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Pino Casamassima, uno che di terrorismo se ne intende, dice la sua sullo scontro tra Adriano Sofri e Mario Calabresi, figlio del commissario assassinato nel ’72 da un commando di militanti di Lotta Continua

Non sono io il terrorista. Parola di Adriano Sofri

 di Pino Casamassima

«Donnez-nous vos bombardiers et nous vous donnons nos couffins» (Dateci i vostri bombardieri e noi vi daremo i nostri cestini): così risponde Ben M’Hidi, uno dei leader del Fronte di liberazione algerino, al generale francese Jacques Massu, che dopo averlo fatto prigioniero gli urla di vergognarsi di essere un terrorista capace di mandare le donne con i cestini imbottiti di esplosivo fra la gente nei mercati. Un episodio della sanguinosa guerra di liberazione algerina contro i colonialisti francesi, che dimostra quanto sia antica e irrisolta la questione attorno alla definizione di “terrorismo”: “Azione e metodo di lotta politica (per difendere o più spesso per sovvertire o destabilizzare una  struttura di potere) – riporta la Treccani – che, per imporsi, fa uso di atti di estrema violenza, come attentati e sabotaggi, […] allo scopo di suscitare il panico e la reazione emotiva della popolazione […]”. Ma cotanta autorevolezza non basta per chiudere una discussione storicamente lunga.
La rottura di un tabù Una questione che, anzi, invece di chiudersi, si riapre ciclicamente. Com’ è accaduto nei giorni scorsi, dopo che Adriano Sofri ha commentato negativamente un articolo scritto da Mario Calabresi su Repubblica, in cui aveva raccontato di un incontro organizzato dal segretario delle Nazioni Unite tra le vittime del terrorismo, al quale lui aveva preso parte in quanto figlio del commissario assassinato a Milano il 17 maggio 1972 da un commando di militanti di Lc. 

«Desidero muovere la più ferma obiezione – scrive Sofri sul Foglio – a questa considerazione dell’omicidio Calabresi». Un’obiezione mossa a “doppio titolo”. Il primo deriva dall’essere lui – per la Giustizia italiana – il mandante di quell’omicidio. Il secondo, dal fatto che «Mario Calabresi parla sentitamente delle vittime, “donne e uomini che stavano vivendo la loro vita e non erano in guerra con nessuno”. Con Pino Pinelli e Luigi Calabresi non fu così. Non c’era una guerra, ma molti di noi erano in guerra con qualcuno». Secondo Sofri la morte di Luigi Calabresi deve essere collegata alla strage di piazza Fontana, alle accuse «premeditate e ostinate» contro gli anarchici che sono all’origine della morte di Pino Pinelli, delle quali «Luigi Calabresi fu non certo l’autore, ma un attore di primo piano di quella ostinata premeditazione ». La sua morte – scrive Sofri – non è terrorismo, ma semmai «l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca».  

Ancora una volta, dunque – e difficilmente si potrebbe contestarne la datazione – si riconduce al 12 dicembre del ’69 l’origine di tutti i “mali” successivi. Ma non è questo che fa sobbalzare nelle parole di Sofri. Quel che scuote è la rottura di un tabù: cioè l’inedita conflittualità con un componente della famiglia Calabresi. Nella fattispecie, Sofri entra in polemica con Mario – autore  di un libro sulla vicenda di suo padre e della sua famiglia – che si limita a un commento lapidario: «Ero e rimango molto contento di aver partecipato all’iniziativa dell’Onu. Si trattava di un simposio sulle vittime del terrorismo, ed è stato emozionante, intenso, un’esperienza di grande valore».

Distinzioni pericolose «Davvero non capisco dove voglia andare a parare Sofri – dice Gerardo D’Ambrosio, oggi senatore del Pd e, all’epoca dei fatti, giudice istruttore che pronunciò la discussa sentenza sulla fine di Pinelli, quella del singolare e fino ad allora sconosciuto “malore attivo” –. La sua uscita è fuori luogo. Dice il falso quando attribuisce la responsabilità della pista anarchica al povero Luigi. Fu la Polizia di Roma ad ordinare il fermo di Valpreda. Ma poi, se non è stato terrorismo quel delitto, mi domando cosa può esserlo. Esiste per caso un tribunale che condannò a morte Calabresi? Non mi risulta. Quell’uomo fu vittima di una campagna di denigrazione atroce, senza precedenti e mai più ripetuta, per fortuna. Credo che suo figlio sia andato all’Onu con pieno diritto. Che sia proprio Sofri ad affermare il contrario, mi sembra grave».

