Buon compleanno, Woodstock

woodstock-poster-14Woodstock compie quarant’anni. Non è stato un semplice raduno rock, ma un evento che è passato alla storia per diversi motivi: ha cambiato la musica rock, ha fatto scoprire al mondo che esistevano i “giovani” come categoria sociale, perché ha riunito spontaneamente (in un’epoca in cui comunicare non era immediato come oggi) oltre mezzo milione di persone che condividevano gli stessi ideali. Quello nato come un semplice raduno rock è oggi sinonimo di pace, musica e contestazione.

Così nacque il megafestival Cittadina in stile coloniale, Woodstock si trova 100 miglia a Nord di New York ed è famosa nel mondo per il più grande evento controculturale. Gli organizzatori del megaconcerto sono quattro: Michael Lang, 23 anni, Artie Kornfeld, 25 anni, John Roberts, 23 anni, e Joel Rosemann, 25 anni: i primi due hanno l’idea, gli altri ci mettono il capitale. È l’inverno del 1969 quando i quattro s’incontrano perché Lang e Kornfeld rispondono a un annuncio, fatto pubblicare da Roberts e Rosemann sul New York Times, che dice: «Giovani dal capitale illimitato cercano idee e opportunità da finanziare». Il progetto che presentano Lang e Kornfield è quello di creare uno studio di registrazione unico al mondo, tecnicamente all’avanguardia, con tutte le comodità per i musicisti compresa la vista sul magnifico panorama delle Catskill Mountains di Woodstock. Per l’inaugurazione pensano a un concerto in piazza con i maggiori nomi del rock, Bob Dylan in testa.

I due “finanziatori” pensano subito al business: e perché non organizzare un megaconcerto all’aperto durante l’estate? I ricavi dei biglietti (ne prevedono 40 mila a 18 dollari l’uno) li investiranno poi nei lavori dello studio di registrazione. Per organizzare un cast degno si rivolgono a John Morris, uno dei promoter più in auge. Presto, però, si accorgono che Woodstock non ha una zona in grado di contenere un palco enorme e 40.000 persone, perciò ripiegano su un campo all’interno di una fattoria a 60 miglia a sud di Woodstock. Il proprietario dell’area, Max Yasgur, all’inizio non ne vuole sapere ma cede alle insistenze del figlio appassionato di musica rock. Nei campus delle università degli States inizia a diffondersi la notizia che a Ferragosto, a nord di New York, succederà qualcosa di grosso e il 14 agosto, il giorno prima dell’apertura del festival, fuori dai cancelli c’è già una folla di 50.000 persone, almeno 10.000 più del previsto.

woodstock_redmond_stageWoodstock nation Gli organizzatori cominciano a capire che l’evento non solo gli sta scoppiando nelle mani, ma che ha tutte le carte in regola per diventare il più grande evento rock del mondo. Tolgono le palizzate e il festival viene ufficialmente dichiarato gratuito: il campo viene invaso da oltre mezzo milione di giovani, provenienti da tutto il mondo. I giornali parlano di Woodstock Nation: in effetti, per tre giorni la fattoria di Max Yasgur è stata un Paese a sé, una zona franca dove gli ideali di libertà regnavano sovrani, grazie ai quali si è svolto un evento culturale di importanza sociologica forse irripetibile. A causa della folla e degli ingorghi sulle strade, gli organizzatori noleggiano 18 elicotteri per trasportare gli artisti dall’aeroporto di New York al palcoscenico, a causa dei ritardi la scaletta della manifestazione è rivoluzionata e viene improvvisata sul momento. Richie Havens che è il primo a esibirsi perché il suo è un gruppo acustico (sono solo in tre) e ci sta su un solo elicottero. Havens è costretto a suonare per due ore e mezza perché non c’è nessuno pronto a salire sul palco dopo di lui: la leggendaria interpretazione di Freedom, con lunghe improvvisazioni, è frutto anche di questi eventi.

Flop economico? Mah… Gli organizzatori sostengono di averci perso: certo è che il film-documentario di Michael Wadleigh ha vinto il premio Oscar e i due album prodotti, uno triplo e uno doppio, hanno venduto milioni di copie. Molti musicisti sono stati ingannati: al momento dell’ingaggio in pochi sapevano che sarebbero stati prodotti film e dischi e così non hanno mai ricevuto un dollaro per i diritti di riproduzione. Ma i gruppi rappresentati da manager scafati, come i Grateful Dead, i Jefferson Aiplane, i Creedence Clearwater Revival o The Band, non rilasciano i diritti di riproduzione e così le loro esibizioni scompaiono sia dall’album sia dal video. Quindi a Woodstock non tutto è stato fatto con “pace, amore & musica”, qualcuno, sicuramente, ci ha guadagnato.

DZ006460Non solo tre giorni Ma il Festival non ha chiuso il 17 agosto. Della tre giorni a ritmo di rock se ne continua a parlare per mesi. E non sempre bene: in molti, infatti, bollano il raduno come: «La più grande orgia di sesso e droga dal tempo dell’Impero Romano». Il capo della Polizia locale, però, spiazza tutti e, durante la conferenza stampa di chiusura dell’evento, tranquillizza i giornalisti e l’opinione pubblica, dicendo che non è successo nulla fuori dalla legge, anzi: «Bisogna essere orgogliosi di ragazzi come questi». 

Woodstock è stato sicuramente l’inizio dell’industrializzazione della musica, della presa di potere del marketing delle multinazionali che scoprono il nuovo enorme mercato della cultura giovanile e fanno di tutto per appropriarsene. Sono in molti, però, siano essi cantanti, musicisti, tecnici, organizzatori, che devono la loro carriera al solo fatto di aver partecipato all’evento che ha segnato per sempre la cultura giovanile e non solo: ha segnato per sempre anche la musica. Dopo Woodstock, infatti, le rockstar sono diventate ufficialmente ricche. Si comprano ville e macchine di lusso ma, nelle interviste, continuano a sostenere ideologie rivoluzionarie, a favore dell’amore e dell’uso delle droghe leggere, contro la violenza e la guerra. Qualcuno riesce a gestire il successo e il benessere improvviso, altri meno.

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