Così Travolta ha sconfitto il Sessantotto

La-febbre-del-sabato-seraCi sono film che passano alla storia non tanto perché hanno vinto decine di premi Oscar o hanno sbancato il botteghino, ma perché ritraggono un’epoca o l’hanno segnata in modo indelebile. Ecco, questo è il caso de La febbre del sabato sera, un titolo che si è persino svincolato dal film per diventare “definizione” universalmente applicabile. Con Febbre del sabato sera, infatti, non si designa solo l’era delle discoteche con il glamour dei suoi locali, ma anche una moda e uno stile di vita che, da allora, stiamo parlando della fine degli anni Settanta, ha conosciuto numerosi revival. Il film, con la sua trama, i suoi personaggi e la sua musica incide in maniera determinante sul cambiamento dei costumi dell’universo giovanile, sul loro modo di parlare, di vestirsi, di stare insieme, sulle uscite serali, sulla musica. Ed è proprio la musica, socialmente parlando, a trarne i maggiori benefici: dopo l’uscita del film negli Stati Uniti la discomusic non è più considerata solo roba per neri e omosessuali, ma anche i bianchi e il ceto medio scoprono il divertimento di ballare.

Il 13 marzo del 1978, quando il film viene distribuito nelle nostre sale, l’Italia è stremata dagli Anni di piombo; un momento storico che tocca il suo picco proprio tre giorni dopo, quando Aldo Moro viene rapito da un commando delle Brigate Rosse in un agguato a Roma, e la sua scorta uccisa. È un periodo di violenza e opposti estremismi, dove nelle metropoli è in corso una sorta di “guerra civile” che dal 1968 ha fatto 2.400 morti. Ora gli italiani hanno voglia di cambiare, di uscire dal tunnel dell’impegno e delle ideologie a tutti i costi. E a chiedere a gran voce il cambiamento sembra proprio essere la generazione degli “impegnati”, quella cresciuta nella violenza di piazza, che è sopravvissuta ai colpi di spranghe e ai buchi di eroina.febbre_del_sabato_sera_john_travolta_john_badham_004_jpg_smxrPiù della metà dei giovani tra i 16 e i 25 anni – soprattutto nelle grandi città – si considerano impegnati politicamente; sono pochi quelli che lavorano, gli altri semplicemente studiano, o fanno finta. Tra i passatempi preferiti c’è lo sport, inteso sia come semplice tifo sia come movimento fisico. I luoghi dove si ritrovano sono i campi sportivi, i centri sociali e i bar, specie nei paesi. Questa radiografia è sconvolta con l’arrivo della “febbre”, che dilaga e contagia i giovani in un paio di mesi: così il ballo diventa un vero e proprio hobby e la discoteca il nuovo luogo di aggregazione.
Il politologo Giorgio Galli, alla fine del 1978 scrive su Repubblica: «Può sembrare irriverente chiedersi se per il nostro sistema politico il 1978 sia stato l’anno di Aldo Moro oppure della Febbre del sabato sera. Eppure se la primavera è stata dominata dalla tragedia del presidente della Dc, l’autunno è stato caratterizzato dal significato politico attribuito al successo del film». Un successo più di costume che di botteghino, contrariamente a quanto si è portati a pensare: 903.353 spettatori contro gli oltre due milioni del primo Guerre stellari, uscito nello stesso periodo. Dopo l’uscita della pellicola i locali da ballo aumentano del 50 per cento in un anno. E l’ingresso della discoteca, prima o poi, lo varcano tutti, studenti e lavoratori, contestatori e conservatori, ricchi e poveri, spesso vestiti in modo improbabile: si vedono camicie e pantaloni di raso coloratissimi, ricami di strass, un trionfo di brillantina nei capelli tra gli uomini e di lacca tra le donne. Si entra in gruppo o da soli, e non si ha più vergogna di esibirsi sulla pista, quando si balla ci si lascia andare muovendosi liberamente come si vuole, perché non occorre essere provetti ballerini. È così che nasce il fenomeno del Travoltismo, nome mutuato da John Travolta, il protagonista del film che veste i panni del giovane poco più che ventenne Toni Manero.
travolta_febbre_sabato_sera--400x300Tony viva a New York, nel quartiere di Brooklyn, fa il commesso di un colorificio, viene da una famiglia italo-americana e vive ancora con i genitori che lo trattano sempre come un bambino immaturo, a cui non riversare nessuna fiducia. Giovane ma con idee ben precise sui valori della vita che vengono rivelati chiaramente dai poster dei suoi idoli che ha appeso in camera: sono Bruce Lee, Al Pacino in Serpico, Silvester Stallone in Rocky, Farrah Fawcett , questi sono i miti di cui cerca di incarnare – nell’ordine –  forza, onestà, coraggio e bellezza.
È sulla pista da ballo che Tony cerca il riscatto che il suo status sociale non gli permette e non gli offre grandi prospettive per cambiare vita: negli anni Settanta gli italiani che vivono nelle grandi città americane vengono ancora considerati cittadini indesiderati, per i quali compiere quel salto che porta dal lato dimenticato della società a quello illuminato dalle opportunità e dalla ricchezza è un’impresa quasi impossibile. Ogni sabato sera oltrepassa il ponte Giovanni Da Verrazzano, che unisce Brooklyn a Staten Island e ai quartieri ricchi: Tony di quel ponte conosce ogni particolare, la storia, le statistiche, e non sa nemmeno lui perché la cosa lo appassiona. La simbologia è fin evidente, comunque il sabato sera lo attraversa per raggiungere l’Odissey 2001, una discoteca a Manhattan, col capello nero spazzolato e imbrillantinato, pantaloni a campana aderentissimi in giro vita, giacche a lustrini, camicia con colletto dalle punte lunghissime, scarpe a punta con suola di cuoio e tacco alto a stendere i muscoli, ballando con studiati e sensuali movimenti pelvici, il tutto illuminato da palle di specchi, luci stroboscopiche e psichedeliche. Un macho elegante, poco istruito ma – come detto – con dei valori: è onesto, gran lavoratore, usa gli anticoncezionali (anche se l’Aids è ancora sconosciuta), è sempre pronto a correre in soccorso agli amici e al bar della discoteca ordina gazzosa.

