Storie di oggetti leggendari

cover-immortali-428L’Amarena Fabbri, il Bacio Perugina, la penna e l’accendino Bic, il Cicciobello, il Cremino Fiat, la Coccoina, il Martini Rosso, il Fernet Branca, il Monopoli, le Timberland e la Pasta d’acciughe Balena. Ma anche la Cedrata Tassoni, la Crema Nivea, l’Ovomaltina, la Moka Bialetti, la polo Lacoste, gli occhiali Ray-Ban… Sono oltre 60 i prodotti raccontati in questo mio ultimo libro,  Immortali, storia e gloria di oggetti leggendari, con fotografie d’autore di Barbara Lei. La prefazione è di Tommaso Labranca, scrittore e autore televisivo, scomparso lo scorso 29 agosto.
Su questi articoli il tempo passa sopra senza lasciare il segno: sono stati indossati, mangiati,  bevuti e utilizzati da intere generazioni perché la legge implacabile della moda non è riuscita a sostituirli e per questo diventati, per l’appunto, immortali. Si tratta di oggetti appartenenti a diverse categorie merceologiche (alimentari, cura della persona, abbigliamento, giochi, svago, cancelleria, etc.), di produzione italiana ed estera, che sono riusciti a resistere a tutti i cambiamenti – generazionali, sociali o politici – e ancora oggi niente sembra metterli in pericolo. Che sia l’effetto del giusto mix di creatività, innovazione, marketing e comunicazione o della più fortunata dose di casualità, questi prodotti geniali e intramontabili celano tutti storie uniche e inaspettate.
È il caso, ad esempio, dell’evidenziatore Stabilo Boss creato dalla manata che nel 1971 il direttore dell’azienda, Günther Schwanhäusser, rifilò all’ennesimo prototipo di plastilina creando così,  del tutto involontariamente, la caratteristica forma piatta che contraddistingue lo Stabilo Boss da tutti gli altri evidenziatori; della geniale intuizione di Enric Bernat,  pasticcere di Barcellona, che dopo aver accuratamente studiato i comportamenti dei bambini alle prese con le caramelle, nel 1958 inventa la caramella col bastoncino, il mitico Chupa Chups, con logo disegnato da Salvador Dalì. O, ancora, del bambolotto dalle fattezze di un neonato bergamasco, Cicciobello, realizzato nel 1962 dalla Sebino, la cui vera rivoluzione sta nel ciucciotto: il bambolotto l’ha sempre in bocca ma, appena glielo si toglie, comincia a piangere,  facendo così intenerire le piccole mamme. Accanto alle storie dei prodotti, emergono importanti nomi dell’arte, del cinema, della canzone e della moda, testimoni forse inconsapevoli di un successo che verrà perpetuato ben oltre il XX secolo. Da Fortunato Depero, artefice del design della bottiglietta per il Camparisoda, a Mina e il suo «Quante cose al mondo puoi fare? Costruire? Inventare? Ma trova un minuto per me» per la Cedrata Tassoni, fino a Gabriele D’Annunzio, creatore del nome dell’impresa SAIWA (oltre a essere un assiduo consumatore di biscotti), testimonial dell’acqua San Pellegrino ed estimatore dei Cremini Fiat Majani e del “liquido di velluto” Fernet Branca. Senza contare i più celebri Tom Cruise e gli “occhiali d’ordinanza” Ray-Ban immortalati nel film “Top Gun”, o Marilyn Monroe che, alla domanda su cosa indossa per dormire, rispose: «Solo due gocce di Chanel N° 5».

