GUEST

Manuel Gandin, amico e collega, mi regala questo articolo dove – lucidamente e a freddo – analizza i fatti accaduti sugli spalti a Sofia durante la partita di calcio Bulgaria-Italia. E ricorda a noi, e a Gigi Riva, che più di una volta l’Italia si deve vergognare dei propri tifosi.

La memoria corta di Rombo di Tuono

di Manuel Gandin

Gigi Riva dice che lui è nell’ambiente della Nazionale di calcio dal 1963 e che certe cose non le aveva mai viste, riferendosi ai tifosi fascisti che hanno seguito l’Italia in Bulgaria. Allora, precisiamo: i tifosi fascisti sono sempre esistiti. È che è cambiato il modo di intendere la partita di calcio in generale, e quella della Nazionale in particolare. Quando Riva segnava con la maglia azzurra numero undici, i tifosi non erano stati ancora istigati a una sorta di farsesco senso di italianità che fa ribrezzo (facce dipinte e urla belluine su improbabili elmi di Scipio) ma che porta dritti dritti fino a Sofia. Nessuno, ai tempi di Riva, si faceva problemi se i giocatori non cantavano l’inno, perché saggiamente si pensava che la cosa migliore fosse che quegli undici dessero tutto in campo, facendo ciò per cui erano lì: tirare calci al pallone e non canticchiare stonando.Ci siamo molto divertiti a passare, in soli quattro anni, dai pomodori lanciati al pullman della Nazionale di ritorno dall’Inghilterra, dopo la sconfitta con la Corea del Nord (1966) ai fischi a Fiumicino contro Valcareggi perché riuscì soltanto ad arrivare secondo dietro al formidabile Brasile di Pelé e Rivelino, Carlos Alberto e Gerson, Felix e Tostao, Jairzinho e Clodoaldo (1970). Riva ha già dimenticato? Eppure, allora, i giocatori ci rimasero molto male. Credevano di aver fatto cose belle, ma i tifosi non erano d’accordo. E Riva dovrebbe ricordare anche di Cagliari, la sua Cagliari, quando la Nazionale, nel 1971, siccome aveva perso in casa contro la Spagna per 2-1 – in un’amichevole, si badi bene – dovette scappare al fischio finale negli spogliatoi cercando di evitare il fitto lancio di arance del pubblico. Perché, si sa, perdere non è ammesso…

Riva dice che non ricorda episodi come quelli bulgari ma dov’era quando negli stadi italiani gli arbitri venivano inseguiti e costretti a sospendere le partite? In un Roma-Inter degli anni Settanta, l’arbitro Michelotti, a pochi minuti dal termine assegnò un rigore che non c’era ai nerazzurri, per un presunto fallo su Mazzola. Boninsegna segnò il rigore nella porta che stava sotto la curva Sud (anche se allora non c’erano divisioni di settore tra tifosi romanisti e laziali). Dalla curva Nord scese in campo un folle che iniziò a correre meglio di Mennea e raggiunse Michelotti il quale, in tutta fretta, scappò negli spogliatoi e dichiarò chiusa la partita prima di essere pestato dal patriota in questione. Davvero ai suoi tempi non accadeva nulla di cui vergognarsi?

Il nome Paparelli non gli dice nulla?

Nel 1978 la Nazionale di Bearzot partì per i campionati mondiali in Argentina, dopo che nell’ultima amichevole a Roma, contro la Jugoslavia, lo 0–0 finale fu salutato in diretta tv dai fischi di tutti, nessuno escluso. Tutti tifosi per bene, quelli, vero? E se tanto ci dà tanto, perché non ricordare che una sportivissima tifosa tirò uno schiaffo proprio a Bearzot perché non aveva convocato in Nazionale Beccalossi? E gli striscioni fascisti, le bandiere naziste, il povero Aaron Winter fischiato nel suo stadio perché (doppia colpa) nero e col nome di derivazione ebraica? E i buuuu a chi è di colore? Davvero Riva non sa nulla di tutto questo?

E i fischi agli altri inni? Riva non se la ricorda l’Argentina finalista a Italia 90, con l’inno dei sudamericani fischiato a più non posso? E quelli più recenti alla Scozia? Il fascismo di adesso è figlio e fratello di quello di allora, di quello di sempre. Solo che negli anni Settanta a nessuna carica dello Stato passava per la testa né di sdoganare il postfascismo, né di tentare la rivisitazione della storia in chiave parafascistella, né di accettare certe compagnie in campagna elettorale per un pugno di voti in più, né di permettersi lo sfregio di non andare mai, neanche una volta, alle manifestazioni del 25 aprile. Quei tifosi che hanno mostrato tutta la loro beceraggine a Sofia, diciamolo chiaramente, sono gli stessi che andavano bene fino alla partita precedente, quando si esaltava chi urlacchiava l’inno con la faccia di un tricolore che in realtà non interessa assolutamente, se non per guadagnarsi una partita gratis o a sconti favorevoli. Ora ci si accorge che aver chiuso gli occhi per motivi di opportunismo politico ha creato una situazione più pericolosa.

Come quando Vittorio Emanuele III chiuse gli occhi con i fascisti che incendiavano le case del popolo ritrovandoseli poi per un ventennio a bivaccare in Parlamento e a condurci verso la tragedia, salvo arrestare in modo subdolo Mussolini e scappare da Roma alla chetichella, così oggi ci si scandalizza per i cretini da stadio, dimenticando che su quei cretini sono stati chiusi per anni troppi occhi. Anzi, a qualcuno hanno fatto molto comodo, i fascistelli da stadio, eccome.

2 commenti

2 commenti

  1. manuela:

    articolo veemente, ironico, graffiante, arguto, amaro. Ma dove scrive questo tuo amico e collega?

  2. Luca:

    Lo so. Manuel è ironico, arguto, amaro e graffiante, ed per questo che appena posso lo faccio scrivere sui giornali dove lavoro e, da oggi, anche qui: il mio Blog per lui è sempre aperto. È bravissimo: peccato che – secondo me – queste doti non sempre vengano recepite dal suo direttore (non mi sento di svelarne il nome, se vuole te lo scriverà lui…). Grazie

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