TM & Copyright © 2002 by Paramount Pictures. All Rights Reserved.Tutti aspetti nobili che da noi una certa sinistra guarda infastidita, reagendo stigmatizzando, mescolando una sorta di indignazione e superiorità: il film non ha un messaggio, non c’è ideologia, non c’è un disegno politico. Il Pci e la miriade di gruppi extraparlamentari che tra il Sessantotto e la fine degli anni Settanta avevano affascinato un paio di generazioni, non capiscono che in quel preciso momento Tony Manero rappresenta il “nuovo proletario” in cui molti giovani si identificano. E gli stessi che prima riempivano piazze, ingrossavano i cortei e occupavano suole e fabbriche ora entrano in discoteca e cercano di imitarlo, nel modo di ballare e in quello di vestire: scoppia la moda del gilet. Purtroppo, però, i nostri non bevono gazzosa e il consumo di alcol tra i giovani registra picchi di crescita preoccupanti. Non manca, ovviamente, chi vede nel Travoltismo un fenomeno di disimpegno sociale che allontana i giovani dalla cultura e dalla partecipazione di massa per portarli al qualunquismo. Il fenomeno è bollato dai politici come tomba dell’impegno politico giovanile, dalle femministe come ritorno al maschilismo, mentre dai sociologhi è visto come un anomalo e pericoloso rinchiudersi nel privato. Manero diventa pietra di paragone un po’ per tutto, persino alla Domenica sportiva il grande Beppe Viola lo cita all’interno di un servizio sull’ultima stagione di Gianni Rivera: «Quando il Golden Boy tocca palla – dice Viola – non c’è Travolta che tenga».

Una cosa va detta: la Febbre del sabato sera, e il conseguente Travoltismo, è il preludio al disimpegno e all’allontanamento politico che caratterizzeranno gli anni Ottanta, quelli dello yuppismo, della Milano da bere.

Comunque sia, è anche grazie alla Febbre che si cominciano a rompere dei tabù, a imporre nuovi modelli socioculturali e a avvicinarsi a nuove forme di comunicazione. Sono anni in cui il monopolio radiotelevisivo pubblico è fatto a pezzi: radio e tv private – chiamate non per caso “libere” – crescono esponenzialmente su tutta la Penisola e trasmettono una musica completamente nuova. Le emittenti spesso nascono da iniziative spontanee, realizzate da persone poco o per niente retribuite, spinte unicamente dalla passione e dall’entusiasmo. E grazie a loro si può ascoltare generi musicali che, altrimenti, rimarrebbero inediti per la stragrande maggioranza dei giovani. Ecco che in quel periodo tutti diventano disc jockey, tutti sono esperti di musica. E tutti hanno sempre di più voglia di ballare e divertirsi. E il sabato sera diventa una sorta di rito collettivo, dove la “leggerezza” del ballo si contrappone alla “pesantezza” delle ideologie e dell’impegno che hanno caratterizzato gli anni precedenti. Sulla pista la voglia d’evasione si fa largo anche con il ritmo scandito tra le 120 e le 140 battute al minuto, con la cassa “in quattro” e il charleston aperto “in levare”, tipico della batteria nella discomusic. Un genere che per almeno un lustro spazza via dalle classifiche molti eroi della musica rock.

La cultura, e quindi anche la musica, diventa “usa e getta”, e nei testi delle canzoni scompare la politica e l’impegno sociale, in favore della riscoperta dei sentimenti, dei doppi sensi e del divertimento fine a se stesso. Nelle classifiche i cantautori sono spodestati da artisti come Barry White e Donna Summer, dalle carnevalate dei Boney M e dei Village People; dalle vocalist delle Sister Sledge e delle Ritchie Family; ma soprattutto dalle vocette in falsetto dei Bee Gees che proprio alla Febbre del sabato sera debbono una seconda giovinezza.

Perché oltre all’immagine di Tony Manero di bianco vestito col ditino alzato sono le canzoni della colonna sonora – un doppio album che con oltre 40 milioni di copie è il quinto più venduto di tutti i tempi, Thriller di Michael Jackson lo sorpassa solo a fine anni Ottanta – che ancora oggi, a distanza di oltre 35 anni, testimoniano quanto quel film abbia lasciato il segno. Non c’era discoteca che, almeno una volta ogni sera, non suonava Stayin’ Alive, How Deep Is Your Love, Night Fever, More Than a Woman, You Should Be Dancing, oppure Boogie Shoes di KC and the Sunshine Band o ancora Disco Inferno dei The Trammps, brani ballati milioni di volte da milioni di persone in ogni angolo d’Italia.

Tutto questo accade in un periodo in cui nel nostro paese l’inflazione viaggia al 20 per cento, tanto che un analista straniero, sbigottito, afferma: «In questo momento gli italiani ballano. Ballano sui carboni ardenti. E si divertono pure!».

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