Come nacquero i Movimenti giovanili in Italia/4

03_ValleGiuliaIl primo marzo del 1968 a Roma, sulla collina della Facoltà di Architettura di Valle Giulia ai Parioli, gli studenti, per la prima volta, reagiscono alla violenza con la violenza: lanciano pietre, uova e oggetti ai poliziotti, ne incendiano gli automezzi, una vera e propria battaglia durata un giorno interno, durante la quale si affrontano 3000 studenti e 2000 agenti. C’è chi ha visto, in questo episodio, la nascita della componente violenta del Movimento che avrebbe portato, molti anni dopo, al terrorismo. In realtà si tratta di una reazione spontanea, estremamente disorganizzata, che ha successo solo perché la Polizia non si aspettava alcuna resistenza. Pier Paolo Pasolini, in quell’occasione, scrive Il Pci ai giovani, poesia in cui dichiara di simpatizzare con gli agenti perché «figli di poveri». L’ingresso della Facoltà è presidiato dalla Polizia; la mattina presto gli studenti decidono di entrare. La manifestazione studentesca è iniziata alle nove del mattino, nella massima calma. Almeno cinquemila studenti si sono dati appuntamento in piazza di Spagna. Le scale di Trinità dei Monti sono strapiene di folla giovane ed entusiasta. «L’università è nostra: a noi e ai professori servono le biblioteche, gli istituti, le aule invase dalla polizia. Il rettore che l’ha chiamata deve andarsene. Andiamo noi all’università, tutti insieme. La facoltà più vicina è Architettura: tutti ad Architettura». Non erano solo universitari: c’erano anche professori, liceali e studenti degli istituti tecnici con i libri sotto il braccio. Il corteo non prende vie traverse ma, spalla a spalla, i partecipanti imboccano il viale che porta all’ingresso principale della facoltà. Dove li aspettavano reparti di agenti e carabinieri, i gipponi addossati alle scalinate, i manganelli in mano, le pistole nelle fondine nere. 01mar1968_vallegiuliaLa testa del corteo si è fatta avanti, spingendo per superare lo sbarramento. «Lasciateci entrare nella nostra università; andatevene, voi poliziotti…». Da quel momento non c’è stato un attimo di sosta. Gli agenti caricano, ma questa volta gli studenti non scappano: arretrano e contrattaccano, sassi contro granate lacrimogene, su e giù per i vialetti e i prati della zona, armati di oggetti occasionali, sassi, stecche delle panchine e roba simile. I poliziotti, infagottati, sono impreparati perché abituati a spazzar via le manifestazioni senza incontrare resistenza. Qualche jeep inizia a prendere fuoco. Arrivano i vigili del fuoco, le prime ambulanze, tutta la zona è bloccata: il cordone poliziesco, per lasciare passare le lettighe, ha un istante di sbandamento, si ritira, sotto un lancio fitto di pezzi di legno, zolle di terra, fischi e urla indignate. La facoltà è presa, la scalinata si riempie di studenti e professori che premono contro il portone, lo aprono, entrano dentro. Fuori i funzionari della polizia hanno intanto chiamato i rinforzi, giungono, alle spalle degli studenti, reparti speciali della Celere armati di tutto punto. Le cariche riprendono con l’uso degli idranti che spazzano il piazzale con getti violentissimi di acqua e di ammoniaca. Ora le cariche coinvolgono tutti, studenti, giornalisti, fotografi, operatori, passanti, tutti picchiati e allontanati dalla scalinata, sgomberata. Alla fine si contano 150 feriti tra i poliziotti e molte centinaia da parte studentesca, oltre a migliaia di fermi e denunce. Per la prima volta, però, la polizia è stata costretta a battere ritirata in diverse riprese, lo scontro, è stato “guidato” dalla base studentesca, senza mai scappare, opponendo una resistenza attiva. Al fianco degli studenti si sono trovati anche i professori.

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