Cinquant’anni di linguacce

Cinquant’anni di carriera non è cosa da poco, soprattutto nel mondo dello spettacolo. Se poi sei una rockstar, che riesce a stare sempre ai vertici, a riempire platee con decine di migliaia di persone, a scalare le classifiche, attraversando indenne giudizi, critiche e mode di almeno tre generazioni… be’, hai di diritto un posto d’onore nella storia. I Rolling Stones ci sono riusciti.

Il segreto? La loro musica è rimasta sempre la stessa, non è mai cambiata, anche perché loro non saprebbero suonare altro che rock. Oggi però, invece della rabbia e della violenza che li caratterizzava dalla metà degli anni Sessanta ai primi anni Ottanta, portano in scena il loro mito e la loro leggenda, ma sempre con la sincerità di una volta. Non ci sono più i palchi nei pub fumosi di Londra, o i freddi e inospitali Palasport con l’acustica raccapricciante; ora a disposizione ci sono palcoscenici immensi, studi mobili, jet privati, medici personali dietro le quinte e, soprattutto, le riverenze del jet set.

Loro, che per la cronaca hanno già compiuto i settant’anni, se lo possono permettere. Anche perché questi vecchietti, con un solo colpo d’anca di Jagger o un riff tirato della chitarra di Richards, mangiano ancora in testa a tutti i gruppi pseudo-rock e heavy metal. A proposito di sincerità: una decina di anni fa, nel corso di un’intervista rilasciata alla televisione americana, Jagger dichiara «Facciamo ancora dischi e tournée per guadagnare. Il nostro tenore di vita è molto dispendioso. Siamo vecchi? Può darsi, ma non abbiamo nessuna intenzione di andare in pensione e di rinunciare al benessere. Così continuiamo a suonare».

Più chiaro di così… Nel 1962 a Londra le sale d’incisione sono piene di giovani che vogliono esprimersi con la musica. L’onda del beat sta arrivando, i Beatles hanno appena iniziato a cavalcarla con dolcezza. La vita è dura, ancora di più a Chelsea, quartiere operaio di Londra, dove le bande dei Mods e dei Rockers rappresentano con violenza l’inquietudine giovanile, la ribellione anarchica contro l’establishment inglese.

In questo scenario si formano i Rolling Stones, sin da subito insolenti e controcorrente. In aprile i tre amici Mick Jagger, Keith Richards e Dick Taylor iniziano a provare con due musicisti incontrati in sala d’incisione, Brian Jones e Ian Stewart, un pezzo che sarebbe poi diventato uno dei cavalli di battaglia, And gonna dance like an asshole. Poco tempo dopo Alexis Korner, impegnato in tournée con il suo gruppo, chiede all’amico Brian Jones se può sostituirlo per una data al Marquee. Jones accetta e il giorno prima del concerto, il programma il 12 luglio, sceglie di chiamare il gruppo “Rollin’ Stones” (titolo di una canzone blues di Muddy Waters): la formazione è composta da Mick Jagger alla voce, Keith Richards e Brian Jones (che suona con lo pseudonimo di Elmo Lewis) alle chitarre, Dick Taylor al basso, Ian Stewart al piano e Mick Avory alla batteria. Se i Beatles accarezzano gli strumenti gli Stones li maltrattano, se le voci di Lennon e McCartney sono di velluto quelle di Jagger e soci sono carta vetrata.

E sul palco le cose sono ancora più chiare: dopo i primi tre brani si capisce che non è uno dei soliti concerti confezionati dalla prima all’ultima nota, ma si tratta di un vero e proprio happening dove il pubblico è protagonista tanto quanto i musicisti. Per la rigida Inghilterra i Rolling Stones rappresentano subito una spina nel fianco e la stampa lancia appelli contro «quei depravati che attentano alla pubblica decenza», al confronto i Beatles passano per i difensori dei valori morali della nazione.

Una pubblicità gratuita per il gruppo all’indomani del lancio del loro primo singolo, Come On, che scala le charts inglesi fino al 22° posto e per Mick Jagger, Keith Richards e Brian Jones – che squattrinati si dividono un appartamento a Hammersmith– iniziano a entrare i primi soldi. Da lì in poi è un crescendo continuo, e le loro canzoni hanno iniziato a segnare un’epoca. Molta parte della critica li accusa di non essere più delle rockstar ma dei business-man, di non avere avuto il coraggio, a differenza dei Beatles, di dire “basta” quando non avevano più niente da dire. È vero che i dischi dei Rolling Stones hanno sempre risentito dello stato di forma, dei bioritmi (e anche dei litigi) del duo Jagger-Richard, ma con il passare degli anni la vena creativa si è appannata e non poco. L’ultimo album che ha lasciato il segno è Tattoo You, che risale al 1981.

Da allora il gruppo ha sempre vissuto di rendita su un vecchio e affascinante rock, portando in giro la loro immagine da rockstar nel mondo, correndo qua e là come primi attori, nei luoghi dell’alta borghesia internazionale proponendo sesso e violenza non più come atti provocatori ma come ingredienti della scena decadente della società odierna. Gli ultimi lavori sono uguali uno all’altro, ma affermare che gli Stones siano finiti è un errore: sul palco riescono a garantire uno show che pochi altri saprebbero fare, la voce di Jagger suona ancora sensuale come prima così come la sua gestualità riesce a ipnotizzare il pubblico; Keith Richards, nonostante decenni di droghe e alcol, è ancora lucido e riesce a garantire l’equilibrio sonoro del gruppo.

Per chi li ha conosciuti e amati prima degli anni Settanta forse non hanno più nulla da dire, ma ancora oggi, per gli amanti del rock, è difficile che un loro nuovo album o una tournée passino inosservati. D’altra parte, di questi tempi, con quello che si ascolta oggi, chi potrebbe smentire Mick Jagger quando afferma: «We’re the greatest rock’n’roll band in the world»?

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