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Peppino Strippoli, l’amico del Movimento

CY8X0tyW8AA-Y_0Sarà stato per l’immediata vicinanza con l’Università Statale; o per i prezzi estremamente economici; oppure per gli squisiti panzerotti preparati al momento; sta di fatto che ‘Nderre a le lanze, bar-ristorante in piazza Santo Stefano al 10 è stato per anni uno dei locali più frequentati della città. Il titolare era un trattore di Cerignola, Peppino Strippoli, immigrato a Milano negli anni Cinquanta, che giorno e notte non lasciava mai la sua postazione dietro al banco. Ai tavoli, lunghi “fratini” che sanno di vecchia cantina, si sedevano gomito contro gomito e uno di fronte all’altro giornalisti, avvocati, docenti, studenti, contestatori sessantottini, poliziotti, pittori, anarchici, politici. Nonostante il nome (in pugliese ‘Nderre a le lanze significa “le lance a terra”, richiamava le freschezze dei prodotti di mare) non era il pesce l’alimento più richiesto: bensì i panzerotti, celebrati e richiesti tutti i giorni della settimana, fino a notte fonda. La cucina era al primo piano, quindi – a intervalli regolari – dal soffitto sopra al bancone si apriva una botola dalla quale veniva calato un paiolo di rame legato al manico con una rudimentale corda, stracolmo di panzerotti fumanti che scomparivano in un attimo tra le mani degli avventori mentre il paiolo, svuotato, veniva recuperato dal piano di sopra. Tutti erano conquistati dall’atmosfera che regnava nel locale, soprattutto i giovani Sessantottini: quando la polizia caricava i manifestanti entravano di corsa e si rifugiavano nelle sue cantine, e più di una volta è capitato che lo stesso Strippoli chiudesse la saracinesca a difesa dei ragazzi. Ora in piazza Santo Stefano l’atmosfera è cambiata: la camionetta davanti alla Statale non c’è più; e anche le “lanze” di Strippoli se ne sono andate: al numero 10, ora, al posto dei panzerotti servono piadine.

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Due cavalli lenti. Ma con tanto fascino

expo2CVQuando è uscito il primo esemplare, nessuno avrebbe scommesso un franco che l’auto progettata «per portare due contadini con zoccoli ai piedi e cinquanta chilogrammi di patate a una velocità massima di 60 km/h» sarebbe diventata un simbolo di una generazione, un mito. La Citroen 2 Cv, nonostante sia una over sessantenne (appare la prima volta al Salone di Parigi il 7 ottobre del 1948) ha mantenuto inalterato il suo fascino, un po’ snob, di auto low cost. Il primo modello montava un motore da 375 cc, perché, a detta dell’allora direttore generale della Casa automobilistica francese, Pierre Boulanger – l’uomo che aveva preso le redini della marca dopo la scomparsa di André Citroën – voleva un’automobile per tutti, anche per chi non poteva permettersi un’autovettura, tanto che nel 1936 ai suoi ingegneri descrive la futura utilitaria come «una sedia a sdraio con quattro ruote, sotto ad un ombrellone, capace di trasportare due contadini attraverso un campo arato, con un sacco di patate e un paniere di uova, senza romperne una». Continue reading “Due cavalli lenti. Ma con tanto fascino” »

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Quarant’anni fa lo schermo si colora

