Sogni tra le nuvole

Ovvero, quando fare l’hostess era un privilegio. Girare il mondo, strapagata e, magari, incontrare e sposare un principe di qualche emirato. Un sogno che, per molte ragazze, si era trasformato in realtà facendo la hostess. Le prime sono comparse all’inizio degli anni Cinquanta, quando servendo i passeggeri a bordo degli aerei non si era considerate delle cameriere. A loro era richiesta, oltre la bella presenza e la conoscenza delle lingue,  anche l’emancipazione da un’Italia che non vedeva di buon occhio una donna che lavorava, men che meno a contatto con il pubblico e all’estero. Era un lavoro ambito: si guadagnava bene (negli anni Settanta, dopo dieci anni di servizio, lo stipendio si aggirava sui 5 milioni), si era sempre eleganti (la divisa l’Alitalia la commissionava sempre a qualche stilista di grido: la prima era stata disegnata dalle sorelle Fontana, alle quali sono succeduti Biagiotti, Versace, Ferrè, Armani) e si girava il mondo. Allora la frequenza dei voli era molto più bassa e, per le tratte lunghe, la trasferta all’estero durava anche una settimana se non di più: nella tratta Bombay-Singapore-Bombay si rimaneva una settimana a Bombay e qualche giorno a Singapore; a Rio De Janeiro, invece, era prevista una sosta di dieci giorni prima di riprendere il volo di ritorno. Questi erano i tempi d’oro dell’Alitalia, dove hostess e piloti si identificavano nell’azienda. Oggi un’hostess in 8 anni di servizio ha già cambiato almeno tre compagnie, ha stipendi minimi e turni massacranti; non sposa il principe e le città le vede solo dall’alto, col binocolo. 

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