La fine della controcultura

 

La controcultura italiana celebra la sua fine il 30 giugno 1976, l’ultima giornata dell’ultimo festiva del Parco Lambro di Milano. Occorre però fare un salto indietro di almeno tre anni. Verso la fine del 1973, infatti, nascono i Circoli del Proletariato Giovanile che in pochi anni arrivano a coinvolgere migliaia di giovani (circa 7.000 solo a Milano) sia in attività culturali sia n quelle prettamente politiche. Questo rapido sviluppo è dovuto alla crisi della militanza: le organizzazioni della nuova sinistra, infatti, vengono abbandonate perché accusate di essere dei cloni dei partiti tradizionali guidati da professionisti della politica. Migliaia di giovani di sinistra, quindi, cercano di fare politica in modo nuovo, aggregandosi al di fuori delle organizzazioni tradizionali e dei partiti. L’appuntamento centrale di quello che viene presto definito il ‘proletariato giovanile’ è il Festival che ogni inizio estate viene organizzato dalla rivista undergound libertaria e pacifista Re Nudo al Parco Lambro di Milano. Già alle prime edizioni la rassegna ottiene un grande successo. Al parco di respira un po’ un’aria simile a quella di Woodstock; la controcultura regna sovrana e sul palco si alternano gruppi del nuovo rock italiano, si organizzano dibattiti e tavole rotonde sui temi più vicini al mondo giovanile: la scuola, la casa, la disoccupazione, la droga. Ma nel 1976 il Festival segna la fine di quello che è stato l’esperienza dei Circoli Proletari e tiene a battesimo quello che, l’anno dopo, diventerà il Movimento del 77 guidato da Autonomia. L’aria è elettrica sin dal primo giorno (il festival dura quattro giorni, da giovedì a domenica), gli organizzatori (non più solo Re Nudo, ma anche le prime radio libere e nuove organizzazioni di sinistra) arrivano alla festa giá divisi tra loro, con grosse contraddizioni, che non toccano tanto i problemi tecnici-organizzativi quanto proprio i contenuti politici-ideologici: la festa non è diventata solo un appuntamento dei giovani di sinistra, al parco circolano tutti, dagli indiani metropolitani agli spacciatori, dai miltanti agli autonomi. Sono in centomila e la situazione, ben presto, sfugge di mano agli organizzatori. Tutti contestano tutto, specie se in vendita: quindi gli spettacoli musicali e tutto ciò che gli organizzatori contavano di vendere: panini, birra, libri e dischi ‘di sinistra’. I contestatori sono circa 3.000, sono studenti dei licei e delle università in rivolta, disoccupati e sottoproletari, e si organizzano: formano cortei interni, chiedono l’abbassamento dei prezzi, discutono in assemblea della lotta, fermano i concerti, aprono con la forza i camion e distribuiscono gratuitamente a tutti gelati, patatine e polli. È il momento dell’autoriduzione proletaria, del riprendiamici tutto. Nessun leader politico riesce a prendere la parola durante tutta la manifestazione: va in scena la rivolta delle maestranze contro l’organizzazione “gerarchica” del Festival, colpevoli di aver organizzato una festa alternativa sulla testa del proletariato, vendendo musica e anche cultura di base, ma dimenticando i bisogni di migliaia di giovani che avevano 6.000 lire per campare lì 4 giorni. Così il proletariato giovanile ha rifiutato ogni programma e ha fatto la festa a loro. È il momento più negativo della controcultura, che segna l’inizio di un lungo periodo di stasi nella musica italiana, che era stata rinnovata da gruppi come gli Area, gli Stormy Six, cantautori come Eugenio Finardi, Gianfranco Manfredi, Ricky Gianco e Claudio Lolli, artisti che avevano rinnovato la musica italiana, ormai sclerotizzata dal riproporsi stantio delle canzonette di Sanremo.

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