monoscopio_raiChe Ugo La Malfa, esponente di punta del Partito repubblicano italiano tra gli anni Sessanta e Settanta, fosse un politico “grigio” era un luogo comune. Certo, in quegli anni ministri, sottosegretari, senatori o semplici parlamentari da un punto di vista d’immagine e dialettica, erano lontano anni luce dai politici di oggi. Ma La Malfa, forse, era più grigio degli altri. Il perché è presto detto: fu uno dei più forti e strenui oppositori all’introduzione della tv a colori, o meglio alla diffusione di trasmissioni a colori in tutto il Paese. Una modernità che in Italia arriva in grandissimo ritardo rispetto non solo agli Stati Uniti (la Cbs si era già mossa nel 1951) ma al resto d’Europa: la Francia nel 1961 definisce il sistema Se-Cam (Sequentiel Couleur à Memoire), due anni più tardi la Germania mette a punto il Pal (Phase Alternation by Line, Righe ad alternanza di fase) e nel 1967 servizi tv a colori vengono lanciati in Gran Bretagna, Olanda e Belgio. Tornando alle cose di casa nostra, a un certo punto nel 1970 sembra che la questione si sblocchi in breve tempo. In quell’anno la Rai inizia le prove tecniche la mattina trasmettendo una serie di immagini colorate con sottofondo di musica classica, come fosse l’Intervallo. E invece no, si blocca di nuovo tutto, perché il colore in tv trova un fiero avversario nel senatore Ugo La Malfa. Il leader repubblicano in un’interrogazione parlamentare solleva il timore di una possibile spinta verso un consumismo esasperato e l’inflazione e, con l’imminente crisi petrolifera, non ce lo potevamo certo permettere. Una nuova occasione sembra arrivare con le Olimpiadi di Monaco nel 1972, trasmesse a giorni alterni con il sistema Pal e il Se-Cam. Due anni dopo il Comitato interministeriale per la programmazione economica sceglie il Pal e, con la benedizione del governo – e buona pace di La Malfa – la Rai inizia le Prove tecniche di trasmissione: alcuni minuti di video a strisce colorate, con un sibilo costante come sottofondo, poi ancora una sequenza di immagini, sempre su note classiche, soprattutto Rossini e Chopin, chissà perché. Continue reading “Quarant’anni fa lo schermo si colora” »

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In morte della cartolina

cartoline02Una ventina di anni fa, appena tornati, le vacanze si trasformavano subito in racconto e immagini, non si vedeva l’ora di descrivere le esperienze e le avventure – e disavventure – appena passate, i nuovi amici conosciuti. I più fortunati, parenti e amici del cuore, qualche anticipazione l’avevano avuta grazie a una cartolina, che si spediva a una cerchia ristretta di conoscenti. Oggi non è più così. Il filo ombelicale che WhatsApp e i vari social network ci legano indissolubilmente al nostro mondo affettivo, rende il distacco meno forte e tutto (a ben vedere, non solo le vacanze) molto meno romantico e avventuroso. Ti sei appena salutato e già ti mandano le foto di dove sono, cosa mangiano, cosa vedono, cosa fanno, dove dormono. I pochi che non lo fanno è perché sono in vacanza in mezzo all’oceano, nel centro dell’Africa o nel deserto australiano, dove il wifi latita ancora, per cui occorre attendere il loro rientro per sapere com’è andata e cos’hanno visto.  Continue reading “In morte della cartolina” »

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Un capolavoro che non invecchierà mai

f31f4f40-846b-11e4-9505-5b6ccac858a5_Frankenstein-JuniorSe la parodia è un’arte, allora il capofila del genere è sicuramente Frankenstein Junior. Ispirata a Frankenstein, romanzo di Mary Shelley (1818), e all’omonimo film di James Whale del 1931, la pellicola diretta Mel Brooks e scritta insieme a Gene Wilder, dissemina gag, citazioni e prese in giro memorabili per tutti i suoi 106 minuti di durata, senza (quasi) perdere colpi e soprattutto con un gusto invidiabile, sconosciuto alle parodie odierne. Tutto è perfetto, regia, attori, atmosfere. Un esempio di come la comicità possa diventare anche poesia. E capita ancora oggi, a distanza di quarant’anni dalla sua uscita, scanalando distrattamente alla sera in tv imbatterci su un suo fotogramma. Un film che abbiamo già visto almeno venti volte, ma ci fermiamo a rivederlo per la ventunesima. E ancora ridiamo, nemmeno fosse la prima volta, anche se ormai potremmo recitarlo tanto lo conosciamo a memoria. Ma tant’è, resta irresistibile. Siamo di fronte a uno dei capolavori assoluti, e la conferma l’abbiamo quando si sente che le battute (che in questo film sono innumerevoli, tanto da non poterle contare) sono ancora presenti e ben radicate nel linguaggio comune, come se Frankestein Jr. fosse uscito solo pochi mesi fa. A chi non capita ancora oggi, nel tentativo di spiegare per l’ennesima volta qualcosa a qualcuno, citare la frase «Rimetta-a-posto-la-candela»; oppure quando si vuole indicare qualcosa davanti a un paesaggio «La lupu ululà, lì castello ululì»; e ancora «Un enorme Schwanzstück»; «Frau Blücher!» a seguire un nitrito di cavalli terrorizzati; «Tafetà caro» «Tafetà tesorino» «No il vestito, è di tafetà. Si sgualcisce»; «Gobba? Quale gobba?»; «Sì-può-fareeeee»; «Saedadavo? Dategli un sedadavo?» e così via, per almeno altre cinquanta scene cult. Continue reading “Un capolavoro che non invecchierà mai” »

