alla “cronaca”, quel giorno di settembre di sette anni fa il mondo cambiò di colpo. Tanto da produrre un nuovo e preciso riferimento storico per la civiltà capitalistica-occidentale, separando l’economia, la finanza, la politica, gli aspetti sociali e culturali, fra prima e dopo l’11 settembre, a significare insomma uno sbarramento storico/temporale di portata epocale, omologabile ad esempio al “prima” e “dopo” la rivoluzione industriale, al “prima” e “dopo” la rivoluzione francese”.

Rivoluzione culturale L’11 settembre 2001 di New York diventa quindi una data “storica” della portata del 14 luglio 1789 di Parigi. Una “rivoluzione culturale” ancor prima di tutte le altre implicazioni. E’ con l’11 settembre, ad esempio, che l’occidente “capisce” cosa sia il fondamentalismo islamico. Tradotto: cosa sia il terrorismo islamico.

L’occidente capisce che le sue società costruite attorno al modello cattolico/ebraico/protestante/calvinista/ecc. – insomma, di derivazione cristiano/giudaica –, per quanti sforzi possano compiere, per quanta tecnologia possano mettere in campo per difendersi, non potranno mai competere in termini di “devastazione” improvvisa (“improvvisa” per chi è colpito, calcolata nei dettagli da chi colpisce) con chi può utilizzare la più potente della armi che si possa ricordare a memoria d’uomo: l’uomo stesso.

La passione Un ragazzo di 16 anni o una giovane di 15, un marito di 30, un fratello di 20, un padre di 40 che si fanno saltare in aria in un supermarket o su un autobus di Tel Aviv o Kabul o Riad, sono più “potenti” della più “intelligente” delle armi. Perché la passione è prerogativa unicamente umana. Ed esclusivamente la passione – solo un luogo comune scriteriato ce la fa intendere spendibile unilateralmente in modo “positivo” – può consentire di sacrificare se stessi per il “bene supremo”. (Concetto, questo del “bene supremo”, spalmato su tutte le religioni, con la sostanziale differenza rispetto all’interpretazione estrema che dell’islam fa il fondamentalismo, che come discrimine, tutte, ma proprio tutte, pongono il “bene supremo” come fattore non coniugabile con la privazione della vita altrui).

Arma non convenzionale Con l’11 settembre entriamo quindi in contatto con un mondo “nuovo”. Che cambia il nostro, di mondo! Un mondo di cui non sospettavamo neppure l’esistenza. (E quando scrivo “entriamo”, intendo dire “noi occidentali”, noi, tutti figli di Omero – noi italiani, francesi, tedeschi, spagnoli e americani e messicani e canadesi, ecc.).

Entriamo in contatto, “conosciamo” un mondo ancor più spaventoso perché osa usare la meno convenzionale delle armi: la carne.

Del kamikaze avevamo in effetti un’idea molto distorta, frutto di certa cinematografia postbellica, che assegnava ai piloti nipponici una valenza quasi “romantica”: dell’eroe che si immola per la sua patria. Suggestivo da vedere al cinema. O anche da leggere in un romanzo o in un saggio. Diverso è farci i conti direttamente, quando la suggestione svanisce e per terra restano i morti: prima a New York, poi a Madrid, a Londra, in una sorta di inesorabile quanto inalienabile “avvicinamento” che mette inquietudine perfino per le sorti del Vaticano: là dove sono sacralmente conservate le radici della civiltà occidentale.

Antiche paure Con “l’esportazione” del terrorismo islamico, per noi italiani tornano paure antiche, che credevamo irriprovabili. Quelle paure che negli anni settanta delle tante, troppe stragi causate dalle bombe “cieche”, ci facevano salire su un treno col batticuore o partecipare a una manifestazione di piazza con le stesse pulsazioni esagerate o entrare semplicemente in una banca col cuore in fibrillazione. Per questo, a distanza di decenni da quelle paure, uno zainetto sulle spalle di “una brutta faccia” mediorientale in metropolitana ci fa scendere in fretta e furia alla prima fermata, e che vada a farsi benedire pure l’appuntamento che avevamo. Abbiamo scambiato il progresso tecnologico col progresso umano, arrivando a pensare di poter fronteggiare qualsiasi “evenienza”, di poter controllare tutto. Ma basta l’avvicinamento di un ragazzotto “diverso” per metterci in allarme. Il terrorismo islamico ci ha svegliato dal torpore nel quale siamo erroneamente sprofondati con la nostra civiltà occidentale, convinti come eravamo che il nostro fosse l’unico mondo possibile (giusto): la città del sole.

Un altro 11 settembre Dire 11 settembre è dunque evocare tutto ciò. Tanto potente è stato quel giorno “americano” del 2001 da oscurare “altri” 11 settembre “storici”.

Primo fra tutti, quello del 1973, quando a Santiago del Cile si consumò un colpo di Stato che influenzerà i destini politici anche italiani: non a caso, all’indomani di quel giorno, Enrico Berlinguer, segretario del Pci – all’epoca il più grande partito comunista dell’occidente – svilupperà l’idea del compromesso storico (la grande alleanza col mondo cattolico che avrà in Aldo Moro l’interlocutore più attento e interessato) lanciandola con due clamorosi interventi dalle pagine di “Rinascita”. Quell’11 settembre “cileno” è altrettanto “epocale” per il mondo capitalistico-occidentale. (Come abbiamo accennato, compreso il nostro paese). Perché vengono di fatto “ricordati” i confini ideologici posti da Yalta. I paletti sono insomma quelli, e invalicabili: “di qua” si sta così, si vive così, si pensa così; di là, in tutt’altra maniera. Meticciati non sono contemplabili.

Il trionfo della realpolitik Col colpo di stato in Cile, ancora una volta si impone la “realpolitik”: prova ne sia che fra i primi paesi a riconoscere il nuovo governo (fascista) del generale Augusto Pinochet, la Cina (comunista) di Mao, al primo posto come “cliente” del rame cileno. Hanno ben voglia gli Inti Illimani di girare in lungo e largo l’Italia – che, manco a dirlo, diverrà alla fine la loro nuova patria anche per un successo commerciale impensabile fra le montagne del Cile – cantando “el pueblo unido jamás sarà vencido”: “el pueblo” cileno sarà traghettato faticosamente alla democrazia in un percorso lungo e disseminato di gente torturata, morta, sparita. Nel 2006, cioè trentatre anni dopo quel drammatico 11 settembre 1973 che portò il socialista Allende a togliersi la vita mentre veniva cannoneggiato il palazzo presidenziale, una donna, Michelle Bachelet, testimoniava il giro di boa della storia cilena, diventando il primo inquilino del “Palacio de la Moneda”. Era l’11 marzo. La stessa data – due anni prima – delle bombe di Madrid. 

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