Ecco le parole scritte da Sofri sul Foglio, che D’Ambrosio non capisce: «Io, che non sono mai stato terrorista e sono stato sempre avverso al terrorismo, anche quando ritenevo la violenza necessaria a cambiare il mondo, se oggi volessi difendermi in giudizio da chi mi insulta chiamandomi “ex-terrorista” (vedi Wikipedia, nda), potrei fare appello all’imputazione che mi venne mossa, e che rinunciò del tutto all’addebito dell’associazione sovversiva o della finalità di terrorismo, trattando l’omicidio di Luigi Calabresi come un affare di diritto comune. Tanto che ricevetti anch’io, ex officio, i tre anni di riduzione della pena previsti dall’indulto, dal quale erano escluse le condanne per fatti di terrorismo».

Parole che, rimbalzate sul Corriere, oltre a far sussultare D’Ambrosio, trovano sponde diverse, con onde che si dividono equamente fra destra e sinistra, ma con queste ultime a fare più impressione quando arrivano ad esempio da uomini di provata fede “sofrista”. Come Piero Sansonetti: «Sofri opera una distinzione tra terrorismo e giustizialismo violento, e rivendica la categoria del giustizialismo per l’omicidio Calabresi, distinzione operata sulle caratteristiche e sulle biografie delle vittime […]. A me questo ragionamento sembra pericolosissimo […]. Reintroduce nel dibattito politico un’idea totalitaria di innocenza e colpa, e di gradazione del diritto alla violenza, che può portare ai più terribili disastri culturali e politici». Come Giovanni Russo Spena: «Adriano non è certo un terrorista, ma questa volta ha sbagliato, pur all’interno di un ragionamento importante. Non credo esistano gradazioni alla definizione di terrorismo. E quel delitto rientra appieno nella categoria». Come Gianfranco Bettin: E’ una distinzione sottile fra crimine politico e terrorismo. Ma dal punto di vista delle vittime non cambia nulla, è pura accademia. Il suo è un grido, e come tale non proprio meditato».

Uno che se ne intende E dire che Francesco Cossiga, uno che insomma s’intende della questione, in un’intervista rilasciata il 7 febbraio 2002 a Gian Antonio Stella per il Corriere, era così intervenuto sulla vessata questio: «Piano con i “terroristi”. Rileggendoli ora, quei dati, e considerando che sono state sei o settemila le persone finite in carcere per periodi più o meno lunghi, va ricordato che aveva ragione Moro: ci trovavamo davanti a un grosso scoppio di eversione. Non di terrorismo. Il terrorismo ha una matrice anarchica che punta sul valore dimostrativo di un attentato o di una strage. L’eversione di sinistra non ha mai fatto stragi. Ci trovavamo davanti a una sovversione. A un fenomeno politico. A un capitolo della storia politica del Paese».

Da parte sua, lo storico Giovanni Sabbatucci coglie al volo l’occasione della polemica per dire innescare a sua volta un’altra miccia: «l’idea di strage di Stato – scrive sul Corriere – è priva di fondamento». Una tesi che lo storico supporta con la mancanza di totale anche di una – «anche una sola» – sentenza che dimostri il coinvolgimento di uomini “di Stato” nelle stragi che hanno insanguinato il Paese. Tesi che fa imbufalire parecchi, a cominciare da Pancho Pardi, che su Micromega, dopo aver contrastato furiosamente Sabbatucci nello specifico («[…] la prova maestra di quanto fosse infondata l’idea dello stato stragista starebbe nel fatto che la tesi non è mai stata confermata da prove. Argomento di dubbia validità: se lo Stato aveva qualche motivo ad assecondare azioni stragiste, sarà ragionevole supporre che facesse il possibile per non lasciare tracce della gravissima tendenza»), entra a gamba tesa sulle “origini” di quelle stragi. Insomma, sul “movente criminoso”. E per Pardi il “movente “ è da ricercare nella «ferma intenzione degli Usa di sbarrare il cammino alla possibilità del Pci di giungere al governo del paese. Una prassi analoga più sbrigativa fu poi adottata in Cile. La classe dirigente del Pci se ne fece una ragione ammettendo il principio che non avrebbe potuto raggiungere l’obiettivo contro la volontà degli Usa. E questo è il motivo principale per cui nessuno ha ormai un vero interesse a chiarire i misteri che, in realtà, chi sa dà per chiariti, e ritiene più utili per tutti consegnare all’oblio».

In effetti, la “strizza” per quanto accaduto in Cile, spinse Berlinguer a lanciare “il compromesso storico” con i cattolici, scoprendo però di conseguenza il fianco alla sinistra del Pci, dove alcuni – sentendosi ulteriormente “traditi” dopo il “tradimento” consumato all’indomani della Liberazione – crederanno appunto di conquistare “la società dell’avvenire” utilizzando il “terrorismo” (o se si preferisce, la “lotta armata”).

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