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Fagioli western, più cazzotti meno pallottole

Bud_Spencer_4Con gli anni, e visto il successo ottenuto, le specialità italiane nei film western si raddoppiano. Così, dopo gli “spaghetti”, arrivano i “fagioli-western”, che si differenziano dai primi per la quantità si scazzottate, nel copione ben più numerose di sparatorie e duelli. Tra i padri di questo genere, un regista che proviene proprio dagli “spaghetti”: Giuseppe Colizzi, che verso la fine degli anni Sessanta dirige alcune pellicole cult come «I 4 dell’Ave Maria»; «Dio perdona… io no!»; «La collina degli stivali». Nel cast, tra tra i protagonisti, ci sono due attori italiani con nomi d’arte americanizzati: Bud Spencer e Terence Hill. Nel 1970 il regista Enzo Barboni, che firma i suoi lavori E. B. Clucher, decide ci provare a fare un film comico ambientato nel far west. E così chiama il duo Bud Spencer e Terence Hill per girare «Lo chiamavano Trinità», il primo di una serie che sbancherà i botteghini. I film su “Trinità” ha fatto diventare la coppia Spencer-Hill una delle più celebri e amate del cinema italiano, e ha aperto la strada al genere “fagioli western”. E con la stessa formula, scazzottate & risate, non poteva non cimentarsi anche il cow-boy “de’ noantri” Giuliano Gemma in «Anche gli angeli mangiano fagioli» e nel sequel «…tirano di destro»; e altri attori, famosi e non, in una marea di B-Movie. Il massimo splendore dei “fagioli-western” si è avuto nella prima metà degli anni Settanta poi, sul finire del decennio, è sparito dalle sale. Resta però uno dei generi più amati, se è vero che ancora oggi, a oltre quarant’anni dalla loro uscita, i film di Trinità quando passano in tv registrano uno share di tutto rispetto.

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Orfani dei Giochi

2011_06_6_11_11_50Giochi senza Frontiere è una tra le trasmissioni televisive non solo più riuscite ma sicuramente più amate dal pubblico televisivo. Nelle serate estive ha incollato davanti al piccolo schermo almeno un paio di generazioni di bambini, giovani e genitori. Questa sorta di olimpiadi di paese, era amata anche perché quando cominciava la nuova serie – è andata in onda almeno trent’anni, annunciata sempre con quella sigla inconfondibile, un’allegra marcetta – significava che la scuola era finita, che l’estate era cominciata e che mancava poco alla partenza per le vacanze. Un altro segno inconfondibile era il fatidico via dato dagli arbitri: «Attention…, trois, deux, un…Fiiit». E poi, cosa avremmo dato per partecipare almeno una volta? E l’invidia nel vedere i concorrenti che si divertivano un mondo tra scivoli insaponati, tuffi in piscina, scontri e battaglie a colpi di armi di gomma piuma, che si cimentavano in gare bizzarre, molte delle quali eseguite in acqua e spesso dentro la schiuma, vestiti da bruchi, coccinelle, draghi o topoloni. Si sventolavano bandiere, si presentava il jolly per raddoppiare i punti, si restava fermi un giro per sostenere la prova del «fil rouge». Continue reading “Orfani dei Giochi” »

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