Un fuoristrada da sogno (a pedali)

Per chi è stato bambino tra gli anni Sessanta e Settanta il fuoristrada era il sogno: sui marciapiedi e ai semafori si restava estasiati davanti alle Ktm, Puch, Zundapp, Swm, Ancillotti e altre moto regolarità (l’enduro di oggi) sognando a occhi aperti e fremendo l’arrivo del quattordicesimo compleanno. E quando è arrivata la Saltafoss, l’attesa s’è fatta meno dura.

Chi è stato bambino allora non può non conoscere la bicicletta Saltafoss, una sorta di stato dell’arte della ciclistica maschile. Se per le ragazze andava ancora forte la Graziella, per noi con la Saltafoss si è aperto il mondo della bici da cross, e quindi del fuoristrada.

La Saltafoss insieme alla Roma Sport (la parente povera, che aveva il freno col contropedale e costava 30 mila lire, rispetto alle 42 della Saltafoss) hanno in pratica dato vita al segmento delle ‘bici da cross’: con un design molto simile a quello delle moto americane Choppers del film Easy Rider, caratterizzate da selle lunghe, manubri a corno, impugnature anatomiche, ammortizzatori posteriori e/o anteriori (veri e/o falsi), indicatori di direzione (quasi sempre falsi) gomme larghe con tasselli per il fuoristrada, ruote anteriori di diametro ridotto, fanale grande alimentato a pila, freni a tamburo, parafanghi neri di plastica, una sorta di cambio a tre marce montato su due sbarre di ferro parallele distanti poco meno di cinque centimetri l’una dall’altra.
Queste, e altre, innovazioni hanno trasformato la bicicletta da normale mezzo per muoversi a oggetto cult per un’intera generazione. Anche perché, sulla Saltafoss – e su tutte le altre bici da cross – ci si stava comodamente seduti in due… Tutti quelli che hanno avuto la fortuna di averne posseduta una, avranno avuto anche dei bicipiti femorali da far paura: infatti, la Saltafoss non solo era pesantissima, tra telaio in ferro e tutti gli accessori pesava quasi quanto un motorino (non parliamo se poi si portava a spasso un passeggero) ma montava di serie una corona da 28 denti, contro una normale da 42 delle bici da passeggio.

Insomma, la Saltafoss era una vera palestra, e non solo per prepararsi a salire in sella a una moto da Regolarità.

2 commenti

2 commenti

  1. Stefano Tesi:

    Hehehe…vuoi che non mi ricordi? La bici da cross era il surrogato della moto per tutti quelli che ancora non avevano 14 anni. L’equivalente meccanico degli adesivi. Con le bici da cross, vere e finte (ne nacquero decine di copie) si scatenò la caccia cittadina a prati, fossi, argini di fiumi e rigagnoli, giardinetti, fango (ci si impantanava subito affondando fino alle caviglie, cosa del resto abituale per chi giocava a calcio sui campetti di periferia con qualunque tempo, altro che erba artificiale). Il riferimento erano il Miura (mi pare si chiamasse così), fratello maggiore della Valentina Mela Verde, l’eroina adolescente del corriere dei Piccoli/Ragazzi, e il suo amico inglese Donald. Impennate, salti, buche. Da qualche parte devo averne ancora qualche rottame…

  2. luca:

    Stefano, ma come hai fatto a ricordarti il Miura? Avrai appena terminato di leggere la collezione del Corriere dei Ragazzi! Comunque grazie per avermelo ricordato, io l’avevo rimosso

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