Jeans, dalla passerella al palcoscenico

Robert Plant of Led Zeppelin Imacon Color ScannerRock e blue jeans, un connubio che dura da oltre cinquant’anni. Da Woodstock a Seattle, fino all’avvento di Mtv, il denim è indossato dalle rockstar, un capo in sintonia con la voglia di svecchiamento, di libertà, di creatività, di ribellione e autoaffermazione.

Basta voltarsi indietro per accorgersi che il jeans, come la musica rock, attraverso oltre cinque decenni compie una sorta di rivoluzione che cambia il volto della nostra società: hanno distrutto la musica melodica, fatto ombra al jazz, rivoluzionato i rapporti tra chi sta sul palco e gli spettatori, adottato pacifismo e lotte civili e cambiato, per sempre, le abitudini dei giovani. Dopo essere nati in fabbrica come semplice paio di pantaloni da lavoro, resistenti e durevoli, prodotti su particolare richiesta della comunità mineraria, i jeans entrano nelle case dei giovani negli anni Sessanta, insieme ai primi idoli del rock. Subito il pantalone diventa il simbolo della ribellione giovanile, delle bande, della voglia dei giovani di prendere le distanze dall’ipocrisia del mondo adulto. Uno tra i primi a indossare i blue jeans – e a promuoverli suo malgrado – è Bob Dylan che sulla copertina di Freewheelin’ nel 1963 viene immortalato a New York all’angolo tra Jones Street e la West 4th Street nel Greenwich Village mentre passeggia sottobraccio a Suze Rotolo, sua fidanzata dell’epoca. E l’anno dopo, per la copertina di The Times They Are a-Changin’, album considerato da molti cultori della produzione dylaniana un vero e proprio manifesto della canzone politica e di protesta, Dylan indossa una camicia di jeans. Vestiti tutti di denim si fanno fotografare anche il trio Crosby Stills & Nash sulla cover dell’omonimo album del 1969.

E così che jeans e rock cominciano a lasciare il segno, ritagliandosi un posto di primo piano tra i protagonisti della nuova cultura giovanile che si sta formando. Woodstock diventa una vera passerella per il jeans, lo indossano tutti, non solo tra il pubblico ma anche sul palco, da Country Joe McDonald a Jimi Hendrix, e in breve tempo il pantalone di tela blu oltre che uniforme degli hippie americani diventa la tenuta ufficiale anche dei “sessantottini” europei. Il jeans diventa sempre più un oggetto di culto, un simbolo, l’indumento della ribellione giovanile, dell’insubordinazione urbana, una sorta di “divisa” pacifista per l’esercito dei giovani e i loro portavoce, le rockstar, che prendono le distanze dalla monotonia e dall’ipocrisia del mondo adulto.
stickyPantaloni, camicie, giubbotti prodotti dalla Levi’s, dalla Wrangler e da altre centinaia di marche sono passati nei guardaroba di icone del rock, di nuovi leader politici, di studenti e di operai senza mai perdere giovinezza, diversità, temperamento e ribellione, matrici che in quegli anni accompagnano la tela blu; tanto che nel 1971 Andy Wahrol mette un paio di jeans in primo piano per la cover di Sticky Fingers dei Rolling Stones, uno dei loro album più riusciti. Tra i Beatles, invece, li sdogana per primo George Harrison nel 1969, in occasione del famoso attraversamento di Abbey Road.

Tra i migliori “modelli” che in quegli anni indossano il jeans ricordiamo Robert Plant, con i suoi pantaloni a vita bassissima; le due regine del flower power Janis Joplin e Grace Slick; Bruce Springsteen, un vero cultore dell’indumento, non solo perché lo celebra nella cover  di Born in The Usa, ma perché sul palco “osa” anche un gilet indossato a torso nudo; Bob Marley che amava particolarmente le camicie; i fratelli Ramone, tra i primi a portarli strappati e con le frange sotto i giubbotti di pelle nera.

Ma all’inizio degli anni Ottanta, col declino della contestazione, le varie griffe dell’alta moda s’impadroniscono del jeans e lo trasformano in capo di abbigliamento elegante, conquistando altre classi sociali, dal dirigente d’azienda alla nuova aristocrazia, e da indumento lavorativo e casual diventa un capo chic. Una trasformazione che in parte ha subito anche la musica rock, perché critici e discografici cominciano a dividerlo in generi, scuole, movimenti ben delineati, stravolgendone così i temi intellettuali e culturali e finendo per promuoverlo come un semplice prodotto commerciale di massa. Proprio come un paio di jeans.

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